#5 Una torta in aeroporto

(Parte 2.) >>> (qui potete leggere la Parte 1.)

Il 30 ottobre dell’anno scorso stavo atterrando al London City Airport. Con due ore di ritardo. Quel giorno Alitalia ha deciso di non collaborare. Avevo prenotato una stanzetta in una casa di una giovane coppia inglese a Clapham, a sud di Londra. Non appena arrivata, mi ha accolta l’host. Un ragazzo sulla trentina, cileno di origine e londinese di adozione. Il suo sorriso caldo lo ricordo ancora. Dopo aver parlato con lui, ho avvisato il bonazzo epico che ero finalmente atterrata. Nel frattempo avevo sentito un altro mio ex collega dell’agenzia, che si era trasferito lì, quindi ci siamo organizzati tutti insieme per trovarci a cena. Dopo un pomeriggio a Oxford Circus raggiungo Lui a Camden, dove lavorava. Non lo vedevo da quasi un anno e temevo un po’ quell’incontro. Era sempre indiscutibilmente magnetico, ma qualcosa era cambiato. Era molto più sicuro di sé, e quel lato alla mano che mi era piaciuto, si era un po’ affievolito in favore di una sicurezza alla self made man. Non stonava, ma di certo era una caratteristica da metabolizzare.

Non starò qui a perdermi nei dettagli degli eventi. Dico solo che Londra era indubbiamente uno scenario pittoresco per quegli incontri, che avevo visto così tante volte in loop nella mia testa.

La vera prova del nove è stata dopo la fine della serata di Halloween, quando, dato che ci trovavamo in un posto piuttosto scomodo, lui ha proposto a me e al mio ex collega di fermarsi a casa sua a dormire. Da lui ci sono finita solo io. E lì è partito un discorso, che a ripensarci, mi lascia sempre un po’ l’amaro in bocca. Ha cominciato a chiedermi come fossero cambiate le cose da quando ci eravamo visti l’anno precedente. Quella domanda, ancora oggi, anche col senno di poi, non la capisco. Gli ho detto, infatti, che non sapevo che senso dare a quel quesito. Un anno prima era rimasto piuttosto fermo sulle sue convinzioni, arrivando a interrompere tutto, ancor prima di provarci. Ha affermato che era stata una scelta dettata dalla situazione, ma che ora era più stabile. Ricordo che il discorso mi convinceva poco, perché, fino a prova contraria, la manica non si era ristretta e i chilometri di distanza rimanevano comunque tanti. Penso, infatti, di essere stata estremamente cristallina subito dopo quella frase. Gli ho detto che se dopo un anno eravamo ancora lì a guardarci in faccia e a sentire le stesse cose, forse valeva la pena fare un tentativo. Era un rischio, indubbiamente, perché non ci si conosceva e perché la situazione non era facile. Ma io volevo fare un’esperienza via e nel giro di pochi mesi sarei potuta essere eventualmente lì.

Ha cominciato a farmi domande chiedendomi come pensassi di gestirla, che lui temeva la distanza e che non era una certezza il fatto che finissi a Londra.
A un certo punto, ho tagliato corto, ribadendo: “Forse viaggiamo su due piani diversi. Io, per quello che sento, farei un tentativo. Tra qualche mese farò di tutto per essere qui. Non posso darti certezze, non ne ho. Posso solo dirti che io ci proverei”.
Ha risposto: “E’ che quando penso ai tentativi, penso alla percentuale di fallimento”.
Mi ha preso e mi ha baciato. Contraddittorio no? Ecco, immaginate quanto bene possa essermi vissuta il resto, con mille domande per la testa e zero risposte. Il giorno dopo eravamo in giro.

Sempre insieme…

…ad altri! Nel giro di ventiquattro ore sarei dovuta ritornare a Milano e ancora, di quel fantomatico tentativo, di segni non ne vedevo. La sera stessa gli ho chiesto di parlare, dicendo che ero confusa. Ha detto: “Lo sapevamo che non sarebbe stato facile… forse è meglio che dica di no ora”.

Uno schiaffo, credo, mi avrebbe fatto meno male. Penso di aver passato il quarto d’ora successivo a farneticare. La domenica (l’ultimo giorno), la confusione è stata sostituita dalla rabbia. Gli ho chiesto di vederci perché volevo capire. Mi aveva coinvolto, era il minimo che potesse fare. Non mi interessava cambiare il risultato, mi interessava sapere cosa lo avesse portato a quella scelta.

“Hai valutato il tuo passato, il tuo presente, ma non hai considerato me. Non hai visto nulla di me” ho cominciato.
“Si lo so, è stata una scelta superficiale”.
Quindi? Ti pare sia sufficiente? “Spiega meglio.”
“Non lo so, è che non c’è chimica”.
Mi stai coglionando?
“Non devi bere il cappuccino fino in fondo per sapere che non ti piace”, spara l’elegantissimo Art Director, che per fortuna ha optato per questo ruolo creativo. Come Copywriter sopravvivrebbe due ore, data la capacità nella scelta delle parole.

Dopo che la mia autostima è stata amatamente bombardata in uno Starbucks di Liverpool Station, me ne sono tornata a casa, con lui che mi ha salutato dicendomi: “Se hai bisogno, ci sono.” E io: “Di cosa? Il check in l’ho fatto, per il resto non ho problemi.”
Nemmeno se fossi rimasta incastrata in una banchina della metro lo avrei chiamato. Avevo già messo a dura prova la mia dignità.

Il giorno successivo in aeroporto, ho ordinato un caffè. Mi sono seduta. Mi sono rialzata. E ho ordinato una fetta di torta. L’ho mangiata piangendo, mentre guardavo fuori e pensavo che, nonostante tutto, io a Londra volevo andarci. Non per lui, non con lui.

Credo che non abbia mai capito i miei discorsi e non abbia mai visto me. Io non ho avuto la sbandata da quindicenne che ha gli occhi a cuore per qualcuno. Avevo notato il suo cambiamento, vedevo perfettamente i limiti della situazione e saprei elencare precisamente i difetti che non mi piacevano. Io, semplicemente, lo volevo nonostante tutto.

Sono tornata sulle note di Shake it out dei Florence & the Machine.

Il testo a un certo punto dice “And it’s hard to dance with a devil on your back, so shake him off”.

Io ho ricominciato a ballare dopo un po’. Non è stato semplice gestire quelle frasi che mi sono sentita dire. Almeno per me. Ma la chiusura del cerchio arriva e ci si ritrova con una nuova consapevolezza. Oggi indubbiamente ho paura.

Ho paura di non lasciare spazio alle persone, di essere troppo cinica, o di sentirmi come quel famoso cappuccino annacquato. Forse, però, proprio perché lo so, sarò capace di evitarlo. Così come so che io voglio qualcuno che mi veda. Mi veda davvero.

@TypingGwen
ph. Wayne Young

 

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