#22 La verità è che lo sai.

 

Venerdì sera di fronte a un hamburger dicevo ad A. che ero di cattivo umore. “Perché?”. Ho preso tempo. Ho leccato le dita dalla salsina “special” a non so cosa.

“in realtà non lo so”.

Oggi arrivo a lavoro. Entro. Saluto la guardia. Timbro. Salgo al mio piano. Passo in bagno a vedere che la mia faccia sia un po’ umana. I capelli erano un po’ gonfi per via dell’umidità. Con l’autunno non c’è piastra che tenga. Saluto i colleghi. Accendo il pc. Apro la posta e i social. Mi prendo quei dieci minuti per capire se nel frattempo è successo qualcosa nel mondo degno di nota e poi mi metto a lavorare. 

Tra i vari articoli che giravano su linkedin c’era uno che parlava dei metodi per ripararsi dalle emozioni negative nei luoghi di lavoro. Il nostro corpo, infatti, pare essere più suscettibile a questo tipo di emozioni, per una sorta di retaggio evolutivo. In poche parole, le recepiamo più di quelle positive, perché in passato, questa particolare sensibilità serviva a salvarci la vita.

Un anno fa scrivevo la tesi sul ruolo che le emozioni  hanno nella percezione della comunicazione. A prescindere dal settore, il focus era: gli uomini non sono macchine pensanti che si emozionano, ma macchine emotive che pensano. Il nostro corpo è fatto per assorbire sensazioni, farle proprie, prenderne atto e conservarle in un cassettino della memoria. Rispunteranno loro, nel momento opportuno, per ricordarci di non inciampare in una situazione dannosa o per abbracciare, invece, decisioni sane e adatte a noi. Questa cosa, in scienza, si chiama ipotesi del marcatore somatico.

Ma tralasciamo la scienza.

Leggiamo spesso libri di autoaiuto. Detto in maniera più figa: libri motivazionali scritti da life coach.  Ci insegnano ad amarci di più. A trovare la strada che maggiormente si sposa con la nostra indole. Sono pagine e pagine di parole in cui ci vengono poste delle domande utili a dare forma e nome, a ciò che si nasconde dentro di noi. Sono libri che ci insegnano a fare quello che non facciamo mai: ascoltarci.

Non parlo di narcisismo o egocentrismo. Parlo del fatto che spesso ci ammazziamo di paranoie, dubbi, ansie, ragionamenti. Come dicono gli inglesi, spendiamo ore e ore a pensare troppo: overthinking. Over. Oltre. Andare oltre. Oltre cosa? Oltre le possibilità della nostra conoscenza. Perché spesso ragioniamo sulle situazioni, non tanto per capire cosa vogliamo, quanto per capire cosa è razionalmente migliore o cosa ne pensa un’altra persona coinvolta.

Dai, dite la verità, Avete speso interi pomeriggi con gli amici a cercare di interpretare il comportamento di qualcuno , per capire come reagire.

Ma poi arriva quel momento. Il momento in cui tutto questo pensare ci fa andare in tilt. Ci fa soffrire di claustrofobia, ci porta a dire basta e a ricordarci che “la vita è una”. Il resto è tutto tempo sprecato. Il fatto, però, è che TU, si proprio TU, lo sai bene che la vita è una. Il tuo corpo lo sa. La tua pelle sente più di quanto tu non creda. Ma non la ascolti nel 90% delle volte.

Ipotesi del marcatore somatico: memoria elefantiaca di istinti. Traduzione: sai sempre cosa dovresti fare. Anche se non lo fai.

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