#8 Semplicemente: no-hero

Durante una puntata di Grey’s Anatomy, Amelia si mette con le spalle dritte, i pugni serrati a premere lungo i fianchi in posizione da Superman. La testa alta. A chi chiede cosa stia facendo lei risponde “I’m being a superhero”.Le serve per darsi coraggio. Per affrontare le operazioni impossibili. Per sentire quell’iniezione di fiducia smuoverla da dentro. Perché si sa, gli altri possono pensare che sei bravo, ma per esserlo davvero, devi prima di tutto crederlo.

Non penso di avere mai avuto la necessità di essere una supereroina. Sono una persona che ha avuto delle difficoltà come tutti, ma nulla di così tragicamente scomodo, da sentire le mie fondamenta traballare. In questo senso, mi reputo un’eletta e non ho paura a dirlo. Ho conosciuto una persona, però, che ai miei occhi, un po’ supereroe lo è. È un ragazzo che ha forte ambizioni, una bella testa e la voglia di farcela. Ha molte responsabilità per la sua età. Diciamo che, da una parte, la vita gli pone delle sfide da cinquantenne navigato e dall’altra parte c’è lui, che ha la grinta e il desiderio di sognare in grande. Com’è giusto che sia a soli ventisei anni.  Quando lo vedo mi ricordo di questa scena di Grey’s Anatomy. Mai una lamentela di troppo, mai l’espressione di una preoccupazione con un po’ più pathos del dovuto, ma un controllo a dir poco smisurato, per quello che racconta. Ogni volta, nella mia testa, scatta una sorta di dissociazione tra ciò che dice e come lo dice, perché mi risulta abbastanza sorprendente. In una delle ultime conversazioni mi è venuto spontaneo dirgli “guarda che non devi fare il supereroe”. Non volevo sminuire il suo sforzo di mantenere una stabilità, nonostante tutto. Cercavo, a mio modo, di dirgli che va bene avere paura.

Proprio in questi giorni Elisa ha pubblicato il singolo del lancio del suo nuovo album. Si chiama, caso vuole, “no hero”. Scrive:

I can’t jump over buildings
I’m no hero
But love can do miracles
I can’t outrun a bullet
I’m no hero
But I’d take one for you
Sure I would.

A volte credo che abbiamo tutti bisogno dei non-eroi che si prendano un po’ cura di noi. Mi piace interpretare quel “love” della canzone, come affetto. Non necessariamente amore. Ma quel sentimento sufficiente che ti fa dire a una persona a cui tieni “ehi, ci sono”. Non è la sindrome da crocerossina. Se dall’altra parte vedessi qualcuno che, in primis, non vuole superare le difficoltà, di certo non mi ci metterei. Non ho la presunzione, ma nemmeno il desiderio, di poter salvare qualcuno.

Ciò non toglie che i cedimenti ci siano, che, forse, quei crolli son meno forti se sai di poterti voltare e avere qualcuno che ti sta guardando le spalle. Questo perché, semplicemente, è una cosa che cerchiamo fin da piccoli. Quando impariamo a camminare e cadiamo, infatti, c’è una persona, nonno, genitore, fratello, che in teoria ci tende una mano per rialzarci, rassicurandoci che le cadute fanno parte del gioco. Ma che il gioco continua. Crescendo, come giusto che sia, quella figura che ha le braccia tese per raccoglierci se qualcosa va storto, è sempre più lontana. Per qualcuno, addirittura, non c’è mai stata. Questo non vuol dire che non ci potrà mai essere. O che non si possa ritrovare in qualcun altro. Perché no. Nessuno può essere supereroe a lungo. Anche Superman aveva la criptonite come punto debole.

Mi piace pensare, piuttosto, che siamo tutti degli imperfetti non-eroi, che all’occorrenza possono diventare dei supereroi. Per sé stessi, certo. Per gli altri, anche. E ancora meglio: insieme agli altri.

@Gue262

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