Spartiacque

È stupido. Ho ancora una quantità di parole da dire ad alcune persone che non fanno più parte della mia vita che potrei riempirci le vasche dell’acquario di Genova. Le vedo galleggiare nello stesso ordine confuso in cui si muovono i pesci tropicali, e non sono sicuro del posto da cui provengono. Nostalgia, forse. Rabbia, in parte è così. Forse da quella inspiegabile sensazione di non riuscire proprio a capire come facciano le persone a rinunciare in maniera così stupida agli altri.

E allora continuo a scrivere. Pagine, email, messaggi, con la consapevolezza che non verranno mai letti dalle persone a cui sarebbero destinati. Non sono nemmeno più così sicuro che mi serva, ma è un’altra di quelle cose che non riesco a smettere di fare. Dedicare tempo a sistemare, almeno nella mia testa, le situazioni irrisolte. A cercare un motivo. A dare una forma e un senso alle parole, ai momenti. Anche a quelli mai avvenuti. Forse soprattutto a quelli.

Scrivo per dire tutto quello che vorrei ascoltassero, e sono fiumi di parole, una pioggia infinita di quaderni. Organizzo i discorsi nella mia mente, li ripeto, e ancora, quasi per memorizzarli. Parlo da solo, mi faccio le domande e do le risposte. Per arrivare preparato a quell’incontro improbabile. Impossibile. E tutto suona davvero molto sensato nella mia testa. Come se fosse possibile davvero, chiarire.

Giovedì scorso, è stato un giorno piuttosto importante per me. In qualche modo si sono più o meno definiti quelli che saranno i miei progetti per il futuro immediato. E tra una delusione e una nuova occasione che si apriva, pensavo al mio former boyfriend, come direbbero gli inglesi.

Ormai è più di un mese che ci siamo lasciati. E se escludiamo un paio di messaggiate, una telefonata e un tentativo fallito di incontrarci, i nostri contatti sono più o meno ridotti a zero. Ma giovedì scorso ho avuto l’istinto di sentirlo. Non l’ho fatto, per evitare di scadere nel pietismo, per non sembrare ridicolo, patetico – anche se immagino che essere innamorati significhi anche essere ridicoli. Eppure volevo condividere con lui i pensieri di quel giorno, i miei nuovi progetti. Avrei voluto un suo abbraccio e sentirmi dire Andrà tutto bene, io ci sono per te. Non so nemmeno più se gli interessa sapere come sto.
Me lo chiederebbe, se gli importasse, no?

Comunque, in un giorno significativo per me, ho pensato a lui. E non ho fatto niente. Inibito, spaventato, mi sono semplicemente detto, Scrivi un’altra pagina, ma non scrivere a lui. Perché per quanto tu possa avere questo strano istinto di sentirlo, c’è una realtà grande e dura come uno scoglio che non puoi ignorare. Il tuo cellulare è muto.

Non ti cerca, non ti scrive, e passi il tuo tempo libero a formulare frasi appropriate da dirgli quando finalmente vi incontrerete per bere un caffè. Caffè che, a questo punto è trasparente come il mare di Villa Simius, non berrete mai. Perché le cose bisogna volerle in due, e non sembra proprio che lui abbia voglia di dedicare il suo tempo ai tuoi deliri, o semplicemente di ascoltare quello che hai da dire.

Anche se è assurdo, e non capirò mai come si possa passare da fidanzato a indesiderato numero 1, una parte di me mi impone di rispettare il suo silenzio, anche se mi avvelena  e mi provoca quella stessa orrenda sensazione di quando riprendi fiato dopo aver ingerito l’acqua del mare. Mi dico Anche qualora questa situazione faccia impensierire lui quanto me, è chiaro che non ha voglia di sentire quello che ho da dire, almeno in questo momento. E non posso obbligarlo o convincerlo.

Giovedì mattina gli ho scritto un’altra nota sul telefono, che terrò per me. E’ un bel laghetto di parole, tenuto insieme da una diga di onestà e animato da una centrale idroelettrica di risolutezza. Per la prima volta, rileggendo qualcosa-che-gli-scrivo-e-che-non-gli-mando non trovo pietismo o melodramma nelle mie parole. E forse, mi sono detto, questo periodo di lontananza mi è pure servito.

Un bello spartiacque anche questo, per me, come lo è stato giovedì scorso. Credo di aver ripulito i miei sentimenti da tutte quelle ragnatele di romanticismo ottocentesco e dramma shakespeariano. E quello che ne è uscito è un messaggio semplice, conciso, giusto. E che sono ancora molto innamorato di lui, senza rancore, senza ridondanza e soprattutto senza alcuna voglia di riprovarci per forza. Essere consapevole di questo, ne sono convinto, alla fine mi sarà di aiuto comunque. Per evitare situazioni equivoche, frequentazioni effimere o di illudere qualcun altro.
Starò con me, perché non posso stare con lui.

C’è quell’altra parte di me, però, che continua a ripetermi che dovrei inviarlo, quel messaggio. Anche solo per vedere che effetto fa’ a me, pur sapendo da ora che passerei delle ore infernali a contorcermi le dita. Un po’ come quando lanci un sasso nell’acqua, e sai che si creeranno dei cerchi concentrici, ma non puoi fare a meno di osservarli espandersi uno dentro l’altro e di contarli. Sai che quelle increspature non apporteranno alcuna reale modifica alla superficie dell’acqua, ma riconosci una differenza. Ecco, in questo stesso modo, inviargli quel messaggio significherebbe attendere una risposta che potrebbe non arrivare mai. E anche qualora arrivasse non cambierebbe assolutamente nulla.

Ma forse è proprio di questo che ho bisogno. Di gettare un’ultimo secchio d’acqua dolce nel mare prima di convincermi che non ci sarà modo per dissalarlo, per comprendere sul serio che non cambierà nulla. Forse ho bisogno di un altro tentativo incauto e coraggioso prima di chiudere questo capitolo e sentirmi del tutto svincolato da lui. Penso di doverlo a me stesso.

Che alla fine si sa, che le dighe vanno fatte scaricare e anche se artificiali possono trasformarmi in bellissime cascate.

@AndreDeLarge

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