Verresti?

Di colpo mi chiedo come ho fatto a rinunciare a lui per tutto questo tempo. Perché nella vita capita di rinunciare alle persone migliori in favore di altre che non ci interessano, che non ci fanno del bene, semplicemente ci capitano tra i passi, ci corrompono con le loro menzogne, ci abituano a diventare conigli?

Quattro anni fa.
Assurdo come passi il tempo e certe cose restino sempre uguali. Piantate come chiodi nel muro. Se rileggo ora queste quattro righe, non mi sono mai sembrate così potenti.
E attuali.
Vere.

Come fanno le persone a rinunciare in modo così stupido, così facilmente, a un sogno, a un’ambizione, a qualcuno? Non riesco a capirlo. Non lo capirò mai, probabilmente. Forse non riesco ad accettarlo come (stra-)ordinario dato di fatto. Evento della vita.
Succede e basta.

Qualcuno sostiene sia per il tempismo. Qualcuno parla di persona giusta al momento sbagliato. Ma nessuno ha mai pensato che la persona giusta sia giusta proprio perché arriva nel momento giusto, facendovi sentire giusti, sapendosi far amare e desiderare nel modo giusto?

Nessuno ha mai pensato che i momenti sbagliati non esistono, e che però è pieno di momenti giusti che siamo capaci di perderci? Nessuno ha mai pensato che sì, è vero, là fuori è pieno di persone non adeguate a noi, ma che tra loro ci sono anche quelle giuste e ce le facciamo scappare?

Per paura, in nome di una qualche frivola forma di libertà, perché non sappiamo riconoscerle forse.

Forse.
Perché in verità io credo che la pelle, quella non mente. I baci, non mentono. La mano che vuoi stringere, è quella. I piedi che vuoi sentire in fondo al letto sono i suoi. E’ del suo sapore che vuoi riempire la tua bocca e del suo odore che vuoi riempire la tua casa.
Se vuoi stare con qualcuno, non esistono se o ma.
Mai.
Esistete solo voi.
E stare con quel qualcuno è difficile, è un lavoro, ma è anche la cosa più naturale dell’universo.
E’ respirare, che senza si soffoca, che quasi si muore.

Il resto sono palle.
Cazzate.
Palle che ti racconti per sembrare una persona migliore, per indorare la pillola a qualcuno. Forse perché in fondo vorresti desiderare quella persona, quella storia, ma non è la tua.
E allora mentiamo.
Ci beviamo un sacco di stronzate e mentiamo.
Perdiamo un sacco di tempo e sprechiamo un sacco di energie per voltare pagina, quando basterebbe semplicemente essere sinceri.
In primis con se stessi.
Regola per la felicità numero uno. 

Arriva un’età, un momento della vita in cui i silenzi non sono più praticabili, sono solo sintomo di codardia. Non sapere cosa dire è da vigliacchi.  Non sapere cosa si vuole è un fermo immagine, un non-andare mai avanti. Non riuscire a guardare in faccia le persone e rispettarle a tal punto da dire loro esattamente sì o no è da conigli.
I giri di parole sono fumo.
Lasciare tutte le porte aperte è giocare la parte di chi vuole la moglie ubriaca e la botte del vino piena.

E’ una verità che non puoi fingere di non vedere.
Se di fronte a una certezza, se davanti a una cosa che dici di volere, di amare (in almeno uno dei significati che ha questa parola), non ti muovi, non fai niente per trattenerla, per stringerla, per averla. Se nemmeno davanti a qualcosa di così potente come un cuore aperto riesci a vedere una forma di futuro, allora non hai ancora imparato ad essere onesto.

Io l’ho fatto.
E sì, può anche essere che non sia del tutto registrato. Che come dice mia madre sono folkloristico, colorato, strano. Che non sono normale. Che sono scomodo, impegnativo, specie a livello mentale.
Questo mio essere naif, eternamente dissacrante e ironico, soprattutto auto-ironico; questo mio essere sempre entusiasta di tutto, la mia capacità di sorprendermi delle piccole cose; questo mio talento nel rifiutare la tristezza, che mi fa davvero schifo, e preferire ridere sempre; questo mio dire sempre tutto senza filtri, in maniera spiazzante e imprevista, quasi egoistica; tutto questo può essere interpretato come faciloneria e semplicismo.
Superficialità.

Non mi importa.
Ho smesso di preoccuparmi di quello che pensa la gente. Di trattenere le emozioni, di mordermi la lingua, di fingere che vada tutto bene. Ho smesso di non sprecarmi mai, per niente e nessuno, reprimendomi o spaventandomi per quello che provo. Ho smesso di temere di rischiare.
Ho smesso di sentirmi ridicolo.

Di non ammettere le mie paure, di non parlare dei miei dubbi, delle mie emozioni. Anche se, di fatto, mettere a nudo se stessi è un suicidio annunciato, e farei meglio a stare zitto. Potrei risolvere il problema alla radice così, ma io ho sempre avuto più parole di quelle che riesco a dire. Ho sempre parlato troppo. Anzi, tanto.
Io parlo sempre tanto.

Ma il punto è che non voglio perdere un attimo. Non voglio pentirmi, non voglio avere rimpianti, non voglio dover chiedere scusa al cielo o all’amore per non averlo riconosciuto. Voglio fare, muovermi, trasformare, evolvermi.
La zavorra del passato, non può contare niente.
La paura di fallire non può pretendere niente.

Ho smesso di sentirmi ridicolo quando ho capito quanto è importante chiamare le cose col loro nome. Discriminare. Nomenclare. Etichettare. Perché sì, cazzo, a volte è solo fottutamente bello poter dire Lui è mio.

E complico le cose, me ne rendo conto. Penso troppo, troppo cerebrale, mi faccio un sacco di paranoie e rischio di non godermi il momento.
Che poi è come nel domino, che crolla un pezzo e cade tutto il mondo.

Ma, ho smesso di sentirmi ridicolo. Di fare buon viso a cattivo gioco, sempre. Di non dire quello che penso. Di accettare sempre quello che mi offrono gli altri, nel modo in cui me lo offrono. Di prendere per buone le reazioni tiepide di chi non si butta mai, di chi non si arrabbia mai, di chi non sfocia mai in un eccesso. Mi fanno paura.
Le persone che trattengono il sole nel nucleo, mi fanno paura.
Esattamente tutta questa energia che conservano, invece che viverla, in cosa la investono?

Da quando ho preso più coscienza di me stesso, di quello che valgo, che sono, che voglionon voglio assolutamente risparmiare un giorno, un’ora, rimandando anche di un secondo un’emozione, l’energia che mi muove.
La vita è una.
E per quanto sia una grande banalità, è tutto quello che conta. E’ una certezza, l’unica vera certezza. E io non la sprecherò in inutili giri di parole, ad immaginare scenari possibili, attraverso i se e i ma più disparati.
Sono terrorizzato dall’idea di perdere tempo, tempo che potrei passare con te, ad esempio, ad interrogarmi sui motivi per cui non dovremmo, per cui non lo facciamo. Voglio stare con te. Che senso ha sentire la mancanza di qualcuno che potresti stringere ogni volta che vuoi?

No, io non voglio starle un passo indietro, alla vita. Non voglio che mi anticipi al traguardo. Non voglio rimpianti. No, voglio tutto quello che posso avere. Voglio amare. Voglio dirlo. Voglio combattere per qualcuno.
Voglio smetterla di sentirmi dire che sono il ragazzo perfetto, però.
Di avere la sensazione di essere buono solo a letto, o come amico.
Voglio smetterla di guardarmi allo specchio e avere il sospetto che in quel riflesso ci sia la maschera che mi hanno messo.

E non importa quanto male farà, ma solo se ne varrà la pena.
Ne valgo la pena?
E non importa se sprecherò un’emozione mettendola nelle mani di qualcuno (qualcun altro) che la stringe troppo, ancora. Che la soffoca. Che la uccide.
E’ meglio ora che non mi hai intorno?
Importerà solo la mia straordinaria resilienza e indistruttibile capacità di non credere in niente, ma nell’amore sì.
Vuoi davvero rinunciare a qualcosa di bello?

Sopravvivo, eh, Dio. Sempre. Sono sopravvissuto a cose ben peggiori, e io e te lo sappiamo bene. Sono la persona che sono, sono l’ottimo essere umano che sono, perché ho sempre visto più mani strappare e portare via che non allungare per dare.
Ho sempre avuto fame di affetto. Forse perché non ne ho mai ricevuto abbastanza da qualcuno, non ne ho mai ricevuto a piene mani tanto da dire ok, sono soddisfatto, sono pieno, sono a posto così, nemmeno una volta.
Quando ero piccolo.
Quando mi sono spogliato per qualcuno la prima volta.
Quando ho amato la prima volta.
Hanno sempre rubato tutti.

Eppure riesco ancora a trovare il bello nelle cose, in fondo alle persone. Oriana Fallaci scriveva che quelli che sanno ridere davvero, ridere col cuore aperto, ridere di tutto, ridere sul serio, sono quelli che hanno sofferto di più nella vita.

Non ho mai avuto la pretesa di credere che la mia storia fosse peggiore di quella di altri. Ma sicuramente è diversa. E sono convinto che mi abbia in qualche modo forgiato a una sensibilità diversa.
Ad essere speciale.

Ho un’anima bellissima.
Me l’ha detto una sconosciuta un po’ hippy e bizzarra, solo sentendomi parlare. Che sono una luce che non si può spegnere.
Credo che sia vero, piccola stella senza cielo.
Credo di aver intenso quale sia il mio limite, se ho imparato a dire resta anche quando potevo dire addio. Se ho smesso di lasciare la mia impronta sopra un letto senza preoccuparmi troppo di ciò che prima avevo detto. Se ho imparato ad impegnarmi. Che alla fine si, è questo che mi importa: qualcuno che resti. Al di là di tutto ciò che è giusto o sbagliato.
Che scelga me, anche al di là di me.
Che non si fermi prima di aver dato tutto.
Che provi davvero.

Questo direi, ma ho anche imparato a provare amore per me stesso più che per chiunque altro. A lasciare andare.
Regola per la felicità numero due. 
Perché certe volte è inutile, certe volte non porta a niente, è solo egoismo, verso gli altri e se stessi, insistere, cercare di portare a tutti i costi qualcuno con sé solo perché per un attimo, un solo attimo hai pensato che con lui tutto è meglio che senza di lui. Ma non sta proprio in questo la differenza? 

Eppure, non posso fare finta di niente. Semplicemente non ci riesco. Non posso fare a meno di chiedertelo un’ultima volta. Giusto per essere sicuro.
Verresti?

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