“Tu sei fatto così” e altri tragicomici difetti

Tu sei fatto così. È la cosa peggiore che mi sia mai capitata di sentirmi dire. Soprattutto perché in quel così c’è un universo di connotazioni negative, accezioni dispregiative, incompatibilità e incomunicabilità che non riesco a spiegarmi. E non importa che mi riferisca ad amici o fidanzati, quando ciò che avevo da dire non era più piacevole da ascoltare, è con questa frase che mi hanno scaricato. Tu sei fatto così. Cioè male, sbagliato, storto.

Dicono che la sincerità paghi, sempre. Ho messo sul piatto le mie emozioni e le mie convinzioni, ho espresso pareri onesti, sapendo che esponendomi avrei rischiato l’ostilità degli altri, ma con la stessa consapevolezza di avere di fronte qualcuno in grado di sopportare le mie parole. Perché, che fossero spiacevoli o inaspettatamente taglienti, non erano dette con l’intenzione di ferire. Tutt’altro.

Se pensi questo, di te non so cosa farmene nella mia vita. Come si può cancellare qualcuno in modo così facile, con un gesto così netto? Un gesto che non lascia alcuno spazio a una possibilità di riavvicinamento, rappacificamento o chiarimento? Hai espresso la tua sentenza, mi hai etichettato, affrancato e rispedito al mittente, o affanculo. Senza considerare nemmeno per un secondo quanto quelle parole possano essere lapidarie o definitive, per me. Senza chiedere Perché lo pensi? Ma limitandoti a un Non mi vuoi bene davvero se dici questo di me, sparisci. 

E dovrei non voler dire loro più niente, dovrei essere io quello risoluto, privo di voglia di avere a che fare con loro, svuotato ed esausto. E invece ho interi file word sul mio computer che parlano con quelle persone, e di cui non sapranno mai niente. Perché mi ostino a cercare la luce sul fondo delle cose, e non lo so, non lo so davvero dov’è che trovo questa forza e questa determinazione.

È un limite che mi porto dietro da tutta una vita. È chiara la mia tendenza alla continuità, la convinzione che tutto possa essere risolto. Grandi problemi, con le persone che mi mancano, non ne ho mai avuti. Eppure, a dispetto di qualsiasi previsione, hanno mollato prima di me, lasciandomi un profondo senso di vuoto. Che cerco di colmare, continuando a fare delle cose per queste persone, quasi preparando il terreno per un incontro che non si farà mai. G. dice che non mi risparmio mai, che mi spreco e non riconosco mai il mio limite. E se non ne avessi uno?

Ho la presunzione di capire nel giro di qualche minuto quanto una persona possa diventare importante per me. Ma ho rivalutato amici d’infanzia che non consideravo persone indispensabili, coi quali invece adesso mi ritrovo a voler uscire e a voler parlare, perché mi fanno stare bene. E ho dovuto rinunciare ai rapporti che ho davvero coltivato con coraggio e con impegno, insistendo anche dopo che mi avevano ferito o deluso.

È come se le scegliessi per me, e poi non accettassi l’idea di aver commesso uno stupido errore di valutazione. Perché se ci ho trovato qualcosa in loro, significa che possono essere migliori di quanto non lo siano stati con me, ho visto quanto abbiano da dare. Ed è bastata una stupida discussione per capire che, cazzo, evidentemente non vogliono (più) darlo a me.

Non so portare rancore. Ecco un altro dei miei limiti. Ho tempistiche di recupero troppo veloci, perdono troppo presto, e non do agli altri nemmeno il tempo di capire cosa abbiano detto, o cosa abbia detto io. Cosa abbiano fatto o cosa sia stato io a fare. Forse in questo senso sono una presenza scomoda. O tolgo l’aria. O divento inutile. Corro troppo, verso un nuovo stato di equilibrio e serenità. E non è difficile da capire il motivo.

Dico quello che penso, gli altri lo dicono a me. Ma mi aspetto che con la stessa naturalezza, intelligenza o spontaneità che riescono a me, si rendano conto che è un’impressione circoscritta al momento, alla situazione e non un attacco personale. Perché se mi sei amico, se sei il mio ragazzo, e mi fai un appunto o mi fai notare qualcosa, ritengo di poter credere che non sia perché vuoi mettermi a disagio o farmi sentire sbagliato. È quello che è, un’impressione. Mi può colpire, anche ferire, ma so che resto la persona a cui vuoi bene e che non volevi farmi del male intenzionalmente. Sarà mia responsabilità pensarci, rifletterci e comportarmi di conseguenza. E so come sono fatto, ci resto male al momento. Ma dopo un paio d’ore, mi sarà passata.

Perché, a parti inverse, risulto quello che è fatto così? Tocco corde più intime? Sono più profondo nella comprensione? Semplicemente, ho ragione? Eppure davvero, se ripenso a quei momenti da Tu sei fato così riconosco io per primo la banalità disarmante delle cose che ho detto, e davvero non mi spiego come possano infastidire tanto.

Però, se mi dici solo Tu sei fatto così, e non vai bene per me cos’altro mi resta da fare? Forse sbaglio, ma resto dell’idea che, sì, l’amore sia anche fatto perché qualcuno ci faccia notare i nostri tragicomici difetti, affinché noi possiamo prenderne coscienza e – volendo – fare qualcosa per migliorare. Per diventare qualcuno di cui andare orgogliosi al di là dell’amore stesso.

E immagino che, se non si riesce a capire questo, se non si riesce a distinguere una nota a piè di pagina da una condanna di morte, difficilmente si noteranno tutti gli altri gesti d’amore che qualcuno mette in atto per noi.

@AndreDeLarge

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