La fine ha un fine

Si dice che chi ben comincia sia a metà dell’opera.
E’ una cosa a cui mi capita di pensare spesso, soprattutto quando faccio i conti con le cose che nella vita ho cominciato io, e con quelle che ho concluso.
E, in tutta onestà, non sono sicuro di essere d’accordo.

Sì, ci sono segni e segnali che fin dai primi passi che muovi in un’esperienza nuova ti permettono di prendere le misure con quello che stai facendo e con come lo stai vivendo. L’entusiasmo, ad esempio. La pelle, le sensazioni. La confortante sicurezza di sentirti a tuo agio e la soddisfazione che ottieni dagli stimoli che ricevi.

Inutile nascondersi: ti bastano pochi giorni, poche ore, forse addirittura pochi minuti per rispondere alle domande più semplici. Ti senti bene? Sei tranquillo? E’ davvero quello che vuoi? Ti manca qualcosa? Ti sento libero di esprimerti?

Eppure. Eppure più ti scruti dentro, più cerchi di ascoltare te stesso, e meno sembri saper rispondere a quelle domande. E no, non si tratta di non saper accettare le risposte, si tratta proprio di non saperle dare. Esiste una terra di mezzo, un purgatorio in cui ci riduciamo a pascolare i pensieri, che si inseguono come le pecore che provi a contare la sera prima di prendere sonno, dove tutto sembra semplicemente sospeso. Una condizione che diventa tua con una naturalezza spaventosa. Tu, che fermo-immobile-inchiodato-nelle-tue-scarpe fai proprio fatica a starci.

Ma com’è che succede? Com’è che ti infili in quell’assenza di gravità? E’ un labirinto che pensi di sapere affrontare, forse. E che in realtà sai davvero affrontare, ma non lo fai.

Ho ventiquattro anni e nella vita ho impiegato più tempo a trovare un’uscita da un labirinto che non a cercare una strada più adatta ai miei passi. Ho avuto tanti primi giorni, tante prime volte, tanti inizi. E questo significa soprattutto che ho avuto tanti ultimi giorni, tante ultime volte, tante fini.

E’ strano, trovarsi a fare i conti con se stessi a ventiquattro anni. Pensi che tirare le somme abbia a che fare con la stagione della maturità, della piena consapevolezza di sé. Che ti farai quelle domande a quaranta-cinquant’anni, quando ripensando al tuo percorso avrai seriamente qualcosa su cui farti delle domande. Una carriera andata come potevi, un amore andato come dovevi, una quotidianità andata come volevi.

Ma, senza presunzione, sì, è vero: ho attraversato soglie di labirinti che sapevo non mi avrebbero portato da nessuna parte. E, questo sì con presunzione, se l’ho fatto è perché ero convinto di poterli percorrere. O forse non ho letto i segnali?

Ripenso al mio primo contratto di lavoro. Sapevo che non era quello che desideravo fare, che alla lunga l’avrei trovato frustrante, eppure l’ho accettato. Ripenso all’Università e a quel desiderio di completare il ciclo di studi con una laurea specialistica che non ho ancora mai preso. Sapevo che con più sarebbe passato il tempo, con meno avrei avuto lo slancio di rimettermi a studiare. Eppure l’ho lasciato passare. Ripenso alle persone che ho incontrato, a tutti i presupposti che non c’erano e che io cercavo di costruire per portare avanti rapporti improbabili, impossibili forse. Eppure li ho intrapresi. Al tentativo di fare un’esperienza all’estero, fallito due volte nonostante la volontà di farlo davvero. Eppure mi sono fatto sfuggire quel treno tra le mani.

E la realtà è che non ho mai saputo uscire dal labirinto in tempo. O in tempi accettabili, che io avrei potuto gestire. Quindi, ora me lo chiedo: perché infilarsi in quella mezzanotte nei giardini del bene e del male che di fatto è una sabbia mobile?

Ripeto sempre che i nuovi inizi non mi fanno paura, ma non è vero. Se ci penso davvero, ho avuto ultimi giorni più belli di quanto non lo siano stati alcuni primi giorni. L’ultimo giorno di Università, la soddisfazione di una lode a cui aspiravo seppure dicevo di no. L’ultimo giorno da disoccupato, quando con orgoglio ho detto a me stesso: hai un lavoro. L’ultimo giorno da covered, quando ho fatto coming out. Il primo di una serie di coming out che purtroppo non finirò mai di dover fare. L’ultimo giorno da vergine, quando il cinque ottobre 2007 ho fatto l’amore per la prima volta.

Tutte esperienze cominciate in maniera tragica. L’Università, intrapresa con la consapevolezza che non molti credevano in me e l’invidia – anche in famiglia – di chi sapeva che io ero il primo a poterlo fare davvero. Il lavoro, in un ambiente piccolo e familiare, dove mi hanno fatto sentire l’ultimo arrivato per un po’. Il processo di accettazione e condivisione di me, e che ve lo dico a fare. Il disagio provato nello spogliarmi davvero davanti a qualcuno per la prima volta.

Allora forse non è vero che chi ben comincia è a metà dell’opera. Forse un inizio non è indicativo della buona riuscita di qualcosa. Forse è per questo che gli inizi mi fanno paura, perché non sono chiari e lasciano il posto a domande che potrebbero non trovare risposta. Sono all’altezza? Ricambia il mio interesse? Gli piace quello che stiamo facendo? E’ ancora convinto di volere proprio me nel suo team?

Alcuni dei miei primi giorni, sono stati sassate in faccia. Gli ultimi giorni, con quelli mi sento sempre più a mio agio. Chiudere non mi fa paura, mi lascia l’amaro in bocca certo, ma non mi spaventa. E’ uscire dal labirinto, e va bene. Mi pesa di più non chiudere, a volte, non terminare le cose, restare in sospeso. Non dare senso all’esperienza che ho fatto o al rapporto che ho vissuto. Mi fa più male lasciar cadere le cose, piuttosto che risolverle, dare loro un senso. Per me chiudere è importante, imprescindibile. Farlo con rispetto, dignità e intelligenza un dovere che ho verso me stesso.

Il purgatorio, allora, potrebbe essere quella parentesi di tempo in cui hai bisogno di lasciare che le cose siano e basta, senza che sia tu a intrometterti nel flusso degli eventi con le tue azioni. In cui senti l’esigenza di farti trasportare un po’, per vedere se poi l’uscita del labirinto si rivela da sé.

Nel mio caso, credo sia più che altro lo stupido tentativo di rimandare un nuovo inizio. E’ una sospensione cretina la mia: tra la voglia di chiudere e l’impegno testardo e macchinoso di portare avanti qualcosa per paura di doverne iniziare un’altra. Nuove abitudini, nuove routine, nuove insofferenze anche.

Soprattutto, il disagio di dovermi spogliare per la prima volta, un’altra volta, davanti a qualcuno. Che non cambia mai.

@AndreDeLarge
ph: Claudia Gaiotto Official 

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