Io sono una giraffa

La prima cosa che nota chi entra in camera mia è una distesa di chiazze marroni e gialle. Giraffe, ovunque. Ci sono giraffe peluche sul letto, sulla libreria, sulle mensole. Ho un porta DVD e CD a forma di giraffa, alto più di due metri. Portafoto, svuota-tasche, tazze, elementi di cancelleria, tutto a forma di giraffa. Non c’è un vero motivo, è solo il mio animale preferito. Lo considero il mio animale totem. E’ un animale alto, goffo, dinoccolato. Vive in comunità, ma di piccolissime dimensioni. E’ buffo. Soprattutto, appare fragile e facile da predare. In pochi sanno che ci vogliono fino a sei leoni maschi adulti per abbattere una giraffa. E’ soprattutto per questo, che l’ho scelta. E’ forte, ma docile. E’ indipendente, ma odia stare da sola. E’ fiera, ma furba e veloce. Sa quando è il momento di mollare.

Colleziono giraffe dal Natale del 2009, quando mia cugina mi ha regalato la prima promettendomi che le avrei affiancato duecento sorelle senza nemmeno accorgermene nel corso della mia vita. Gliel’aveva detto la donna indiana che gliel’aveva venduta.
Ma non è sempre stata la giraffa, il mio animale preferito.

Quando ero piccolo mi piacevano i cavalli. Tantissimo, facevo equitazione. E la maggior parte dei mie giocattoli erano cavalli. Peluche, action figures. Forse ho perso il conto di quei cavalli. E anche i miei genitori. Credo non si perdoneranno mai per aver perso il conto dei miei cavalli. Ma lo sapevano tutti che li amavo. E me ne regalavano in continuazione. Lo sapeva anche il mio vicino di casa. Anche lui mi regalava dei giocattoli cavallo. Ero troppo piccolo per capire che quei regali erano caramelle di uno sconosciuto.

A sedici anni, il mio primo ragazzo, che al tempo ne aveva ventisei, mi ha lasciato una cicatrice addosso, giusto per non dimenticarlo. Ero confuso, l’avevo lasciato perché al tempo ero sicuro di essere innamorato di una mia compagna di classe. Voleva dimostrarmi che sbagliavo.

Realizzare che ero attratto dai ragazzi è stato un processo difficile, e lungo. Ho odiato me stesso per questo motivo, perché non mi spiegavo come potessi trovare l’amore in un ragazzo, quando proprio il genere maschile mi aveva provocato tanto male. Mi davo del masochista, del disturbato mentale. Ma ci vogliono sei leoni maschi adulti per abbattere una giraffa. E così ho scelto di seguire la mia natura.

Quando, dopo sei anni, ho sentito l’amore e mi sono concesso la libertà di crederci, e mi sono finalmente re-innamorato di me stesso e così anche di un ragazzo, sono stato tradito. E l’ho scoperto da una foto capitata su Instagram. I ragazzi che si sono succeduti, prima e dopo, hanno più o meno tutti deluso le aspettative e riempito solo dei vuoti provvisori.

La mia esperienza, la mia infanzia e adolescenza sono state segnate da due eventi che hanno irrimediabilmente influenzato il mio rapporto con i ragazzi, e col sesso, specialmente quando sono emotivamente coinvolto. Perché so bene che il sesso può essere mera merce di scambio, e la mia testa è sempre proiettata a cercare la fregatura. E’ sempre sul chi vive, a chiedersi se basta stare bene per parlare di relazione o se anche questo ragazzo è solo fuoco fatuo. Non riesco a sentirmi a mio agio in alcune situazioni. I silenzi mi mandano tremendamente in paranoia. Non sopporto quando non mi si parli negli occhi, non riesco a fare l’amore in posizioni in cui è reso impossibile il contatto visivo.

Faccio fatica a fidarmi delle persone. Faccio fatica a provare solo leggerezza. Perché soffro di attacchi di panico, dal 2007. Perché per me è più facile pensare male, che bene. E a volte perdo la ragione, perché non riesco a guardare lucidamente alle cose. Perché mi spavento, perché ho paura di perdere e dover rimettere insieme i pezzi, ancora. Sbarello, perdo proprio la tangente. Reagisco male quando mi trovo in situazioni al netto dei fatti ridicole, perché mi aspetto la sola, quindi cerco di prevenirla. E lo faccio cercando un canale di comunicazione, che quando non è appagato, o viene frustrato e mortificato dall’altro, mi catapulta fuori da me e mi fa perdere il contatto con la realtà. E’ così che incasino sempre tutto. Parlando.

La giraffa ha il cuore lontano dai pensieri, si è innamorata ieri e ancora non lo sa. Questo è il suo problema. Che poi è anche il mio. Prendere a testate un compagno, un amico, prima di stabilire che può restare. Ma una botta, due botte, tre botte. Alla quarta capocciata, pure a quello girano i coglioni. E a quel punto o rimane, e indossa i guanti paracolpi, e ne ridà indietro un paio ben assestati, oppure se ne va.

Le mie insicurezze possono sembrare eccessive e esagerate, ma non sono immotivate o irragionevoli. Irragionevoli possono essere i motivi che le fanno riemergere, ma ci sto lavorando. Combatto con me stesso quasi ogni giorno, ma a volta la paura di rovinare tutto in amicizia come in amore mi porta a rovinare tutto. Sono bipolare, passo gran parte del tempo a discutere con me stesso. Ma non posso fare a meno delle due metà di me. Che a volte è davvero difficile tenere insieme. Ma a chi tentasse di separarle, sia preparato. Ho ago e filo a sufficienza per tenermi insieme da qui alla fine.

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So quanto posso essere terribile.
So che pessimo amico posso essere, quando stabilisco che qualcosa non mi sta bene e allora chiudo tutti fuori e tratto male chiunque. So che fidanzato terribile riesco a essere, quando mi si ficca nella testa un’idea e nessuno riesce a rimuoverla. E ci arrivo solo dopo, magari, quando anche quello che ha pensato il cuore raggiunge il cervello.

E no, non è una giustificazione. Non voglio che lo sia. Ma per certi versi sono un ragazzo interrotto, e non c’è rimedio per cancellare il ricordo di quelle caramelle. Per questo sì, per quanto io possa impegnarmi e lavorare sodo e mettermi in discussione e ripartire da capo per il bene di un noi, ho bisogno di rendere conto a me stesso, prima di tutto. Di tenere insieme i pezzi della mia storia, di rispettare le suture che con fatica ho intessuto sulla pelle. Di non sprecarmi, non posso permettermi di ritrovarmi in continuazione a mettere insieme i miei cocci. A sbattere la testa contro persone poco disposte al dialogo, al confronto, e ad accettare le mie spigolature.

Perché io non ho bisogno di avere una relazione, se mi procura imbarazzo o disagio per quello che sono. Gli attacchi di panico sono una malattia. Ma si annidano nella testa, non nell’intestino o in una gamba. E’ come vivere con un’altra persona che ti sussurra continuamente nelle orecchie che tutto andrà male. Di seguire il tuo istinto, le tue intuizioni. Che non stai sbagliando a vedere tutto nero, perché è tutto nero. E non lo zittisci. Puoi fingere di non ascoltarlo. Ma è un disco rotto.

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8 commenti Aggiungi il tuo

  1. Marta Vitali ha detto:

    Sono convinta che riconoscere gli attacchi di panico sia un passo in più verso la malattia, ora devo solo sconfiggerli, e ci riuscirai. Ma, non ho capito una cosa, perché le tue giraffe non hanno le pupille?

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    1. andredelarge ha detto:

      È solo una scelta stilistica del tatuatore, la sua firma 🙂 aggiunge espressività!

      Grazie per la fiducia, ci sto davvero provando!

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  2. fuliggine ha detto:

    Convivo con gli attacchi di panico dal 2001, capisco.
    Scusa se sono così diretta, ma ti leggo da poco, scrivi di essere bipolare e mi permetto di chiederti se ti è stato diagnosticato e se prendi farmaci per questo.
    Hai un gran coraggio, oltre che ad una bella giraffa!
    Un abbraccio

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    1. andredelarge ha detto:

      Ciao Fuliggine!
      La bipolarità mi è stata diagnosticata dalla sfilza di stronzi che mi hanno mortificato per i miei attacchi di panico. Che non li capivano, li sminuivano e mi hanno preso in giro, senza ascoltare.

      Non sono patologicamente bipolare, ho degli sbalzi di umore molto violenti che possono influenzare la mia percezione della realtà.

      A volte sbarello, spesso riesco a controllare il respiro e il corpo. Generalmente significa prendersela con qualcuno in particolare. O sparire proprio per ore.

      I farmaci mi sono stati consigliati. Non mi sono ancora piegato all’idea. Mi sento felice la maggior parte del mio tempo, non sono depresso.

      A volte mi spavento, perché rivivo alcuni stati d’animo, alcune situazioni, o così mi sembra.

      Tu, come riesci a conviverci? 🙂

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      1. fuliggine ha detto:

        Ho imparato a conoscermi e ormai capisco gli indizi quasi sempre prima che l’attacco arrivi. È questione di esperienza e anche di abitudine. E di capacità e possibilità di controllo.
        Vorrei mandarti una mail, se vuoi contattami all’indirizzo che ti appare nel commento. Se non vuoi non importa, continuo a leggerti lo stesso 😉

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      2. andredelarge ha detto:

        Anche io, la maggior parte delle volte riesco a prevenirli. Anche se mi sento molto ridicolo, e questo non aiuta. Mi sento goffo, stupido e tristemente vulnerabile. Perché fatico a spiegarlo a chi mi é accanto. A volte riesco semplicemente a non farlo a vedere. Altre volte ho bisogno di allontanarmi fisicamente da alcuni luoghi, o alcune persone.

        Purtroppo non riesco a vedere il tuo contatto e-mail. Ma dal mio blog puoi accedere direttamente alla mia pagina Facebook 🙂 Ti va di contattarmi li?

        Ti leggerei volentieri!

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      3. fuliggine ha detto:

        Domani trovo il modo e ti scrivo. Scappo a nanna!

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      4. andredelarge ha detto:

        Grazie ancora, buona notte 😀
        Un abbraccio!

        (In alternativa Twitter, Instagram, sono un po ovunque 🙂 )

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