Cabin crew welcome you on board

(Parte 1.)

E’ cominciato tutto per scherzo, per gioco. Anzi, lo ammetto, per ripicca. Non ho mai creduto nella vendetta, ma sono bravissimo a fare dispetti agli altri, anche se solitamente gli altri non ne sono informati e di fatto mi ritrovo a compiere azioni idiote mosse da un becero istinto di fanculizzare qualcuno, senza alcun fine reale. Ad esempio, cose di questo genere:  Ah, si? Non vuoi che io fumi perché pensi che fumare sia da cretini?E allora fumo! A casa mia. Da solo, in cucina, nell’angolo. Senza che nessuno mi veda o lo sappia mai. Ad ogni modo. Questa volta l’ho combinata un po’ più grossa.

Il canadese, trent’anni suonati poca parte e zero arte, tre anni fa si è messo in testa che voleva ad ogni costo diventare membro dell’equipaggio di Emirates, la famosa e lussuosa compagnia aerea dell’Emirato di Dubai. Assistente di volo, insomma. Un lavoro fisicamente molto stressante, strapazzante, ma ricco di vantaggi (Leggi: girare il mondo a gratis). Ci ha provato sei volte, presentandosi agli Open Day – più avanti in questo articolo vi spiegherò in cosa consistono – convinto che fosse il lavoro adatto a lui, che ama viaggiare e parla tre lingue straniere. Il suo curriculum vitae non è mai stato preso nemmeno in considerazione. Che ad un certo punto magari insacchi la sconfitta, abbracci la realtà delle cose, e la finisci anche un po’ lì, no? Ma mi rendo conto che quando non hai proprio niente da fare nella vita se non spostarti dal divano al letto, masturbandoti davanti a un porno di serie B e infognandoti il cervello di serie televisive cretine, sognare gli Emirati Arabi Uniti dia agio e respiro alla tua esistenza.

Ne abbiamo parlato, una volta. Rinuncerei al Canada solo per Emirates. Ricordo perfettamente di avergli fatto notare che forse, a trent’anni, sarebbe indice di maturità e spessore cercare di costruire un tipo di vita non necessariamente fissa in un posto, ma quanto meno stabile. Pensare, magari non lo so eh, di fermarsi con qualcuno e vedere cosa succede ad avere una relazione, una storia, cominciare a pensarsi in due. Ci rimase male, tagliò corto, trattandomi da deficiente. Tu non puoi capire, io non sono come te, tu sei fortunato. Hai tutto quello che vuoi, un lavoro, i soldi per girare. Io voglio fare una bella vita, voglio che la gente rimanga stupita quando racconto dei miei viaggi. Continuo a pensare che ci abbia sempre provato per le motivazioni sbagliate, e che per questo non ce l’abbia mai fatta. In ogni caso, è quel tu sei fortunato ad avermi fatto girare i coglioni. Non ho mai sopportato questa parole o che la gente pensasse che quello che ho ottenuto nella vita sia frutto della sola fortuna – che non nego, è un bel calcio nel culo per andare avanti. La mia fortuna è stata avere genitori che credessero in me, ma tutto si è fatto sulla determinazione di farcela, di laurearmi, di essere indipendente economicamente.

Ho pensato, in quell’istante, che gliela avrei fatta vedere io, la mia fortuna. Quella sera stessa mi sono candidato al sito internet per lavorare con Emirates. Senza volerlo davvero, senza pensarci davvero. Non ho mai preso in considerazione l’idea di diventare un Assistente di volo. Anche se ho sempre trovato che fosse un bel lavoro, e che tra l’altro mi si confacesse. Belle uniformi, prendersi cura degli altri, assicurarsi che il viaggio sia il più confortevole e piacevole possibile. Fare su e giù in quel corridoio stretto e lungo, incontrare persone di tutto il mondo, lavorare con colleghi diversi più o meno regolarmente. Viaggiare, conoscere culture nuove, confrontarsi con il mondo. Volare, che a me piace moltissimo e non ha mai spaventato o turbato.

I giorni successivi, però, ho cominciato a pensarci seriamente. Ho ventiquattro anni, le capacità e gli strumenti per fare ora il cambiamento rivoluzionario della mia vita, un’esperienza così unica nel suo genere. Vedere quello che, diciamolo, difficilmente vedrei nella mia vita se dovessi viaggiare a spese mie. E dentro di me ha cominciato a montare una flebile speranza di farcela. Non per ripicca a lui, non me ne importava più niente. Ma per me, per dare a me quell’occasione.

Sapevo che l’Open Day più prossimo e vicino a me sarebbe stato quello di Roma, sabato 9 gennaio. A questo punto è necessario aprire una parentesi. Diventare membro dell’equipaggio di Emirates (e ad onor del vero, anche di Etihad) è un processo lungo e piuttosto stressante – immagino che l’intento sia vedere come i candidati reagiscano sotto pressione, in un contesto di gruppo molto provante a livello mentale, considerati i grandi numeri di persone con cui un giorno potrebbero trovarsi a lavorare. Dicevo, è un processo lungo e stressante, che può durare fino ad alcuni giorni e che progredisce per esclusioni continue. Una volta compilato il form di registrazione online, esistono due possibilità per partecipare alle selezioni: gli Open Day e gli Invitation Day. Nel primo caso, la giornata di selezione è aperta a tutti coloro che voglio provare ad entrare nello staff della compagnia, e in special modo a quelli che ricevo una e-mail che li invita a presentarsi e che conferisce un numero di referenza. E’ sufficiente presentarsi all’ora e nel luogo stabilito, in businesse attire, con il curriculum vitae in inglese e aggiornato e un paio di fotografie (diciamo una taglia passaporto e una a figura intera, meglio se vestiti da pinguini o direttori di banca) ed eventualmente il tuo numero di referenza. L’Invitation Day, invece, è aperto ai soli che ricevono l’invito formale a presentarsi. Dopodiché, lo svolgimento delle selezioni avviene nello stesso identico modo.

Ero a Marsa Alam bacco e rilassato, mancavano ormai pochi giorni all’Open Day di Roma, quando ottengo il mio reference number e una mail di incoraggiamento a presentarmi all’Hilton Airport Hotel di Roma Fiumicino perchè Emirates avrebbe voluto incontrarmi. Di fatto un pass per le selezioni. Mi sarei comunque presentato alla giornata di colloqui, ma con quel numeretto mi sentivo più sicuro, meno fuori luogo. In quel momento ho cominciato a sentire un po’ di ansia e aspettativa, soprattutto da parte delle persone che più credono in me. E’ il lavoro per te, hanno cominciato a dire. Ti prendono sicuro.

Parto, arrivo a Roma, alloggio in un piccolo cottage poco distante dall’Aeroporto di Fiumicino. E’ già sabato 9 gennaio. All’inizio si è in tantissimi. Tanti giovani di bell’aspetto e belle speranze, tutti lì più o meno per lo stesso motivo: vedere quanto più possibile del mondo. Penso che, da un certo punto si vista, è bello vedere tanti giovani che vogliono cambiare le proprie vite, disposti al grande salto. Mi accoglie il receptionist dell’Hilton, un ragazzo piuttosto attraente, ma soprattutto sorridente. Capisco in quel momento che sarà una giornata di sfilate, modelle e marcantoni. Inizio a domandarmi cosa ci faccio lì. Ma a quel receptionist devo tutto, devo un sorriso. In bocca al lupo, mi dice. Sorrido. Mi siedo in caffetteria e ordino un caffè. Non so se è davvero il caso di introdurre altra caffeina, ma cerco di apparire calmo e rilassato, di comportarmi normalmente. Sono in un Hotel a cinque stelle, strizzato in un abito di Anthony Morato comprato per l’occasione, ho una cravatta nuova. Comincio a immaginare le storie che gli ospiti della struttura riescono a inventare su quel giovane solitario seduto ad un tavolo del bar. E’ molto presto, ho preso un taxi per arrivare. Vedo i miei competitors arrivare uno a uno. Alcuni si conoscono già, si salutano. Scoprirò solo dolo che sono assistenti di volo di altre compagnie aeree che tentano invano di cambiare la propria sorte di camerieri-ad-alta-quota in qualcosa di più appagante. Altri sono solo recidivi, si erano già incontrati in precedenza in una giornata di selezione come quella, o a più di una, ma la speranza, si sa, è l’ultima a morire.

Non riesco a parlare con nessuno. Non c’è una di quelle ragazze vestite da madonnina immacolata ad ispirarmi simpatia. Per non parlare del flusso incessante di checche, maschie e sfrante che non fanno altro che guardarmi con sospetto. Ho la sensazione che si chiedano cosa ci faccia, uno come me, li. Essì che non ho mai pensato di essere un “insospettabile”. E poi ho paura che se apro la bocca, vomito. Non pensavo sarei stato così nervoso. Ad ogni modo. Ci invitano ad entrare nella sala congressi. E’ una distesa di sedie, un anfiteatro di discrete dimensioni. Siamo circa duecentosessanta ragazzi. Mi accomodo in una fila quasi vuota, lontano da facce che non mi piacciono, dalle foci chiassose, da chi cerca un sorriso per cominciare una conversazione. Di fianco a me Akhmet. E’ un ragazzo indiano di una bellezza spiazzante, luminoso nel suo abito quadrettato. Mi è molto spiaciuto constatare che non spiccicasse una parola di inglese e che avesse difficoltà anche nella scrittura. Un sorriso di circostanza, do un’occhiata al telefono.  Hi, nice to meet you, I’m Maria. Oh, Maria. Non ti ringrazierò mai abbastanza per aver avviato quella conversazione. Ti sei discretamente seduta di fianco a me, solo dopo mi avresti spiegato che mi avevi scelto fin da prima di entrare nella sala congressi, che ci vedevi affini. Siamo usciti amici fratelli da quella prima giornata di selezioni, e ne siamo usciti insieme. Il nostro livello di inglese è sorprendentemente simile, e alto. La gente intorno a noi comincia a farci i complimenti, conosciamo altri ragazzi. Scopro che il ragazzo indiano in realtà è di Terracina, ha solo origini srilankesi; e che ci sono candidati provenienti da tutte le parti del mondo. Rifletto su quanto alta sia la competizione, ma anche sulla bellezza che si respira in quella stanza. C’è un piccolo ecosistema Terra, e non appena tutti cominciamo a rilassarci un pochino, ti rendi conto della fortuna che hai ad essere lì, ad avere la possibilità di conoscere tanta gente diversa. Per un secondo penso romanticamente a quanto sia pazzesco che, più o meno, riusciamo tutti a comunicare attraverso la stessa lingua. E purtroppo constato anche che i più scarsi a parlare inglese sono gli italiani. Li ho evitati. Per tutto il giorno ho avuto la sensazione che mescolati tra di noi ci fossero membri del personale Emirates in osservazione. Socializzare, fare lavoro di squadra, interagire è un aspetto importante del lavoro. Ma soprattutto, saperlo fare con persone di ogni nazionalità, senza cercare sempre il vicino di casa. Lo penso soprattutto perché la selezionatrice è una, Sheila, ungherese. Mi sembra assurdo sia lì da sola. Ma è lei che fa tutto, incontra ciascuno dei candidati, uno per volta. E’ una fase lunga, estenuante, siamo tutti perfettamente consapevoli che ci si gioca tutto in quei pochi minuti. Io e Maria avremo il nostro turno dopo circa settanta, ottanta persone. Decidiamo di osservare Sheila e il suo modo di approcciarsi, senza però fare domande a chi passa prima di noi. Manca poco a noi, quando le si smaglia una calza. Ha una gonna un po’ più corta di quella richiesta, la convinco a togliere i collant. Sarai comunque meno volgare a gambe scoperte, piuttosto che vestita da darker. Stabiliamo che non stringeremo la mano alla selezionatrice, sembra piuttosto scocciata di salutare tutti, proprio tutti, attraverso un contatto fisico. Tocca a lei, poi a me. Pochi minuti, sorrido, mi introduco, consegno il mio cv, le foto, mi domanda come mai il mio precedente contratto di lavoro si è concluso, io chiedo a lei un paio di delucidazioni sulla giornata di domani, qualora passassi le prime fasi. Voglio che capisca che sono interessato e soprattutto che parlo inglese. Mi sento sufficientemente carino e gentile, parlo a voce moderata. Prima di lasciarmi tornare al posto, chiede di farle chiarezza sul mio nome. Ho due nomi, all’anagrafe, e sui documenti ufficiali li uso entrambi, per legge. Domanda se voglio che vengano usati entrambi. To be honest, yes, please. Mi sorride, con una matita riquadra i miei nomi, e mi saluta. Anche il nome di Maria è stato cerchiato.

Le ore successive equivalgono a morire dentro. Sento crescere di minuto in minuto la voglia di farcela, di passare, e che questa nuova persona con cui ho scelto di condividere quelle emozioni possa essere con me anche nelle fasi successive della selezione. Non riusciamo a mangiare, beviamo un cappuccio. Ci richiamano tutti nella sala congressi, si apre un momento di discussione su cosa significhi essere un Assistente di volo, lavorare per Emirates e vivere a Dubai. Iniziano a farci sognare quel lavoro, a farci credere che è tutto quello che abbiamo desiderato di fare nella vita. Usciamo da quelle due ore di dialogo distrutti, demotivati, senza speranza. Sembra tutto troppo bello per essere vero. Per sdrammatizzare dico a Maria e agli altri nuovi amici che, tutto sommato, ho portato un solo abito, forse è meglio non passare al turno successivo. Ridiamo, tranne Maria. Che si rende conto che lei davvero non avrà nulla da mettersi l’indomani. Non ha una gonna della giusta lunghezza, non ha una camicia, o un altro paio di collant. Mi guarda, vado a fare shopping, scrivimi non appena espongono i risultati, in ogni caso ci vediamo domani. Parliamo con certezza, convinti di passare il turno.

Lo passiamo. Chiamo Maria, che piange al telefono. Siamo molto emozionati, siamo due dei sessanta che hanno passato il primo turno. Lei è la numero venticinque, io il numero ventisei. Domani mattina facciamo colazione insieme, all’Hilton.
Ci vediamo lì, Maria.

@AndreDeLarge

 

 

 

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. 321Clic ha detto:

    Faccio il tifo per te e per Maria!

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    1. andredelarge ha detto:

      Grazieeee 😀

      Mi piace

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