E intanto si allarga la nebbia e avresti potuto vivere al mare

Ogni tanto capita, quel bisogno di staccare anche da se stessi, che volersi bene ok, ma anche un po’ basta continuare a rileggere i propri articoli e trovarci dentro la frustrazione e il livore che continui a dire di non voler più provare. E così, una volta ancora, a rimetterci è la mia scrittura. Perché come diceva Giancarlo Bigazzi le canzoni le scrivi quando sei triste, perché se sei felice  vai al mare. Ahimé, non è che ‘sto tempo sia proprio pre-estivo, almeno qui al nord.

Così ho scoperto che sono metereopatico. Che chissenefrega, lo so, però tant’è. La pioggia, il grigiore, l’umidità, quel tempo uggioso mi si insedia nelle ossa e poi mi passa la voglia di fare qualsiasi cosa. Un’incoerenza mica da ridere per chi, come me, non sta mai fermo neanche se lo leghi a un letto con una camicia di forza. Per chi, come me, odia stare in giro sudaticcio e sempre appiccicaticcio per il troppo caldo.

Una scoperta che vale più di qualcosa, se avevi immaginato di spostare le tue ambizioni, le tue aspettative, le tue attività – o inattività, nel mio caso attuale – più a nord. Sono stato a Londra, di nuovo, settimana scorsa. Ci sono tornato come turista, per ritrovare quel contatto con la città dei balocchi che, quando hai una sorella che ci vive, progressivamente perdi. Neanche a dirlo, mi sono re-innamorato della City, della sua estetica anni Novanta, dei palazzoni moderni che conservano il gusto classico della dominazione romana, della sensazione di non essere notato. Della tube, che per Dio, a Milano mi fa schifo attaccarmi ai pali mentre a Londra mi ci strusciavo come un istruttore di pole dance. E del senso di sicurezza.

Ma il tempo instabile, la pioggia, che porca di una miseria c’hai sempre i capelli del Dottor Emmett Brown di Ritorno al futuro che davvero mi chiedo come minchia fanno a risultare presentabili a lavoro o al primo appuntamento gli inglesi, e tutto quello stile industriale con cui ci vorrei arredare il loft che non avrò mai mi hanno un po’ disturbato.

Sarà che sto invecchiando male, o forse che davvero avrei dovuto credere a tutte quelle volte in cui mio padre mi diceva vendiamo fuori tutto, che gli anni passano e avremmo potuto vivere al mare. Però, seriamente, mi manca il mare.

Ed è abbastanza sintomatico, se solo si pensa che nell’interpretazione dei sogni – per chi ci crede, e io non sono così convinto di appartenere alla schiera dei freudiani strettissimi – il mare rappresenta l’inconscio, o comunque qualcosa di molto molto vicino alla dimensione più intima di noi stessi. Però, in effetti, di recente mi hanno chiesto dove vorrei vivere, se me ne andassi oltre confine, e ho risposto Barcellona. Perché? Perché è una città, con tutte le caratteristiche di una metropoli camminabile, ma c’ha il mare.

Ma Londra è un’altra cosa, offre di più, è più grande. Sì certo, e io ti voglio bene, però vivere coi capelli pisciati, la pelle del colore dell’ittero, l’umore di una donna in PMS 24/7 e l’ombrello nella tasca del blazer mi procura giusto due dita di ammorbamento.

Il filo di Arianna della mia vita, però, resta il mio sguardo gettato al di là delle Alpi. E la ferma convinzione che l’Italia non può contenere e non conterrà la mia intera vita (che sì, è vero, è il Paese più bello del mondo, e il cibo, e la cultura, e i musei, la musica, l’arte, e i manzi mediterranei, però c’è tutto il resto del mondo, e un sacco di altre persone e di vite da incrociare, che poi a me i mori muscolosi manco piacciono e il cibo etnico lo sperimento volentieri). 

E in tutta onestà non capisco cosa mi stia trattenendo qui. Con la testa sono già via, a un’altra vita, in un altra parte del mondo, con un altro modo di fare. E una parte di me sembra addirittura cercare delle ragioni, che non ci sono affatto, per restare. E’ come se da un lato mi dispiacesse non averle, queste ragioni. E quindi me le procuro da me, che a far da solo sono sempre stato più bravo che a lasciar fare agli altri, soprattutto ad incartarmi.

Ho compiuto venticinque anni e la cosa mi ha sorpreso. Non perché pensassi di non arrivarci, e nemmeno perché non me l’aspettassi, ma perché cazzo-quanto-in-fretta-sono-arrivati. Il quarto di secolo, che è stato un viaggio importante eh, ma chi si immaginava potesse durare così poco?

Quando ero piccolo ero convinto che a venticinque anni la mia vita avrebbe avuto una parvenza di bordi definiti. E invece è più borderless e borderline che mai. Sognavo una relazione stabile, i pranzi in famiglia la domenica perché, bè, in settimana vivevo a casa mia. Sognavo un lavoro che non era quello definitivo, ma sicuramente il giusto trampolino di lancio per le mie ambizioni professionali. Sognavo un cane, o un gatto, e una scusa per uscire a fare una passeggiata e fumare una sigaretta di nascosto quando ero troppo nervoso perché, per il resto, sarei stato un convinto ex-fumatore. Sognavo le cene con gli amici, i loro matrimoni, fare torte il sabato pomeriggio.

Insomma, so che detta così fa’ molto Bree van de Kamp, ma in effetti sì, perché no, non c’è niente di male nell’immaginare una famiglia e un avviamento professionale, che dite?

Motivi, ecco, sognavo soprattutto quelli. Motivi per restare, quando già sapevo che molto più probabilmente la mia vita si sarebbe costruita all’estero. E adesso che ho compiuto venticinque anni la cruda verità è che non c’è niente che mi leghi qui. Di venticinque anni di vita vissuta non ho messo in saccoccia una sola ragione per fermarmi, che mi facesse pensare di avere un perno intorno al quale far girare la porta che mi avrebbe condotto alla mia vita più o meno stabile e concreta. Qualcosa su cui investire.

Certo, qualcuno direbbe che l’unico investimento reale è quello su se stessi, però anche un po’ vaffanculo quando non trovi uno straccio di opportunità per cui valga la pena restare. E forse va bene così, eh, forse è giusto che io vada a fare o non fare le mie grandi cose fuori dall’Italia. Non mi spaventa molto l’idea di partire, quanto il rendermi conto che non avrei nessun motivo per rientrare.

Così, dicevo, sì insomma, sto cercando dei motivi, delle ragioni, delle scuse per restare. Aggrappandomi a tutto quello che, ed è evidente, in maniera passeggera diventa epicentro della mia vita. Le risposte degli editori sul mio libro, che porca miseria, sono sempre più convinto valga davvero qualcosa. La passione riscoperta per lo sport e per il fitness e la paura che spostandomi possa perdere la stessa motivazione e gli stessi ritmi.

Ma è il mare che voglio. Dai, chi non vorrebbe il mare? Alzarsi la mattina e trovare il sole, che far entrare luce è uno dei più bei motivi per aprire le imposte.

E Londra, con il sole, è davvero la città più bella del mondo.

@AndreDeLarge
ph. Barnyz 

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