Uscire.

29/agosto

Io con la scrittura c’ho questo rapporto qui. Sì, voglio dire, ci si ama, ci si odia. Per lunghi periodo è quasi meglio se stiamo distanti, che non so mai quello che ne può uscire. Mi domando spesso se non siano proprio quelli i momenti migliori per buttar giù due righe. Poi, non lo faccio.

C’è una qualche forma di sana incostanza in lei – la scrittura – che mi riporta sempre e inesorabilmente a cercarla. Inutile insistere con questo blog, cercando di trasformarlo in qualcosa che non sarà mai. Un planning, scadenze, tematiche, obiettivi. Ma chi voglio prendere in giro. Questo è sempre stato e continuerà ad essere un diario di bordo, niente di più.

Che poi non è così male, avere una bussola, un faro, un porto a cui tornare. C’è una bellissima sicurezza in questo, nel sapere di poterci tornare in qualsiasi momento. E, probabilmente, di rimanere comunque discretamente anonimo.

Ossimori degli autori, spiaccicare in un libro tutti i propri segreti, e sperare che nessuno li legga.

Ho tante idee in testa, un monte di stimoli, la voglia di farmi trovare da qualcuno che mi dica: “La tua scrittura ha un senso, sai?” e che mi cambi la vita. Stupido quanto poco parli di questo desiderio, quasi volessi proteggerlo. E da cosa, poi? Invidie, malelingue, cattiverie? Ah, come se potessi sfuggire ai voodoo di certi imbruttiti.

Ma in cuor mio, ci spero tanto. Che succeda. Di essere notato e di avere una chance di uscire dalle quattro mura di un ufficio. Non mi interessano i soldi, non mi interessa la gloria, la fama. Mi interessa riavere il tempo indietro. Tempo che non ho, nemmeno per spendere quei pochi euro che guadagno.

Ma solo a me distrugge l’idea di passare così tanto tempo a lavoro? E non sono uno sfaticato, anzi, odio sentirmi improduttivo, odio non avere niente da fare, voglio essere sfruttato fino all’osso, arrivare a casa stanco, lamentarmi, dire che non ne posso più e il giorno dopo trovare la forza di alzarmi e andare a lavorare perché mi piace, mi fa stare bene. Invece l’idea di stare seduto otto ore al giorno, di avere giornate spesso tutte uguali, il silenzio, la sensazione di chiuso, mi logorano.

Ho pensato che fosse il posto sbagliato, e mi sono licenziato. Ora capisco che è il tipo di lavoro ad esse sbagliato. E la cosa spaventosa è che questo continuo saltare di qua e di là continua a farmi rimandare certi progetti, certe necessità, per le quali i soldi servono, eccome.

La vita potrà davvero mica ridursi a questo cane che si morde a coda, dai!

Cerco di essere realista, di considerare il fatto che tutto è temporaneo, niente è definitivo, e che ho bisogno di un piano per uscire dal circolo vizioso. Cominciamo a spostarci, a cambiare casa, a trasferirci e magari le cose cambiano, o prendono una piega diversa. E nel frattempo mi sento di consumare il mio tempo su una sedia sgonfia, seduto davanti a una vetrata che dà sulla stazione di un Paese mediocre. Almeno fosse Central Park, per Dio.

Che poi le cose vanno anche bene eh, e forse sono io ad essere un eterno ambizioso insoddisfatto del cazzo. E’ che sono stanco di sentirmi bene. Vorrei sentirmi appagato.

Devo uscire da qui.

@AndreDeLarge

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