La sindrome di Lassie

Con l’espressione Sindrome di Lassie si intende un particolare stato di dipendenza psicologica e/o affettiva che si manifesta in alcuni casi nei carnefici di relazioni finite, finite male e finite malissimo. La patologia si caratterizza per una discriminazione in fasi chiaramente distinguibili tra loro.

Il soggetto affetto dalla Sindrome di Lassie, infatti, durante il periodo subito successivo alla rottura, prova un sentimento positivo di inorgoglimento e ammirazione nei confronti di se stesso che può spingersi fino all’ego-mania, al totale amore per se stessi e alla pubblica manifestazione dello stato di ritrovata felicità nella condizione di singletudine, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra il suo Io e il suo Es al punto tale da sentirsi più sicuro, disinvolto e capace di fare innamorare gli altri di sé.

In questa fase, che cronologicamente si manifesta per prima, la recisione del rapporto con l’ormai ex partner è totale. Il senso di onnipotenza e controllo che sente di poter esercitare sulla persona lasciata è inebriante. Il comportamento è volutamente duro, supponente, condito da una buona dose di indifferenza.

Dopo una parentesi di tempo che può variare tra i quindici giorni e alcuni mesi, il soggetto comincia a manifestare una sorta di insofferenza nei confronti dell’assenza di adulatori, ammiratori e spasimanti. Il picco di testosterone registrato nella prima fase crolla progressivamente, portandolo ad uno stato di catatonia tale da spingerlo a compiere un primo gesto di cedimento: farsi risentire.

Ritrovare le attenzioni ricercate nella persona che ha scelto di escludere dalla propria vita può ridonare al soggetto la fiducia in se stesso che sentiva venire meno. Il Super-Io è in questa maniera rinvigorito, tanto da stimolare nel soggetto atteggiamenti contrastanti finalizzati al puro ottenimento di piacere personale.

La Sindrome di Lassie, è, di fatto, quella cosa che prima-ti-trattano-come-un-cane-ti-privano-dell-osso-del-tuo-oggetto-di-desiderio-del-bello-e-poi-tornano. Tornano sempre. Proprio come il famoso pastore scozzese, pace all’anima sua, che nemmeno a prenderlo a ginocchiate sulle mandibole avrebbe rinunciato alla via di casa. Ma vattene, cristo dio. Stai bravo lì dove sei arrivato. Che sì, mi manchi e mi fa male che tra noi sia finita, ma sta’ buono, che anche se ci metto un po’, poi io guarisco. Non ho bisogno della secchiata di acqua gelata per svegliarmi, sono ben presente a me stesso!

Tornano tutti. Non ho mai capito davvero perché, forse semplicemente è che non hanno un posto migliore dove andare. Anche se, ve lo voglio e ve lo devo dire, secondo me affanculo non è poi così male. Tornano per noia, per ormone, o magari per sapere se anche tu sei ancora single o se stai già ballando al ritmo della balalaika con qualcun altro. Che si sa, ri-fidanzarsi per primi è una questione di principio. Perchè tu, per me, sei sostituibile. Certo. E poi mentre sei fidanzato, però, mi cerchi…

Anche nel tornare, però, c’è un codice di bon ton che va rispettato. Diverse tecniche di approccio, diverse metodologie di azione, per un’unica finalità: assicurarsi che ancora pendiate dalle sue labbra. Personalmente, sono riuscito a riconoscere queste dieci categorie di ex-avvoltoi, e le loro tecniche di riapparizione.

Il tradizionalista: è quello che torna a farsi sentire sotto le feste, forse per quella convenzione che a Natale si è tutti più buoni, va’ a capire. Ma adesso spiegami che razza di senso ha evitare ogni sfioramento persino virtuale per rispuntare con l’uovo di Pasqua. “Ehi, tanti auguri.” Ma vai a cagare va’. Apro ufficialmente la prima edizione di queste ex-olimpiadi: una sorta di toto-scommesse sugli ex che si faranno sentire. Capisco i compleanni, sul serio, li capisco. Specialmente se ricordati da Facebook, da iPhone o da mamma-maledetta-lei. Ma per il resto, sinceramente, era la scusa peggiore che potessi trovare.
Risposta: Grazie, anche a te e famiglia. [Sperando non apra una conversazione.]

Il casuale: trova il tuo numero per fatalità scorrendo la rubrica del telefono e pensa di chiederti come stai, così, per sentirsi. Che tu leggi il messaggio e ti chiedi se il mondo è capovolto. Ma come, mi ha accartocciato e buttato dalla finestra e adesso torni a chiedermi come sto? Ma guarda, gran bene davvero. Ma proprio mi sto sentendo tutta una rifioritura di farfalle e orcodi (pardon) orchidee nello stomaco che proprio te non ne hai un’idea. Che pure mia nonna non sente più la puzza di naftalina per gironi quando vado a trovarla.
R: [Qui mi sento di consigliare la non-risposta, accompagnata dal lancio del telefono, possibilmente su superficie morbida.]

Il grifo: in poche parole, c’ha voglia e nessuno si stende con lui. E’ un periodo di madra, a volte di magrissima, quindi perché non scrivere a te? Che tanto se siete single entrambi non fate del male a nessuno, è solo un po’ di attività fisica. Non c’è niente di male. Siete adulti, siete stati bene insieme, perché non divertirsi.
R: no, ma infatti, io sono d’accordo. Tu sdraiati che io prendo le forbici. Così ci divertiamo sul serio.

Il sentimentale: ti ricordi quando siamo stati a cena in quel locale carino? Ci sono stato ieri e ho ripensato a quella serata. Eravamo stati bene. No, non me lo ricordo! No! Rimosso, cancellato, non so nemmeno più dove si trova quel ristorante carino in cui abbiamo mangiato così bene per festeggiare il nostro anniversario, quello con i quadri alle pareti e i tavoli in vetro e acciaio. Non me lo ricordo, mi sono fatto lobotomizzare. Lobotomia, uno può subire un intervento chirurgico e perdere la memoria? Black out mnemonico. Fine.
R: Ma tu chi sei? Che cosa vuoi? E come mai mi pensi?

Il sentimentale zozzo: sta a metà tra Il grifo e il sentimentale. Lui del vostro rapporto ricorda le grandi scopate passionali. E anche se vi siete lasciati, pensa ancora un po’ alla tua voglia color caffè sul tuo inguine. E oh, adesso gli manca stare abbracciato con te. E te lo scrive. Ho voglia di fare l’amore con te.
R: limona con l’incavo del tuo gomito, che magari fai pure pratica per quando dovrai cimentarti col leccare altro, perché no, non è un gelato, né cono né coppetta.

Il preoccupato: ehi, ci sei ancora? Ma chi, io? No, quello che pubblica canzoni e post su Facebook e Twitter non sono io, io non ci sono più. Ma proprio sparito, andato. E lo so, è un peccato ma a volte basta un non niente e puff. É che uno mica lo può sapere quali sono i piani di Dio.
R: No, sono morto. E oh, se sono morto sono morto, ché uno non può neanche morire?

L’originale: lui è enigmatico, manda emoticons e lascia a te la libertà di interpretarle. Ermeneutico e crepuscolare. Un poeta concettuale che ti manda in sequenza una scimmia che che si tappa gli occhi, un bacino senza cuore, una mano che saluta. Gioca al comparire e scomparire, un po’ si dà e un po’ si tiene, un po’ ti fa capire che tipo e un po’ è mistico. Come fosse un po’ un pokémon, ma uno di quelli simpatici eh. E lo ignori, perché sei anche un po’ basito.
R: AHAHAH [Solo nel caso in cui dovesse rilanciare. Poi consiglio il silenzio, ma senza necessità di lanciare il telefono.]

Il disinteressato: è uno po’ annoiato e un po’ curioso. Lui deve sapere, ma non per espiare un senso di colpa o per reale apprensione, giusto per saziare quella fame di gossip che instancabilmente lo perseguita. Che, mica ti sarai già dimenticato di lui? E quindi ecco che ti arriva il suo “Weeeeeee, tutt’apposto?”
R: Tutto benissimo! M’avevano detto che eri all’ospedale! [E invece…]

Il tiratore scelto: lui si ricorda perfettamente che sette mesi prima (che io neanche so cosa ho mangiato a cena ieri sera ma va bene) gli avevi detto che volevi sapere quando avrebbero operato sua nonna. Ora, non che non ti importi, ma anche un po’ magari è meglio se evitasse di fartelo sapere davvero, che non mi sembra proprio il caso. Lui invece aspetta fino a quel giorno, con un po’ di trepidazione. E poi zac: “Domani operano nonna.” E tu sei in quella scomoda situazione in cui non puoi che chiedere e fare gli auguri. A lei.
R: Spero vada tutto per il meglio! Sono sempre le persone che lo meritano meno a stare male. Tu piuttosto? Principi di virus intestinale ne hai? [E poi tagli, che se davvero vuoi sapere come sta la nonna, l’indomani la trovi su Facebook. Ingessata, aperta col cuore di fuori, col camice e le chiappe al vento. Tranquillo che il modo di assicurarmi che sia ancora viva lo trovo. Poi farò in modo che ti corchi de mazzate, che col gesso viene pure meglio.]

L’opportunista: ha bisogno di un favore. Un libro, un indirizzo, un numero di telefono. Uscire con quel tuo amico carino. Lo capisci dall’approccio. E’ tanto che non ci sentiamo. Ma dai? Sei perspicace, occhio di lince che non sei altro. Non ci sentiamo da quattro mesi, quindici giorni, sette ore e dodici minuti. Tu come te ne sei accorto?
R: Sparisci.

Il vocalist: lui è ardito e sfrutta l’effetto doppiaggio di se stesso. Imposta la voce e ti manda un vocale che possa effettivamente lasciarti intendere i suoi reali sentimenti. E’ contrito, triste, dispiaciuto. Che proprio te se strigne il cuore. T’ha lasciato lui, vuole solo che tu lo sollevi da quel maledetto senso di colpa, così se si scopa un tuo amico o si infila in qualche conversazione che ti riguarda su Facebook si fa forte del fatto che scusa te l’ha chiesto e tu l’hai perdonato.
R: Non è che puoi urlare un po’ di più? Così magari mori.

Che sia per un motivo o per un altro, i ritorni non sono altro che il modo fantascientifico con cui qualcuno si assicura di avere ancora la tua attenzione. Ne sono convinto, così fermamente che ne ho fatto un mantra, e me lo ripeto ogni volta. Non sta cercando te, non vuole parlare con te, non è di te che sente di aver bisogno. Quello che desidera è una ghiandola in grado di sintetizzare per lui tutto il testosterone di cui la solitudine l’ha privato. Non cedere al peso dei ricordi, ai sentimentalismi e all’emotività. Sì, forse se tornano è perché comunque un segno l’hai lasciato nelle loro vite, comunque qualcosa di te sei riuscito a trasmetterlo e a farlo capire. Ma non lasciare che si prendano il resto, non lo meritano. Non guardarti indietro, perché non è in quella direzione che stai andando. 

C’è però un’undicesima categoria, ultima ma non meno importante, di ritorno inaspettati. Gli ho riservato un posto d’onore, lontano dalle altre, perché non è paragonabile a nessuna di queste. E’ quella del nostalgico. Lui non fa giri di parole, non si perde nei manierismi degli altri dieci. Lui va dritto al punto e ti dice Mi manchi. Non si aspetta una risposta, non si aspetta che tu faccia qualcosa. Te lo dice perché è ciò che sente.

E’ una categoria di Lassie che rispetto moltissimo, di cui apprezzo l’onestà intellettuale e la schiettezza. E’ uno schiaffo, resta comunque uno schiaffo, e forse proprio per questo fa sentire come ancora più definitiva la separazione. A lui mi sento di rispondere, di chiedergli come sta. Non si ripristinerà niente, ma ad un certo punto ci si deve qualcosa proprio come esseri umani. E quella chiacchierata può riaprire alcune ferite, ma anche velocizzarne la cauterizzazione. Forse, anche guarire insieme è meglio che farsi la guerra.

@AndreDeLarge

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