#24 Un caffè americano, grazie.

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Ci sono persone che passano da una storia a un’altra. Personalmente, non ci sono mai riuscita.

Ogni volta che mi sono lasciata ho sempre avuto bisogno di un po’ di tempo per poter far sedimentare l’accaduto e depurarmi dalla situazione. Un po’ come quando torni a respirare dopo aver trattenuto tanto il fiato. Quella sensazione lì. Quella di quando riprendi coscienza del fatto di essere tu, ancora in piedi, a dover camminare guardando avanti. All’inizio, magari, zoppicando un po’, poi sempre con maggior sicurezza. E soprattutto, sempre più a modo tuo.

Sì, perché quando si sta insieme a qualcuno, si assumono tanti atteggiamenti dell’altro. Modi di dire, modi di fare, passioni, che ti legano indissolubilmente anche quando l’altro non fa più parte della tua vita. Non per niente, infatti, se ne esce sempre non solo un po’ ammaccati, ma anche cambiati. Come un quadro, al quale decidi di aggiungere un tocco di colore. Potrai, poi, provare a coprirlo. Ma se ci passerai la mano, noterai che in quel punto la tempera è più spessa.

Crescendo ho imparato a capire che capita inspiegabilmente che alcune persone lascino dei segni più di altre, anche se hanno percorso con te un pezzo piccolissimo di strada. Anche se sono state solo delle meteore. E’ difficile da spiegare, proprio perché, in realtà, non sai nemmeno farci i conti tu.

Oggi ero a una mostra a Milano. Chiamiamolo appuntamento? Boh chiamiamolo così.

“vuoi qualcosa da bere?”

“Mi va un caffè a dire il vero”

“Ok”

Arriviamo da Amorino sui navigli. C’erano i mercatini e le luci natalizie che riflettevano sull’acqua.

Mentre osservo tutto questo e mi godo l’aria frizzantina che finalmente comincia a sentirsi, lui interrompe il momento di silenzio e mi chiede che caffè voglio.

“oh.. un americano grazie”

E subito un flash nella tua mente ti fa ricordare una tazza bianca con una scritta verde sopra. TEA. In cui, però, ci finiva solo ed esclusivamente del caffè americano. Le chiamava le sue piccole contraddizioni.

La sapeva lunga Banana Yoshimoto, quando nel libro Kitchen, diceva che “cose di nessuna importanza, insostituibili, ritornano così all’improvviso, in un caffè di inverno”.

Sì tornano tutte. Torna la rabbia. Perché nella vita, si contano sulle dita di una mano le volte in cui puoi trovare una persona che ti travolge fisicamente e mentalmente così tanto. E, inutile dirlo, arriva anche un po’ di nostalgia.

“Vuoi fare un giro?”

“Grazie.. ma penso tornerò a casa”

E ti dici che, in fondo, è inutile combattere e cercare razionalmente di dirti quanto sia stupido sentirsi così. Va bene, di tanto in tanto, concederti di tentennare, concederti di chiederti come sta e accettare che la lista delle cose quotidiane che capitano e che vorresti raccontargli, non è poi tanto breve.

Oggi è ok così. Domani continuo a provare a camminare a modo mio.

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