#19 punto. O punto e virgola?

Penso di avere qualche problema ad entrare ufficialmente nell’età adulta. Lo dimostra il fatto che mi dimentico tutto ciò che la riguarda. I bollettini non pagati, di cui matematicamente la mia casella di posta si fa portavoce. L’elenco dei documenti della banca da leggere, che si accumulano sul conto online. La prenotazione degli esami del sangue che ogni weekend mi guarda e ogni weekend ignoro perché voglio dormire. E poi il sette e trenta che, ancora, rimane una chimera. Sono lì, tutte che mi guardano, mentre conduco la mia vita entro i confini della normalità. Tra lavoro e amicizie.

Mentre tutti sono alla ricerca di una stabilità, io inciampo tra un dovere e l’altro chiedendomi quale sarà il mio prossimo passo. Non, verso un futuro più definito, ma verso un futuro più mio.

Capisco bene quello che dice Stefano, nel suo secondo capitolo, quando parla del sovraccarico: momenti della vita in cui i troppi pensieri e le troppe attività semplicemente ti fanno esplodere. O peggio ancora implodere. Ci sono periodi, invece, che, al contrario, sono un po’ anemici. Periodi in cui senti un po’ l’assenza di stimoli e sei alla ricerca di nuovi spunti. Tutto questo, mentre il resto del mondo continua a chiederti quando hai intenzione di mettere radici.

La risposta è: Non lo so. Credo lo sentirò. La cosa che mi sono promessa di fare è di scegliere dove mettere radici, non di metterle per inerzia. Ma capisco che può suonare come un discorso infantile, o choosy. O forse un’estrema mania del controllo? Me lo chiedo spesso. O meglio, me lo chiedo da un po’.

Anni fa, alla fine di un corso universitario, avevo scritto una mail a un professore, ringraziandolo per quello che mi aveva trasmesso. Avevo apprezzato la passione con cui aveva cercato di insegnarci la materia e nelle ultime righe gli chiedevo proprio come avesse fatto a capire quale fosse la sua strada.

Conservo ancora la risposta e a volte la rileggo. Scriveva:

“…che dirle? Grazie per le sue parole. A volte capita che anche noi prof abbiamo qualche momento di sconforto, e che ci interroghiamo sul senso e sull’utilità di quello che facciamo. Parole come le sue sono uno stimolo ad andare avanti, e a continuare a crederci. Devo poi confessarle che fra le migliaia di domande che mi sono state fatte in queste anni, nessuno mi aveva mai fatto quella decisiva. Che è quella che mi fa lei alla fine della sua mail. Forse, le confesso, non me l’ero mai fatta neanche io. Lei me la fa e io cerco di darmi una risposta. Che probabilmente non è molto confortante: mi rendo conto che non ho scelto, ma è la vita che ha scelto me. Come? Troppo lungo spiegarglielo in una mail. Se crede, passi una volta da me (mi scriva, e fissiamo un appuntamento…) e facciamo quattro chiacchiere” 

Quelle quattro chiacchiere le abbiamo fatte. In realtà, ho scoperto che non era poi così vero che la vita avesse scelto per lui. Aveva lottato molto per inseguire la sua passione, che, caso vuole, era proprio la scrittura. Se ne era addirittura andato di casa, per iscriversi alla facoltà che lui amava e che suo padre rifiutava. Non è forse scegliere questo?

Credo che abbiamo talmente tanta paura di diventare grandi, che a volte, per timore di rimanere indietro, paradossalmente lo diventiamo troppo presto. Il rischio, però, penso sia quello di diventare vecchi, ancora prima di adulti.  

@Gue262 

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