#7 Io non sono gay friendly

L’altro giorno leggevo un articolo di Daria Bignardi su Vanity Fair in merito ai buoni propositi per l’anno nuovo.  Per gioco l’ho condiviso con A. e altre due nostre amiche, Cora e Jessica. Cora, allora, ha lanciato la sfida, chiedendo a tutti di elencare i nostri personali cinque obiettivi per il 2016.Dopo averci riflettuto di ritorno da Lecco, in macchina, sono arrivata a una lista della quale mi ritenevo soddisfatta.

Oggi però ho visto un film. Si chiama Pride. Se non l’avete ancora guardato affrettatevi. E’ ambientato durante il gay pride di Londra del 1984. In quel periodo i minatori anglosassoni stavano lottando contro le leggi poco favorevoli imposte dal governo. Proprio durante un tale clima di vessazione, tra i due gruppi in rivolta, nasce un legame, apparentemente impossibile, che darà invece risultati straordinari. Beh, è un film che mi ha spinta a riflettere e a voler buttare giù due righe.

Quando A. mi ha presentato in questo blog ha detto che con il nome “altra sponda”, volevamo essere portatori di un messaggio diverso, dove per una volta, l’altra sponda è una ragazza etero, alias me.  La verità è che provo ogni giorno ad essere la degna portavoce di questo messaggio.

L’omofobia sappiamo che esiste. A me, personalmente, non spaventano tanto quei soggetti che sono schifati dai rapporti tra persone dello stesso sesso. Quelli son preistorici. A me terrorizza l’omofobia sottile, che si nasconde dietro a “innocenti” domande o affermazioni. Quella che fa dire ad alcune persone “Io non ho nulla contro i gay, lui lo è, per esempio, ma è un bravo ragazzo”. Cazzo, non pensavo che scopare tra uomini o donne fosse reato. Oppure quel dirsi “frocio” per insulto.

O ancora, la domanda. Sì, LA domanda, che arriva subito dopo aver presentato una persona presumibilmente omosessuale. Quella sussurrata, detta non appena l’altro si è voltato per tornare alla macchina. “Simpatico il tuo amico, ma toglimi una curiosità. È gay?”. Perché, se fosse stato etero, me lo avresti chiesto? Perché tu, essere, non mi chiedi che lavoro fa o se ama fare sport? Peggio ancora, poi, se presenti due gay insieme. “Ma, l’altro tuo amico, anche lui è… sì, insomma” “sì, è gay anche lui” “eh già avevo intuito. Ma stanno insieme?”. Due persone gay che condividono la stessa aria devono per forza piacersi? Per capire eh. E ancora. “No no, non vado alle serate gay, altrimenti devo camminare lungo i muri”. AH-AH-AH. La tua bellezza mi abbaglia. La tua intelligenza, poi, mi stende.

Io ormai mi incazzo. O guardo con sufficienza. A. dice che la prendo troppo male. Io, al contrario, credo di essere stupidamente diplomatica. Perché non sopporto quando lui mi scrive per messaggio che ha trascorso l’ultima serata milanese con il canadese in un bar gay friendly, per essere sereno e rilassato, senza quella sensazione di avere gli occhi addosso. Ma poi, gay friendly. Mi sembra tanto idiota quando la scritta “gioca responsabilmente”. Che c’è da essere friendly? Friendly di cosa? Secondo il mio punto di vista, è come dire di essere favorevoli alla gente che respira.

E a proposito di gente gay friendly. Parliamo di quelle che l’amico gay, invece, lo vogliono. Perché fa tanto Will e Grace. Quelle che ti dicono “oh ma che bello, ti aiuta nello shopping. E poi sono uomini, ma più sensibili”. Sì A. mi aiuta nello shopping. Penso, semplicemente, per una sua innata passione per il fashion. Fa niente che a volte mi veste come se fossi pronta per il remake di Pretty Woman. Ma in generale, ha gusto. Sulla sensibilità però, son palle. A. è uno stronzo di prima categoria se vuole. Le peggiori verità le ho sentite da lui. Dopo mia madre. E mia mamma, santa donna, non è conosciuta per il suo tatto.

Alla fine del film di oggi, quindi, ho aggiunto un altro, ambizioso proposito.  Cercare di cambiare questo meccanismo. Sparare a zero su quelli che si permettono di dire certe frasi. Perseverare. Fare una scelta. Perché un domani, se mio nipote o mio figlio (se ne avrò), dovesse scoprire di essere gay, vorrei che non fosse spinto a scegliersi il locale gay friendly. Spero non avrà paura a dirmi di esserlo. E perché no, spero, con tutto il cuore, che avremo una società che mi permetterà di essere comunque nonna e suocera anche se mio figlio o mia figlia, sarà omosessuale.

@Gue262
ph: Tony Webster

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