Capitolo 2. Sovraccarico: face to face, baby

il

Neanche a farlo apposta, questi pensieri fugaci che catturo per iscritto (per via della poca memoria, chiaramente) sembrano quasi volersi proporre come proseguo della crisi più-che-post-adolescenziale con la quale vi ho tediato il mese scorso (Il Capitolo 1 lo trovate al link). Quindi tenetevi pronti ad un altro bel pippone mentale che sono certo vi caricherà a bomba per affrontare questo nuovo mese pieno di brillanti novità (anche se preferirei far “brillare” altro, o altri).

Parlavo di quanto secondo me è importante riempirsi la vita di cose da fare, pensieri da elaborare e quant’altro anche quando lo sbatti ha il sopravvento su tutto e tutti. E continuo a sventolare questa bandiera a favore del trovare la voglia di essere vivi veramente e di impegnarsi per sfruttare al meglio il nostro io.

CIONONOSTANTE,

durante questo ameno mese appena conclusosi ho realizzato che quando decidi di iniziare a darti da fare a destra e a manca, sopra e sotto, con un ripostiglio di scope infilato su per il deretano, arrivi ad un punto di rottura, lapidario e inclemente. Tutti i sospesi smettono di esser tali, nel senso che ti precipitano addosso, e tutti nello stesso momento, perché come ben sappiamo, i problemi, come la merda, vengono sempre a galla (infami).

This is SOVRACCARICO.

Un collasso mentale che non hai assolutamente modo di controllare e contenere. E a me è successo qualche giorno fa, in macchina con papà. Troppo sonno arretrato, troppe discussioni (e anche qua si potrebbe aprire una finestra di dialogo che te la raccomando proprio), troppi screzi, troppi progetti e storie varie, insomma, troppo. Perché quando arriva quel momento in cui ti permetti di dire a te stesso “Sto per mollare”, significa che l’hai appena fatto e che ti sei fregato da solo come ho fatto io. Cinque minuti di pianto sentito, qualche ora di non-sonno ed il fatto di fondo che continua ancora a sussistere: “Stefano, non sei capace di rinunciare, punto.”

Potrei stare qua ore a dire che è importante dedicarsi del tempo e scegliere cosa fare e cosa no, perché “Non si può mica fare tutto, eh” (citazione di mia madre), ma sarebbero solo delle ordinate, credibili e armoniose macerie di cazzate e si sa: Cazzate volant, scripta manent.

Io dico di non essere capace di rinunciare. Qualcuno mi dice che sono io a non voler essere capace di farlo. Forse questo qualcuno ha ragione, o forse no. Secondo me è molto difficile riuscire a distinguere cosa dipende dal nostro carattere (che poi, dai, cos’è sto carattere?) e cosa no, cosa veramente non possiamo controllare e cosa non vogliamo controllare.

Io, ragazzi e ragazze mie, come al solito, non ci ho ancora capito una mazza, però una cosa è certa: le mie infinite doti di paraculismo mi aiuteranno a dimostrare che questo mio “Non rinunciare a niente e nessuno” è sintomo di bontà verso l’altro e di stacanovismo puro; per ora sta funzionando, a parte questi momenti di implosione che mi fanno rimpiangere di essere/fare così.

E voi? Aiutatemi a capire se sono pazzo o no, almeno fatemi sapere che non sono solo io lo stronzo che vive questi disagi.

Buon mese del collasso mentale.

@SteLàpiz
ph. Alessandro Petriello

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