#9 è sempre questione di chimica

“E’ possibile che la nostra sfera emotiva, per quanto uno si sforzi, sia sempre così dominante?”

Me l’ha chiesto R. alla fine di una birra serale post lavoro. Ci siamo visti perché è in crisi, dopo essere stato brutalmente “friendzonnato”. In realtà non è stato proprio friendzonnato. Dopo un incipit che sembrava decisamente positivo, lei ha fatto un passo indietro. Ecco, non mi soffermerei a indagare sui torti, sulle ragioni o sulla validità della scelta. Il risultato è sempre lo stesso e va metabolizzato. Nel frattempo lui sta da schifo. Come biasimarlo!

Se ci fosse stato anche D. con noi, ci avrebbe preso a ceffoni. Perché D. non vuole relazioni e da ben tre anni riesce a stare con delle ragazze, senza alcun coinvolgimento emotivo. E quando dico niente, intendo proprio niente. La bambina della Lufthansa direbbe: “è questione di fisica”. In un certo senso siamo lì. La “questione di chimica”, non sorge proprio. Forse, lui, una domanda del genere non se la porrebbe nemmeno. Ce la fa benissimo. E sembra pure stare benissimo, alla facciazza di noi romanticoni, che piangiamo per i nostri castelli distrutti. Siamo dei mutilati dell’amore e, nonostante tutto, non ci esimiamo mai. E anche qui, da D. volerebbero schiaffi. Ma può risparmiarsi. A volte son la prima che mi ci prenderei, per le situazioni in cui mi infilo. R. ha chiesto e io non ho saputo rispondere. Ho sorriso, come si fa quando non capisci qualcosa. Ecco. Lì sorridi e annuisci. Qui ho sorriso e ho alzato le spalle. La meta-comunicazione, a volte, arriva dove non sono in grado di palesarsi le parole.

Oggi però ho una teoria. Questa teoria parte dal mio nuovo lavoro. E’ un’azienda grande, in cui tutti sono cordiali. Ma nessuno è interessato. Parlo dell’interesse vero, quello che spinge a creare dei rapporti che vadano oltre i convenevoli. Mi sembra che tutti sappiano qualcosa della vita degli altri, ma che nessuno, sia veramente nel quotidiano di chi gli sta attorno, se non per le otto, nove o dieci ore che sono casualmente obbligati a condividere. E a me manca tanto il lato umano. Non è un brutto ambiente, nel senso più comune del termine. Sembra solo un po’ anaffettivo.

Di fronte a questa consapevolezza mi sono ritrovata a pensare alla domanda di R. Credo che, in realtà, la sfera emotiva possa non dominare. Qualcuno ce la fa. Io, invece, esco da lavoro un pochino svuotata da questa assenza. Svuotata nel modo più becero che conosca. Mi hanno svuotato anche le persone, in passato. Non lo nego. Spesso sento la mancanza di chi ha fatto parte della mia vita. A volte manca il respiro, quando, per una semplice associazione mentale, mi ricordo di qualcuno. Adesso, ad esempio, per comodità prendo il treno tutti i giorni. È solo una fermata. Ma per una persona come me, che ha tanti ricordi legati alle stazioni, quell’unica brevissima tratta smuove mille sensazioni. E quando succede penso che, forse, aveva ragione quel ragazzo che mi ha detto di voler mantenere neutri gli ambienti come gli aeroporti. Collegarli a un’emozione, infatti, lo considerava un mix devastante.

“Dai, oggettivamente è meglio di no” “beh perché esiste l’oggettività?”

E con questa seconda domanda R. mi ha fatto dubitare delle mie convinzioni. Stavo dicendo che fosse meglio lasciar perdere chi decide di fare un passo indietro. La verità è che, a volte, ho bisogno di pensare per assoluti. Giusto-sbagliato. Perché la mia emotività mi farebbe presentare davanti al posto di lavoro di qualcuno, per sapere se sta bene. Ma è “giusto” chiedersi se sta bene una persona che ha deciso di rinunciare a te per concentrarsi sul proprio percorso di ricerca dell’equilibrio? (E anche qui da D. volerebbero pizze, come dicono a Roma). Il punto è che, sinceramente, io mi sento molto più mutilata così. A non dare il massimo. A limitarmi alla superficie. Ad arrendermi in partenza. A non avere fame delle persone. Quindi, a R. alla prima domanda risponderei: sì è possibile. Perché sforzarsi di ridurre qualcosa che ci caratterizza così tanto, vorrebbe dire rinunciare a un pezzo di noi. E rinunciare a un pezzo di sé, è forse più destabilizzante di quando, quel pezzo, te lo toglie qualcuno.

@Gue262

ph: Mike McCune

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