Tabula Rasa

Tabula Rasa. Se dovessi scegliere un’espressione da onorare per chiudere questo 2015, sarebbe questa. Sgombrare il campo, da tutto.
E’ una soluzione definitiva, esagerata. Ma anche questo sono io. Troppo, eccessivo, ridondante.

Il fatto è che da quando ho promesso a me stesso che mi sarei preso cura di me, ho preso un impegno per la vita. Come un matrimonio, quello più importante. E questo impegno è fatto di scelte il cui obiettivo non è solo portarmi a fine giornata ancora in grado di stare in piedi, ma costruire un percorso cucito su di me, fatto di situazioni, persone, momenti e scorci che fanno del bene a me. 

E sottolineo questo a me, perché sono sempre stato più bravo a far stare bene gli altri che non a occuparmi di me stesso. Cercando di convincermi che far stare bene gli altri fosse il modo in cui stavo meglio io. Palle.

Credo che chiunque – e non c’è niente che si possa fare – nasca con un marchio di fabbrica, un tag. Un’indole. E ce la si porta dietro per sempre, appiccicata addosso come miele al culo dell’ape. Quasi inconsapevolmente, ma fastidiosa. E’ un piccolo ago che punge al contrario. E la mia è sempre stata quella della crocerossina. Io ho l’istinto di prendermi cura degli altri, e non posso evitarlo. Quasi che non posso controllarlo. E la mia dedizione è tale che quasi mi annullo. Metto da parte me stesso, e investo il mio tempo, le mie energie e la mia testa nella costruzione di loro. L’ho fatto. L’ho sempre fatto.

L’ho fatto con gli amici. Impegnandomi ad ascoltarli, senza chiedere molto in cambio. Prestando attenzione ai loro discorsi, senza mai liquidarli in poche parole, ma approfondendo. Offrendo non solo una spalla, ma una prospettiva. Un punto di vista alternativo che potesse aprire loro gli occhi su interpretazioni diverse delle cose che gli accadevano. Poche volte ho incontrato qualcuno che mi ha ricambiato con la stessa spassionata cortesia e predisposizione. Poche volte alla fine delle lunghe chiacchierate mi sono sentito chiedere “Ma tu, piuttosto come stai?

L’ho fatto coi ragazzi. Li ho rimessi in piedi. Medicato le ferite, ridato autostima, fiducia in se stessi e negli altri. Di più. Nella mia presunzione ero convinto di migliorarli. Di renderli persone migliori. Anzi, forse forse li ho scelti ammaccati perché mi piace l’idea che avessero bisogno di me. E loro si sono attaccati a questo mio essere così principesco, si sono aggrappati alle mie attenzioni. Si sono sentiti importanti, e gli è piaciuto. E hanno compreso che meritano una persona come me. E che quindi potevano andare a cercarsi quella che volevano davvero. Tanti saluti e grazie. Anzi, senza grazie. 

L’ho fatto col mio lavoro, per più tempo di quanto avrei davvero desiderato. Rivestendo senza troppa volontà, senza troppa passione un ruolo che sentivo poco mio, ma che credevo di dover rispettare. Per la crisi economica, l’indipendenza, l’orgoglio dei miei. Per i soldi. Per rispetto all’azienda stessa, ai miei capi. Al mio impegno per aver ottenuto quel posto.

Sempre a chiedermi cosa fosse più giusto, mai a chiedermi cosa volessi davvero.

Ecco, il fatto è che da quando ho preso quell’impegno con me stesso, ho cercato di chiedermelo più spesso. Ho provato a interessarmi di più a quello che volevo io, a parlare più a fondo con me stesso. Ma io cos’è che voglio davvero?

Non voglio più lasciare agli altri il diritto di scegliere, di sceglier-mi. Voglio scegliere io per me e da me quali situazioni mi stanno bene, in quali mi sento a mio agio, e da quali devo uscire. Per il mio bene, sempre. Perché qualcuno deve pur pensarci al mio bene, no? Non voglio più restare legato a quello che gli altri credono sia più giusto. Tenersi il lavoro, accontentarsi. Non fa per me.

Quindi Tabula Rasa. Delle amicizie dai rami secchi, che è arrivato il momento di potare. Perché se la selezione è naturale, è vero pure che serve un fattore di estinzione. Del lavoro, che non volevo e che mi ha prosciugato la forza fisica e cerebrale negli ultimi mesi, pasteggiando coi miei pensieri e i miei stati d’animo e rendendo le mie ossa al resto della mia vita. Sempre nervoso, lunatico, distratto. Sempre meno io. Dei ragazzi che si innamorano del modo in cui io mi innamoro di loro, e non di me. Perché se è vero che mi piace prendermi cura degli altri, è anche vero che mi piace quando gli altri si prendono cura di me. Anche se non lo chiedo. Anche se non lo cerco. Un gesto. Un pensiero. Sto venendo a prenderti. 2016 significherà ricominciare, riordinare, ripartire. Da me.

Martedì 15 dicembre 2015 è un’altra data che mi voglio segnare sulla mia agenda delle giornate da ricordare. Ultimo giorno di un lavoro che mi faceva sentire sacrificato. Ultimo giorno di rapporto con un ragazzo che mi faceva sentire sacrificato.

Sì, ieri ho chiuso con il lavoro, ma anche con il canadese. Sulla Darsena, a Milano. Che è tipo il posto più bello del mondo per baciare la persona che desideri a Natale, se il Natale è il tuo periodo dell’anno preferito. Gli ho spiegato le mie ragioni, che mi chiamavo fuori perché dentro ci stavo male, per questo, quello e quell’altro motivo. Che gli aspetti di lui che ho conosciuto nell’ultimo mese non mi piacciono, e di una persona così non so cosa farmene, non come partner né tanto meno come amico. Ma non credo le abbia capite. Non credo abbia mai capito granché. Mi aspettavo una reazione, qualcosa. Niente. Ho compreso in quel momento che ho fatto la scelta giusta. Però gli ho dato il regalo di Natale, tanto non avrei voluto tenerlo comunque. Felice Christnukkà, nel caso ti servisse quando sarai in Canada. Ti voglio bene. Solo afferrando il pacchetto si è messo a piangere.

Ti posso salutare?
Ciao canadese.

Mentre salivo in macchina e lui entrava in casa ha detto Scusa, sono uno stronzo. Scusa. Perché bisogna arrivare a chiedere scusa? Non ci si può fermare un attimo prima? Mettersi nei panni delle persone un gradino prima di doversi scusare?

Poi, d’un tratto, il mio cellulare ha cominciato a drillare all’impazzata. Mi ha riempito di messaggi. Non voglio perderti. Sono una merda. Sono uno stronzo. Non merito niente da te. Non merito un regalo. Tu meriti tanto di meglio. Spero mi darai modo di rimediare. Facchio schifo. 
E per una frazione di secondo, lo ammetto, ho pensato di rispondergli. Di dargli modo di dire quello che non era stato capace di dirmi a voce. Poi mi sono detto che qualcuno che vuole davvero rimediare non ti chiede di consentirglielo, o il permesso di provarci. Lo fa. Accetta il rischio di fallire. Ci prova, si inventa qualcosa. Lui, invece, mi ha chiesto di lasciargli tentare. Ha cercato di assicurarsi di avere una chance, di non prendersi la porta in faccia. Poi ho pensato all’impegno che ho preso con me stesso, al mio matrimonio. Poi ho ripensato a Lui, il mio ex, a come ci siamo trascinati discorsi infiniti triti e ritriti per giorni, inutilmente, senza mai chiudere davvero, dopo che avevamo già chiuso. E no, non hanno avuto lo stesso peso nella mia vita, non hanno avuto lo stesso valore. Lui e il canadese.
Non so come consolarti, sinceramente. E’ stata l’unica cosa che mi sono sentito di scrivergli.

Perché, facciamo a capirci. Non è che se sei tu a far stare male me, sono io poi a doverti consolare se ti senti una merda.

@AndreDeLarge
ph. Martina Brigliadoro

 

 

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