Della paura di non essere pronti

Apparentemente il mondo è pieno di persone che “Non sono pronte.
Non sono pronte a lasciare casa, non sono pronte a un lavoro di responsabilità, non sono pronte a stare con qualcuno, non sono pronte a fare a meno di qualcuno. Tutti problematici, insomma.

Io non dico di essere pronti a tutto nello stesso momento.
E’ chiaro, in alcuni momenti hai solo il desiderio di sentirti al riparo, protetto, e non sbattuto in giro per il mondo a cercare quell’occasione che, tanto, nessuno ti darà se non sarai tu a crearti. E magari è vero anche che non sei pronto a camminare da solo, perché temi il fallimento e l’umiliazione di averci provato e non esserci riuscito.
A volte, invece, hai solo la necessità di sperimentarti, di capire quale sia davvero il tuo talento, di imparare qualcosa da te stesso e per te stesso, hai bisogno di qualcuno che ti insegni, che creda in te. E l’unico modo che hai per farlo è rimboccarti le maniche e partire dalla base, dalla manovalanza. Che poi se sei leader, tranquillo che sboccerai.
Ci sono parentesi di vita in cui l’ultima cosa che vuoi è dare conto a qualcuno delle tue scelte, o addirittura, in cui l’ultima cosa che vuoi è provare quella inappagante sensazione di compiere una scelta anche in funzione di qualcuno, in misura al vostro rapporto. O forse non vuoi sentirti legato a una persona che, tanto lo sai, è solo un altro fuoco fatuo.

Tutto vero. Ma se non ora, quando? 

No, non è solo il payoff figo della pubblicità di un’agenzia per animatori turistici. E no, non intendo nemmeno quella semplicistica e semplificatoria idea di doversi buttare per forza di testa in tutte le le cose – anche in quelle che sono una piscina vuota.

Io intendo proprio, quando sarà il momento per farlo? Quando smetteremo di risparmiarci? Quando faremo un passo indietro, e torneremo a studiare invece che sopravvalutarci e andare avanti come treni su binari che non sono esattamente i nostri? Quando staccheremo la spina e proveremo a farci luce da soli? Perché è questo il punto. Noi siamo lucciole, ma non abbiamo ancora compreso il grande privilegio che abbiamo di farci luce da soli.

E allora stiamo lì, sempre un po’ a metà, sempre un po’ sul chi vive, sempre un po’ sulla linea sottile che separa quello che vediamo da quello che guardiamo, quello che vogliamo da quello di cui abbiamo bisogno, quello che immaginiamo da quello che ricordiamo. Con un fagotto di giustificazioni più o meno credibili, più o meno plausibili, più o meno vere. Non sono pronto, ad esempio. Sono così e non posso farci niente. E’ più giusto, è la soluzione migliore per tutti. Non è il mio campo. Le cose non possono andare diversamente da come stanno procedendo ora.

Ma è davvero così?

Non è forse più vero che abbiamo paura? Una paura folle, nel senso specifico di irrazionale, ingiustificata e costruita. Una paura spiazzante. Paura di non farcela, di non essere all’altezza, di un rifiuto, di crollare, di rimetterci qualcosa (che poi diventa qualcos’altro, qualcos’altro ancora, rimetterci di nuovo, un altro pezzettino, un’altra volta. E intanto continuiamo a sopravvivere, mentre crediamo di non potercela fare.)

Sia chiaro, chi non ha paura è un ingenuo. Ma avere paura di provare a fare qualcosa per se stessi non ha senso. Avere paura è intelligente, ma è della paura che dobbiamo avere più paura. Io ho paura di avere così paura da arrivare un giorno a guardarmi indietro e rendermi conto di avere più film mentali che ricordi, più nostalgia di qualcosa che non è mai stata che non tenera memoria di qualcosa che è andata come poteva o come doveva forse, anche se non esattamente come avrei voluto io.

A volte mi capita di immaginare un futuro professionale diverso da quello che io stesso avrei prospettato per me o da quello che gli altri si aspettino io desideri. E allora provo a condividerlo, provo a dire Sai cosa c’è, sto pensando di intraprendere questo nuovo percorso. Che è un percorso diverso, lontano anni luce da quello che io stesso pensavo di volere. E no, non mi aspetto lo stesso entusiasmo che un nuovo progetto che mi riguarda in prima persona dà a me, ma la risposta Ah, e poi cosa pensi di fare? Dopo aver fatto questa esperienza, cosa ti rimane in mano? è una lapidazione.
Ma perché, questa nuova avventura deve necessariamente implicare un futuro peggiore, per me? Sarà diverso da quello che immaginavo, ma sarà mio, fondato sull’indiscutibile certezza di una scelta mia. E se tra tre anni, guardandomi indietro, mi chiedessi Cosa sarebbe successo se non avessi dato retta a nessuno? Dove sarei ora? Non penso di voler convivere con questo rimpianto.

Sogno di terminare il mio ciclo di studi, con quella laurea specialistica che non ho ancora preso e che mi pesa come un bilanciere un po’ troppo carico quando mi metto in testa che posso osare un po’ di più in palestra, e poi mi fanno male le gambe. Un corso in particolare, che mi interessa moltissimo e mi ispira davvero, ma ecco che Sì, ma non è spendibile, sul curriculum cosa scrivi? Chi ti assume con una specializzazione del genere? Forse più di qualcuno storcerà il naso, ma io avrò fatto qualcosa che mi sentivo cucita addosso, che sentivo mi apparteneva davvero. E solo per questo motivo avrò più passione e più motivazione di tanti avvocati che hanno scelto giurisprudenza perché E’ un lavoro stabile.

Penso al mio ex ragazzo. E mi manca terribilmente. @TypingGwen dice che è normale, che mi manca la routine del nostro rapporto, che mi manca avere qualcuno con cui fare qualcosa. Forse è così, però è comunque lui a mancarmi. Così l’altro giorno ho trovato il coraggio di sentirlo, di parlarci, di chiedergli come stesse. E’ servito, soprattutto a me. Perché non avrei dovuto farlo? Forse perché tutti si sarebbero aspettati che archiviassi la storia, fine, kaput, basta, punto e a capo? Quindi ho deluso le loro aspettative, insomma. Però ho pensato a me. A quello che sentivo io. Voglio dire, che male c’è a dire a qualcuno che ti manca? Non è un reato, non è uno sgarbo. Non c’è bruttura o distorsione, non c’è dietrologia. E’ quello che è, un spazietto vuoto che non puoi riempire con chiunque, perché è e in qualche modo sarà sempre il suo posto vacante. Avrei dovuto risparmiarmi? Con quale scusa? Non sono pronto, immagino (leggi: ho paura che mi dica di sparire perché è stanco anche solo di sentirmi.)
Non volevo arrivare a chiedermi, tra qualche settimana o qualche mese, Cosa sarebbe successo se mi fossi fatto sentire?

La peggiore delle ipotesi è, sempre, il fallimento.
Fallire con qualcuno, fallire in qualcosa. Sbagliare il colpo, mancare la mira più di una volta, in aspetti diversi della vita. Ma io non voglio ridurmi ad avere più rimpianti che insegnamenti da dare. Sì, perché un giorno sentirò di essere abbastanza grande da poter insegnare qualcosa a qualcuno.
E vorrei insegnargli ad avere paura di avere troppa paura.
Se hai paura di uno squalo, probabilmente non ti tufferai dalla barca nel mare domenicano. Questo non ti impedirà di fare il bagno. Se hai paura del buio, non spegnerai la luce di notte. Questo non ti impedirà di dormire. Se hai paura di volare, non prenderai un aereo. E comunque questo non ti impedirà di viaggiare.
Ma la paura di scegliere te steso ti impedisce di vivere, di sbagliare e aggiustare il tiro.

A volte, carichi di aspettative, di sovrastrutture, di abitudini culturali, ci dimentichiamo una cosa, l’unica cosa vera: che la vita, è una. Ed è nostra. Realmente nostra. Non di mamma e papà, non degli amici, non dei nemici. E’ nostra.
La libertà è scegliere, se rispettare quello che pensiamo dovremmo essere o quello che siamo. Con tutto il carico di emozioni, desideri, speranze, sogni, e sì, anche con i nostri timori.
Tutta l’intenzione che risparmiate, l’energia, il bene, il sentimento, esattamente, dove lo mettete?

Quindi sì, forse sono pronto anche ad assumermi qualche rischio. A dire un ti voglio bene che potrebbe sembrare inappropriato. A tentare una carriera che pochi mi attribuirebbero. A studiare qualcosa che mi interessa.

Perché quando seduto sulla mia sedia a dondolo davanti al camino, con la mia coperta di lana cotta e gli occhiali spessi come fondi di bottiglia, qualcuno mi chiederà se nella vita ho avuto il cuore di scegliere me stesso, vorrei poteri rispondere “Always.
O quasi.

@AndreDeLarge

 

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2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Andrea ha detto:

    L’ho scritto anche qualche giorno fa ma questo articolo merita davvero quindi Semplicemente Bravo!
    Hai ragione la vita è una ed è giusto rischiare se ne vale la pena, anche se a volte questo rischio può farci male di nuovo. Forse non è giusto che una persona rischi e l’altra aspetti. Ma se una persona è consapevole dei rischi e sente che ne vale la pena è giusto così. Perché almeno lei potrà guardarsi allo specchio e “sorridere”. Non c’è niente di male nel dire “mi manchi”!! Il male semmai è quando una persona riesce a cancellarti come se niente fosse e quel “manchi” lo lascia indifferente… Purtroppo le delusioni, i fallimenti sono sempre lì, dietro un angolo, ad aspettarci ma se rinunciamo a priori cosa rimane ? Niente …. Il rimorso… Ma prima o poi tutti trovano un angolo “buono”, dove non si nascondono delusioni/illusioni/fallimenti ma sicurezze/certezze.
    Passo dopo passo, errore dopo errore , troveremo la nostra strada, quella giusta.

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    1. andredelarge ha detto:

      Grazie mille Andrea.
      E’ esattamente come dici tu. Risparmiarsi non porta mai a niente, non ci fa procedere verso quell’angolino buono di cui parli.

      Un abbraccio!

      Mi piace

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