Capitolo 3. Mi fido della fiducia

“Io mi fido di te.”
“Io ti credo.”
“MI FIDO.”

Quante volte abbiamo detto queste parole? Quante volte ho scritto queste parole? Quante volte avete pensato a queste parole? So per certo che tutti noi ci abbiamo avuto a che fare, nel bene e soprattutto nel demonio!

Vi dirò la mia, sempre per capire se sono un animale sociale o se sono, come temo, un caso sociale. Fino a qualche mese fa, devo ammettere che ero abbastanza sicuro del significato della parola fiducia: fidarsi voleva dire, troppo semplicisticamente, credere ed impormi di credere che ciò che mi venisse detto non fosse menzogna (siamo bravi tutti a dare una definizione più o meno enciclopedica di questa parola, ma c’è dell’altro?).

E poi arriva quel momento della tua esistenza in cui pensi di averne passate di ogni, che la tua vita è stata piena di esperienze variopinte e tante belle cose. Insomma, ne sai più una tu del padre eterno. Ed io ne ho sempre saputa una in più anche del diavolo, quindi potete immaginare quanto sia spesso risultato un tantino inflessibile e, intuisco, cacacazzi circa l’argomento fiducia e simili.

Tutto questo teatrino ben costruito ed agghindato, razionalmente pulito, dove ad ogni evento o azione doveva corrispondere una reazione misurata e calibrata, è andato letteralmente in Thailandia, a godere delle pregiate mani dell’arte proibita. A puttane, ecco come si dice!

Una sera, una telefonata apparentemente “normale”, si parlava di tutto e di niente, ma come ben si sa, tra il tutto e il niente c’è sempre una bella mandria di litigi in agguato pronti a portare disagio e scazzo nella relazione: e così fu, chiaramente. Scocco frecciatine io, rispondi a dardi incendiati tu e finiamo sempre per lanciarci bombe a mano e granate a grappolo.

Esaurite le munizioni ti sei poi riavvicinato a me e questa volta, così dal nulla, con una manciata di parole hai portato la concezione di amore oltre ogni mia barriera razionale, una nuova verità per me assurda.

Mi ritrovo costretto a osservare tutto dall’interno della mia cupola sicura fatta di comportamenti sicuri. “Io mi fido di te”. Forse forse, potrei aver capito cosa vuol dire (almeno per me, grazie a dio siamo tutti diversi e non siamo tutti me, che uno ok, ma due già anche no). Vuol dire, conscio dei propri limiti, accettare e sentirsi pronti ad accogliere un qualcosa che la tua mente non riesce a capire e a fare sua per una serie di n più che validi motivi, farlo a cuore leggero ma con la sincerità in tasca.

E la cosa più bella di questa presa di coscienza è che sai che l’unica ragione per cui riesci a sentirti Gesù il comprensivo è l’altra persona, senza se e senza ma, una chimica inconscia che percepisci o non percepisci: in una parola, più naturale e forse scontato che mai, fiducia.

Come al solito arrivo alla conclusione che sia molto di più quel che sfugge al nostro controllo di quel che crediamo, che siamo molto più animali e istintivi di quello che vogliamo dire e far credere a noi stessi. Siamo spesso in balia della nostra irrazionalità, solo che non ci piace ammetterlo e ci difendiamo dietro i grandi monoliti della razionalità.

A sto giro invece ho ben pensato di farmi travolgere dall’assurdo e ho mandato a cagare per una volta tutti i miei schemi e ritmi mentali e… mi sono fidato. Questo chiaramente non vuol dire che d’ora in avanti andrò in giro danzando con corone di fiori e infondendo fiducia nella gente, farò ancora le mie dovute cazzate ma con una nuova consapevolezza: potermi fidare della mia fiducia.

Se tutto questo non è un vaneggiamento di un povero pazzo, voi ci avete capito qualcosa di questa sacrosanta fiducia?

@SteLàpiz
ph. Isthisyou

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