#10 diventare grandi

Da piccolina ho scoperto il piacere della lettura andando in biblioteca. E’ stato proprio in una visita fatta con la mia classe delle elementari che ci è stato detto che potevamo avere la tessera nominativa. Ricordo di aver chiesto a mia mamma di accompagnarmi a farla, non appena avesse potuto. Quella tessera sarebbe stata solo mia. Mi faceva sentire grande. Ecco, io immaginavo che essere grande volesse dire un po’ quello. Avere qualcosa di tuo. Ho sempre avuto un forte senso di indipendenza e una cocciutaggine a dir poco snervante (per gli altri). Andavo dritta all’obiettivo ed ero anche categorica. O bianco o nero. Niente lasciato al caso.

Ora “sono grande” e ho capito che diventare adulto è tutta un’altra storia. Ciò che sento più mio e che penso di aver costruito, ha tutto fuorché dei contorni definiti. E quello, invece, che li ha, non so ancora se mi si cuce veramente addosso. La laurea, per esempio. Nonostante mi faccia avere un lavoro di otto ore cinque giorni su sette, nel settore per il quale ho studiato, non mi impedisce farmi travolgere dai dubbi. Da piccolo sei integro, vivi di eccessi. Piangi per le ingiustizie, elimini facilmente chi non vuoi dalla tua vita e inquadri come “migliori amici”, chi ti sta accanto. Da grande, alcune ingiustizie, invece, ti scivolano addosso. Non sempre sai distinguere il confine tra chi vuoi e chi non vuoi. E non piangi così tanto. Non puoi farlo.

Quando si è conclusa la mia prima storia d’amore avevo diciannove anni. Ho passato un’intera settimana a piangere in qualsiasi luogo. Credo mi abbia visto tutta la scuola. Anche i bidelli sapevano che fosse finita. Una mia professoressa mi aveva abbracciato dicendomi “so cosa provi. Da grandi si soffre allo stesso modo. Si piange solo un po’ di meno“. PANICO. Soffrire allo stesso modo? no ti prego. Oggi, posso dire che aveva ragione. Al massimo ti ritrovi ad avere gli occhi lucidi davanti allo schermo del pc, mentre cerchi, con noncuranza, di portare avanti le attività della giornata. Ringrazi di avere una sciarpona dove nasconderti, se un’ondata di tristezza ti colpisce in mezzo alla gente. Continui a sorridere, perchè, tra l’altro, ad essere una bimba tanto nazi, hai abituato gli altri a non vederti cedere così spesso.

Ecco, crescendo senti che a volte hai bisogno di cedere. Te lo devi. E scopri che non sei più integro. Hai tutta una serie di pezzi che provi a tenere insieme. Sono pezzi che arrivano da un passato che ti ha segnato, ma anche dai successi che ti hanno fatto distaccare da ciò che eri. Capisci che, anche se il mondo ti vede adulto, tu sai di doverti ancora costruire. Sai di essere instabile. Pensi di dover escludere le variabili che possono destabilizzarti, dato che non sei neanche a metà dell’opera che porta il tuo nome. Ma la destabilizzazione se deve arrivare arriva, e scopri che, alla fine, non ti impedisce di costruirti. Perchè, per dirla con una citazione: “per fare un passo avanti devi perdere l’equilibrio”. E in un mondo, dove di stabile non puoi avere quasi più nulla, capisci che devi imparare a vivere barcollando. Diventi il giocoliere di te stesso. E anche se pensiamo che dobbiamo trovare dei punti fissi, in realtà, credo sia solo necessario tentare di far roteare costantemente i birilli.

@Gue262

Ph: rotgas..

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