L.I.P. o di come me ne vorrei andare

Come al solito, è stata una telefonata nella notte a informarci che lo zio, malato da poco più di un mese, se ne è andato. Mi sveglia mio padre. Che c’è? Preparati, dobbiamo partire. Destinazione? Anzi, Potenza. E’ morto lo zio. Sì. Che palle.

Che palle la morte. Per quanto te la aspetti, riesce sempre a sorprenderti col suo tempismo cinematografico. Il tempismo è il principale ingrediente di una commedia. Di fatto la morte è uno sketch comico, il più divertente. Perché si sa, ride bene chi ride ultimo.

Così partiamo. Dieci ore di viaggio in macchina e non so quanti gradini più in alto, siamo a casa della zia. Anzi è un paese vecchio, costruito tra il 1100 e il 1200 d.C. e mai cambiato. Si è fossilizzato nella pietra in cui è stato scavato, con quei suoi pertugi stretti, le scale ripide, le case gnomiche e i volti segnati dal tempo. A casa della zia si accede da un terrazzo direttamente collegato a una delle scalinate che si snodano dall’unica arteria principale. Le macchine non possono salire oltre quel limite.

In casa c’è tanta gente. Tantissima. Tolgo la giacca, stringo mia cugina. Ma più che le sue lacrime soffocate nel mio collo, sono gli occhi addosso di tutto quel pubblico ciò che mi brucia di più. E’ una processione. La gente arriva, saluta, piange disperatamente, entra in camera da letto dove è disposto il corpo, bacia la zia, che non ha mai lasciato la stanza. A turno si siedono sulle sedie che come un muro del pianto proteggono il letto, e lo zio. Mi sale la nausea, tutta questa esposizione, questa public display of emotions, mi sembra una violenza. E’ lo spettacolo del dolore.

Devo uscire, raggiungo i miei fuori. Mi accorgo in fretta che siamo noi, i nordici, gli unici che non riescono a partecipare a quella kermesse di cantilene dialettali, singhiozzi e condoglianze. Mia mamma fuma nervosamente. Voglio che se ne vadano tutti. Lo so. Ma non se ne vanno. E’ un pellegrinaggio, vengono tutti a toccare il santino, come se mio zio fosse pio o beato. Io riesco solo a pensare che le scarpe che gli hanno messo sono troppo grandi, che ha un occhio aperto e ormai resterà così, e che è giallo, è così giallo.

E’ presto sera, non so quante mani ho stretto, quante guance baciato. Non so quanti occhi umidi ho evitato, per paura che bagnassero i miei. Ho sempre pensato che piangere un morto sia un diritto acquisito e non naturale. Che è una questione di buon gusto trattenersi, se non è la tua famiglia. E che mia madre ha bisogno di vedermi integro, per non crollare. Perché qui, invece, sembra che tutti aspettino di entrare in casa per disperarsi?

Lucia e Lina, nipoti dello zio, si prendono cura di tutti. Sembrano automi imperturbabili. Non le ringrazierò mai abbastanza per questo e per quello che hanno fatto. E per avermi offerto una spalla per respirare quella leggerezza con cui io affronto eventi tragici come gli strappi alla vita. Cucinano per tutti. Giù è usanza che la famiglia del defunto non usi la cucina. Tutto quello che si mangia, se si mangia, deve essere offerto e preparato da altri. Il tavolo è offerto da Gaetana, la meravigliosa donna che vive di fronte a mia zia, a un gradino di distanza.

Porto mia madre a casa nostra, quella che abbiamo al paese. Io, gli zii e i cugini di Milano ci sistemiamo lì. Nessuno dorme, ma abbiamo tutti fretta di andare a dormire. Torno a casa della zia al mattino presto. Non hanno avuto un attimo di tregua. Il prete è stato a casa per una messa cantata. Casa è rimasta aperta tutta la notte, il corpo dello zio a disposizione del paese. Tutto il paese. Il via vai continua anche ora, prima che lo mettono via. Chiunque entra mi mette le mani in faccia e sorride dolcemente. So qual è il motivo, e lo odio. Ogni volta che scendo a Potenza mi porto addosso un marchio a fuoco, una lettera scarlatta. A volte mi sento anche colpevole e mortificato, ma purtroppo non posso farci niente. Venticiquattro anni fa mio cugino è morto in un incidente d’auto. Ora che ho la sua età, sono la sua copia vivente. La somiglianza è impressionante. Mi sembra di aggiungere ulteriore dolore.

Eccolo, un altro orrore. Trasportare a spalla una cassa nelle strettissime vie in salita di quel paese è una vera e propria impresa. Il torpedone fino in piazza, due macchine cariche di fiori e corone seguono il carro. I funerali ingrassano i fiorai. Le famiglie più ricche ad Anzi sono quella delle pompe funebri e quella della serra. La funzione è lunga, l’omelia del prete cita la parabola delle dieci vergini che di notte devono mantenere accese le fiammelle del loro ardore per poter accedere alla proprietà dello sposo. Non posso fare a meno di domandarmi che cazzo ci azzecca, ma le facce intorno a me sembrano colpite. Io guardo il parroco e penso che è una finocchia repressa e che si è scelto l’unica professione che gli avrebbe salvato la faccia e la reputazione, in un presepe di mille abitanti. Ho sempre amato Anzi, ma anche se usi, costumi e religioni non si discutono, mi sento lontanissimo da questo pianeta ora.

Ma è quello che accade dopo a farmi perdere la testa. Mia cugina mi sussurra che non sa se ce la fa a ricevere le condoglianze. Non capisco, ma è evidentemente scossa. Mia madre le dice che non è obbligata, che in paese la conoscono, sanno che voleva bene al nonno, non è necessario. Ma lei teme il rimorso, lo scrupolo di non averlo fatto. Ci sono alcune sedie lungo il muro della Chiesa, vicino all’uscita. Mia zia, le mie cugine, mia mamma e le sorelle si accomodano. Non ci posso credere.

Da questo momento e per la prossima ora e mezza tutto il paese si mette in fila per dare le condoglianze ai parenti stretti del defunto. Guardo mia madre stringere mani, mia cugina sostenersi al muro per non lasciarsi cadere sulla sedia.

– Non so come tu abbia fatto.
– Me l’ha chiesto la zia. Non l’ho sopportato.
– Quando toccherà a me, non ci dovrà essere niente di tutto questo.
– Lo so.

So che mia madre odia quando parlo della mia morte. Ma per me è importante pensarci, è importante immaginarla e descriverla per come dovrà essere. Ci tengo moltissimo che vengano rispettate le mie volontà.

– Buttatemi a’mare così come sono.
– Va bene.
– Meglio ancora, svuotatemi degli organi, tiratemi il sangue e buttatemi a’mare.
– Io voglio essere cremata, occupare meno spazio possibile e avere un angolino nella mia casa.
– Ecco sì, sennò la cremazione. Non è male. L’importante è non avere la rottura di coglioni della gente che mi viene a trovare in cimitero, la domenica. A casa, dovete stare. Viaggiate, che cazzo ci venite a fare in cimitero?
– Sarai l’ultimo ad andarsene, dillo a tuo marito o agli amici, a tua sorella. Non a me.
– Allora lascerò scritto questo: donate i miei organi, i miei tessuti, e fate di me concime per una pianta di limoni. Voglio crescere su un bel terrazzo in centro città, dominare Milano dall’alto, essere giallo e profumato.
– Perché limoni?
– Perché sulla mia targhetta non ci dovrà essere scritto Riposa in pace, ma L.I.P.
– Cioè?
– Limona in pace. Se me ne devo andare, voglio farlo limonando duro.

Le strappo un sorriso.

@AndreDeLarge
ph. Sara Heinrichs

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