Cabin crew welcome you on board

(Parte 2.) >>> (qui potete leggere la Parte 1.)

Immaginate di vivere a Dubai e di essere pagati per farlo. Immaginate di poter visitare più o meno tutte le città del mondo che avete segnato in agenda, ma che non riuscite in alcun modo a spuntare o cancellare dall’elenco. Immaginate di poterlo fare insieme ai vostri cari, a costo zero. Di avere un’assicurazione sanitaria e odontoiatrica in tutto il mondo, un appartamento pagato, soldi per vivere in trasferta, biglietti gratis e sconti da regalare per spostarsi in aereo. Allettante vero?

E’ domenica, Roma sembra svegliarsi più lentamente che in tutti gli altri giorni. Io e Maria abbiamo deciso che, comunque vada, stiamo vivendo questa esperienza e dovremmo godercela. Facciamo colazione all’Hilton. Siamo vestiti da pinguini, sembriamo a nostro agio a quel tavolo, in mezzo a quelle persone molto upper east side. Ormai siamo instancabili nel sognare la vita lì, ci stiamo credendo davvero. Al tavolo di fianco al nostro siede un gruppo di assistenti di volo Emirates in trasferta a Roma per lavoro. Bellissimi e smaglianti nelle loro divise. Io e Maria ci guardiamo. Mi chiede se anche io ho avuto l’impressione che nelle ultime ore tutto mi parlasse di Dubai e di Emirates, se anche io avessi captato dei segnali. Ci penso. La mia compagna di abitazione lì a Roma è un’assistente di volo. Sorridiamo. Le chiedo come sto, come mi trova. E’ gentile, dice che sto bene, che sembro riposato e che senza barba ho un viso molto cosmopolita.

Io mi sento uno straccio. Ho fatto fatica a dormire anche solo una manciata di ore, dopo aver mangiato una cena messa insieme un po’ così con gli avanzi della sera prima e con quello che non avevo mangiato a mezzogiorno. Sento che sto per impazzire. Ho dovuto fermarmi al minimarket a comprare schiuma da barba e lamette. Ho sempre la barba molto curata, omogenea, ben sistemata, ma ci hanno esplicitamente chiesto di presentarci freshly shaved alla fase due. Ogni passaggio sul collo è un taglio che si apre nella pelle. Non so se è perché mi tremano le mani o se è perché la lametta è troppo nuova. Mi faccio la doccia, e il mio occhio nero riappare. Non ci avevo minimamente pensato per tutto il giorno, non avevo controllato neanche una volta che il correttore e il fondotinta avessero tenuto. E’ ancora molto brutto, dovrò coprirlo di nuovo domani. Penso a Marsa Alam, alla pallonata, a quanto ero rilassato. Quanto meno sono abbronzato e non sembro il solito beccamorto, come dice mia madre. Penso a lei, a quanto sarà agitata per me. Le si è pure rotto il telefono in questi giorni, quindi non riusciamo a sentirci come so che le piacerebbe. Mi chiama G., stiamo un’ora buona al telefono. Ha tanto da raccontarmi su questo nuovo ragazzo che ha conosciuto e io ho bisogno di distrarmi. In serata mi telefona anche il ragazzo che sto frequentando io. E’ impressionante la sua capacità di calmarmi, di farmi ragionare, di tranquillizzarmi. Mi sostiene, è molto felice per me. “Stiamo insieme” da troppo poco tempo per poter anche solo immaginare di condizionare la vita dell’altro, quando si tratta di scelte così importanti. Mi parla del suo lavoro, di come vorrebbe spostarsi più verso le mie zone, comprare casa lì, nel lecchese. Sogna, dice che se tra noi durerà mi stirerà la divisa ogni volta che dovrò ripartire.

Andrea, do I look fine? Scusa Maria, sì, stai benissimo. E’ di fatto bellissima. Alta, slanciata, un viso accomodante, quelle espressioni buffe e ormai globalizzate di chi ha saputo uscire dal grigio della sua vita per diventare una persona internazionale. Comunicare con lei è così facile. Mangiamo un po’ di frutta e un croissant, beviamo un cappuccio, ci versiamo del succo ma entrambi lo guardiamo con nausea, avanziamo tutto lo yogurt. Ci dirigiamo verso la sala congressi, passiamo davanti alla reception. Ehi! Buongiorno! Sopravvissuto? E’ il ragazzo che mi ha accolto il mattino prima, il suo entusiasmo è contagioso. Ci sorridiamo. Faccio il segno della vittoria con due dita. Per ora! Mi alza i pollici.

La sala congressi è stata totalmente trasformata. Non c’è più la distesa di sedie del giorno prima, ma due aree distinte: da una parte un cerchio di circa trenta posti, dall’altra eleganti banchi ricoperti di velluto blu. Siamo divisi in due gruppi, di circa trenta persone. Dal numero uno al numero trenta, vi chiedo di fermarvi qui. A tutti gli altri, di presentarsi tra quarantacinque minuti. Venticinque e ventisei. Ecco a cosa servivano i numeri.

Ci sediamo in ordine numerico nel cerchio di sedie. Questa fase di selezioni è dedicata ai giochi di ruolo. E’ chiaro che l’intento sia verificare le nostre competenze relazionali e linguistiche, la nostra tolleranza al lavoro di gruppo, la nostra tranquillità nel dialogo e nell’affrontare situazioni stressanti o di crisi, ma soprattutto la nostra capacità di mantenere la calma e sorridere, davanti a ogni situazione. Veniamo divisi in gruppi di tre persone. Con me e Maria capita la ragazza numero ventisette, Dinili. E’ una splendida ragazza indiana, la più bella in sala, la meglio vestita, la più dolce e rassicurante. L’avevo notata fuori dall’aula, perfetta con la sua carnagione terrabruciata in quel tailleur grigio metallizzato. Ci bastano trenta secondi per renderci conto di quanto ben amalgamato sia il nostro gruppo. Senza falsa modestia o arroganza – forse un po’ troppa sicurezza in noi – ci rendiamo conto di essere il gruppo con più potenziale. Siamo a tutti gli effetti quello con il più alto tasso di bellezza estetica, ma soprattutto la nostra armonia e il nostro livello di inglese sono piuttosto evidenti. Non solo, Dinili in indiano significa brilliant, geniale. L’entusiasmo è alle stelle.

Il primo gioco di ruolo è straordinariamente facile in apparenza, ma io e le mie due colleghe ci guardiamo e ci rendiamo conto di una malizia. La selezionatrice distribuisce due carte a ciascun terzetto. Su una è riportata, in lettere, una professione. Sull’altra c’è disegnata un’immagine. Il gruppo deve individuare tre caratteristiche che ben identifichino la professione e motivarle al resto dell’aula, affinché tutti possano provare a indovinare sulla base degli indizi ricevuti. Inoltre, abbiamo il compito di trovare una relazione originale tra la professione e l’immagine che ci sono state consegnate. Graphic designer e quercia secolare. Le idee scorrono a fiume nel nostro piccolo cerchio di menti sveglie e entusiaste. Ma quando è il nostro turno, quando sfoggiamo il nostro perfetto livello di inglese e condividiamo le nostre brillanti intuizioni, il resto della classe non riesce a indovinare ciò di cui stiamo parlando. Dilini entra in panico e si ammutolisce, mentre io e Maria cerchiamo di tamponare la situazione provando a mantenere la calma e dando altri aiuti. Lei è evidentemente la più serena tra i due. Ecco la malizia, non è importante che gli altri indovinino la soluzione, ma piuttosto che noi non ci facciamo prendere dall’ansia qualora non ci riuscissero. Forse gesticolo un po’ troppo concitatamente nel tentativo di stimolare le facce che mi circondano. Sembra che stia dicendo Dai cazzo ragazzi, come fate a non arrivarci? 

Il secondo gioco di ruolo consiste nel calarsi nella parte di un equipaggio al quale viene concesso di regalare due biglietti a due persone tra otto selezionate dalla compagnia. Non si può votare, ma bisogna raggiungere all’unanimità la decisione. Per darci qualche minuto e schiarirci le idee, procediamo con il tanto temuto reach test. E’ il test dell’altezza: per motivi di sicurezza i membri dello staff devono raggiungere 212 cm di altezza a braccia alzate – senza tacchi fanciulle, ma va bene se in punta di piedi. La selezionatrice ha una scheda che compila chiedendoti ulteriori informazioni. Hai tatuaggi? Alcuni. Sono visibili con la divisa addosso? Neanche con una camicia a maniche corte, no. In quali aree del corpo? Sulla schiena, su una gamba, questa spalla e sul petto. Cosa rappresentano? Tre di questi sono parole, concetti molto importanti nella mia filosofia di vita. Solo quello sulla spalla è un’immagine. Lei scrive tutto. E’ importante per noi saperlo, ci serve a riconoscere i corpi in caso di disastro aereo. Diciamo pure che scoprire che ho un tatuaggio sull’uccello a forma di chupa chups non è perfettamente in linea con il brand? Mi tolgo la giacca, sollevo le braccia. Tutti i ragazzi presenti sono alti ben più di un metro e ottanta, è pura formalità per noi. Qualche ragazza, però, viene scartata. Non posso non notare la discrezionalità che la selezionatrice si riserva di avere quando, al turno di Megan, la bambolina giapponese di porcellana che parla Dio solo sa quante lingue, stabilisce che con un po’ di yoga raggiungerà l’altezza richiesta, e che quindi non si deve preoccupare.

La Vucciria, il famoso mercato di Palermo, è messa in scena qui. Ciascuno difende la propria idea su chi dovrebbe e chi non dovrebbe vincere il viaggio tra i candidati. Qualcuno sostiene la donna incinta e la persona anziana, per motivi etici e di sensibilità. In cuor mio penso che sia piuttosto stupido pensare di consegnare quella che potrebbe essere una buona pubblicità nelle mani di due persone così fragili e precarie. Sento dire da una ragazza che con un po’ di fortuna la donna incinta darà al figlio il nome della nostra compagnia. Mi auguro facciano test psicologici prima di assumerci. Decido però di non screditare le idee degli altri, quanto piuttosto di sostenere le mie. Credo sarebbe buona pubblicità regalare il viaggio alla coppia di neo-sposi. Sono giovani, posteranno foto sui social network, senza contare che la loro è un’esperienza unica nella vita, dovrebbe essere il loro unico matrimonio. C’è però questa cretina, questo asino a pedali che si ostina a urlare e sbraitare che dovremmo sicuramente regalare la crociera alla party girl, perchè ha numerosi followers e richiama l’attenzione. Inutile farle notare che non è perfettamente in linea coi valori aziendali il fatto che da testimonial ci faccia una smandrappona che posta foto di bottiglie di Belvedere vuote, di after infiniti o occhi assatanati. Non molla il colpo. E io sono terrone, irascibile e pure piuttosto suscettibile. Così mi innervosisco, e immagino sia evidente a tutti. Anche alla selezionatrice. La deficiente chiede di mettere ai voti. Non mi trattengo, le chiedo Are you kidding? We can’t vote. 

Non raggiungiamo una decisione, ma siamo liberi di lasciare l’aula. Io, Maria e Dilini ci portiamo addosso la sensazione di essere stati bravi nell’esprimerci, ma che qualcosa sia andato storto. Io ho perso la calma, Dilini si è impanicata. Solo Maria si salva, anche se non ha parlato molto, e ora se ne pente. Ci richiamano. Maria è dentro, io e Dilini siamo fuori.

La delusione è parecchia, anche se sono soprattutto molto felice per Maria. Lo merita. In questi pochi giorni ho capito che lei ha molto più bisogno di me di cambiare la sua vita. Glielo auguro davvero. Ci stringiamo in un abbraccio, tutti e tre. Ci rivediamo a Milano, di sicuro, da dove tutti e tre veniamo. Le diciamo di non preoccuparsi per noi, io e Dilini avremo una seconda occasione di provarci proprio a Malpensa, e non ce la faremo scappare, soprattutto perché ora sappiamo come funziona e anche i nostri punti di debolezza. So che Maria ha passato anche il test di inglese, accedendo alla sua final interview. Ora siamo in attesa di sapere se accederà ai sei mesi di formazione professionale. Solo dopo aver passato tutti gli esami, saprà se sarà assunta o meno. Ma anche il training course sarebbe un’esperienza unica.

Esco dall’Hilton, amareggiato ma contento per l’esperienza. Mando un messaggio a questo nuovo ragazzo che sto frequentando. Sono fuori. Mi telefona subito.

– Non sei passato?
– Purtroppo no, non ce l’ho fatta.
– Non importa, hai fatto del tuo meglio. Sarà per la prossima volta. Sono orgoglioso che tu ci abbia provato.
– Già…
– Facciamo così. Questa sera vengo io a prenderti in aeroporto, ti porto fuori a cena.
– Davvero?
– Sì, davvero.
– Ma sono vestito da cretino, ho un abito, la valigia e la cravatta e…
– Non mi importa, ci vediamo stasera in aeroporto. Ok?
– Ok.

Nessuno mi è mai venuto a prendere in aeroporto. Tanto meno in giacca e cravatta, sapendo che io avrei fatto la figura dello scemo se fossi stato l’unico che a cena indossava un vestito. Siamo due pazzi, questo mi piace. 

@AndreDeLarge

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