Incassare (l)a sufficienza

Chi mi conosce abbastanza sa questo su di me: non parlo molto, preferisco ascoltare.

Ascoltando imparo moltissimo sulle persone. Alla lunga diventano quasi banali, scontate, prevedibili ai miei occhi. È come se sapessi esattamente come reagiranno a quella situazione o a quell’altra. Prevedo la loro prossima mossa. Ho sempre avuto un grande vantaggio nelle relazioni, ho sempre saputo quali tasti premere, quali corde sfiorare per ottenere la reazione che desideravo. Sono riuscito anche a spingere le persone ad odiarmi, o semplicemente a litigare con me, perché volevo lo facessero. Ho portato persino lui a dirmi la verità, con i giusti giri di parole.

Sì, sembra orribile. A questo punto starete pensando che sono il peggiore amico che si possa desiderare, un fidanzato manipolatore, un figlio impenitente. Non vi biasimo, a volte me lo domando. Sono un buon amico? Starei insieme a un ragazzo come me? I miei genitori hanno sbagliato a non alzare mai le mani? Perché, sapete come si dice, la pianta la raddrizzi quando il tronco è tenero. Bè, non lo so, onestamente.

No, non sono una persona facilmente gestibile. Sono un amico impegnativo, un fidanzato esigente, un figlio adulto. Sono viziato. Mi piace che le cose prendano la piega che vorrei avessero. Ho un umore uterino che rende difficile stare dietro ai miei stati d’animo, che a volte nemmeno io riesco a cogliere in pieno. E così un giorno sono la compagnia migliore che si possa desiderare, quello dopo un vero stronzo. È come avere a che fare con due persone differenti, spesso lo è anche per me. La mattina mi sveglio e mi domando chi sta per affrontare la giornata. Sarò quello simpatico e divertente, irriverente e spigliato? Oppure quello noioso, insofferente e intollerante a ogni cosa, a ogni persona? L’astrologia ci ha dato giù di mano pesante, quando mi ha assegnato l’onere di essere un Gemelli, insomma (a cosa significa essere un Gemelli dedicherò un articolo.)

E così i miei genitori mi dicono che sono viziato. Gli amici che sono rabbioso. Il partner di turno che sono incomprensibile. ‘A voja a spiegare che in realtà è tutto più semplice di ciò che appare. Che, è solo che mi piace parlare di me con le persone che mi fanno delle domande, che mi chiedono Come stai?, Cosa c’è che non va? ma intendendolo veramente. Che mi fanno sentire l’interesse di ascoltarmi, che si siedono, comodi, e mi dicono Su, forza, raccontami tutto. Mi piacciono le persone che anche quando non sanno cosa dire, investono due minuti del loro tempo per formulare un parere, un’opinione. Per dire semplicemente Guarda, io credo che dovresti parlarne con il diretto interessato. Che, voglio dire, grazie al cazzo, ma almeno è confortante. Almeno è qualcosa.

Al contrario, credo che guardare o ascoltare qualcuno senza sapere cosa dire, senza trovare neanche poche parole per esprimere un commento, credo che tagliare la conversazione sdrammatizzando perché si sta facendo troppo impegnativa e non si sa come gestirla è sintomo di grande immaturità. Emotiva. Etica. Interpersonale. Di scarsa elasticità mentale, di poca intelligenza e pessimo pensiero critico. Non prestare attenzione alle parole di qualcuno che si sta raccontando è chiara dimostrazione di quanto poco ti interessi di quella persona. E tutto questo fa di te, ai miei occhi, il demonio. Qualcosa da evitare, peste. Una persona che non arricchisce la mia vita. E se qualcuno deve privarmi di qualcosa o addirittura lasciarmi indifferente, no, grazie, lascio anche perdere.

Quando mi imbatto in questi simpatici interlocutori, molto di quello che di loro avevo pensato fino a quel momento comincia a vacillare. Immaginate di esservi fatti un’idea di una persona, e che questa persona in generale vi piaccia. È una persona stimolante, attenta, sveglia, divertente, intelligente. E un giorno vi trovate a discutere di qualcosa che per voi è molto significativo, o intimo, e questa persona reagisce tagliando corto, non approfondisce, non vi fa domande, non si spreca in un commento. Cosa pensereste?

Per questo seleziono con molta cura le persone a cui raccontare gli aspetti più intimi o personali della mia vita. Anche perché, me ne rendo conto, spesso le situazioni – talvolta surreali – in cui mi trovo – e che forse sono io stesso a costruirmi – capisco possano lasciare poco spazio alle parole. Ho bisogno, per questo, di persone che non mentano, che siano sincere e cristalline. Di persone che non hanno paura di dire esattamente quello che pensano, di darmi un punto di vista obiettivo sulla scena. Voglio dire, ho imparato a incassare balle e bugie, la verità sono ben pronto a sostenerla.

Chi mi conosce abbastanza, dicevo, sa di me che anche se ho carisma e personalità, anche se sembro magnetico e faccio volentieri il giullare di corte, non amo avere i riflettori puntati addosso. E, anzi, li sposto volentieri, rivolgendoli a qualcun altro, cedendo il posto da protagonista. Non mi piace parlare di me con chiunque. Però, a volte ho voglia di condividere con qualcuno un’esperienza, un pensiero. Ho voglia di avere una conversazione in merito ad un tema personale, a un argomento intimo proprio con quella persona. Tu cosa ne pensi? Significa che voglio sapere cosa pensi davvero tu-tu-proprio-tu di quello che ti ho detto.

Una risata, un Non ne ho idea o, peggio, il silenzio mi fanno cadere le palle, mi fanno perdere la testa. Ma che davvero non ci vedo più e se ti avessi tra le mani ti strapperei la lingua e ti ci impiccherei. Perché, io non lo faccio spesso, ma quando mi espongo è perché mi fido, lo faccio con qualcuno da cui mi aspetto di tutto, meno che la sua sufficienza.

Ultimamente ho la sensazione di riceverne in abbondanza, dalle persone sbagliate, da quelle che non ti aspetti, di sufficienza. E a questo punto, tirando una riga e facendo due calcoli, dovrei semplicemente concludere che è evidente che a queste persone interessa molto poco di me, di come sto, di quello che penso o di cosa mi sta succedendo in questo periodo. La loro è una sufficienza fatta di scuse e bugie, fatta di silenzi che significano Non ho voglia di ascoltarti, oppure Non mi va di parlare di questo. E, so che sembra sempre che io sono forte e reggo, ma fa male. Intendo, davvero.

L’inglese è una lingua curiosa, ma precisa. Un atteggiamento sufficiente, in inglese, viene definito come self-importance. Che non è amor proprio, egoismo, auto-preservazione. No, è più simile a auto-investirsi-d-importanza. Autoincoronarsi. Tipo, Io faccio quello che voglio che tanto tutti mi vogliono bene. Bè, volevo dire a tutti i sufficienti del mondo, che questo non vi solleva dal voler bene a vostra volta.

Fa male quando quello che ricevi da qualcuno è esattamente l’opposto di quello che pensi di volergli dare, di quello che senti di volergli dare, di quello che saresti pronto a dare. Ti chiedi, Ma a parti inverse io che avrei fatto? E ti rispondi che avresti fatto tutto l’inverso, che avresti offerto ascolto, un parere spassionato. E allora Perché non l’ha fatto?

Sono un cretino io, mi dico. Dovrei tagliare, salutare, indicare la via d’uscita e accompagnarli alla porta – non dovessero accompagnarsi da soli. E invece continuo a dare alle persone le occasioni per dimostrare che non sono proprio marce, che qualcosa di buono lo hanno davvero, che mi vogliono bene, che sono solo paranoico. Perché la prima cosa che penso è che sia colpa mia – certo, yay me! Come se non ci pensassero già gli altri a farmi sentire uno schifo.

In realtà, però, dovete ricordare di quel potere che ho di scoprire i nervi delle persone. Sono lo sporco manipolare, giusto? E allora, se continuo a offrire seconde, terze, decime chances alle persone, lo faccio soprattutto perché non voglio credere di essermi dedicato così tanto e con così tanto affetto a qualcuno che non lo meritava. Lo faccio per dirmi: vedi, vedi? Non hai sprecato il tuo tempo con una persona del cazzo! Altrimenti mi sentirei incontrovertibilmente stupido. Eppure, eppure le mancano tutte, quelle occasioni. Inizio a pensare che se le mancano è perché non gli interessa coglierle. Non sentono l’esigenza di dimostrarmi qualcosa, pensano che tutto vada bene per come è, che le dinamiche del rapporto, in fondo, le si è scelte insieme e quindi vanno bene a entrambi.

Certo, lo capisco che a te stia tutto bene per come è, quando sei quello che ci guadagna.

Per questo da qualche tempo ho cominciato a farlo presente. A dire a chi mi feriva o mi deludeva Ehi, guarda che se fai così ci rimango male. A chiedere spiegazioni. Non mi sono dovute, ma immagino che quando tra due persone c’è un legame di vero bene rispondere alle domande non sia mai un problema. Quindi, Perché fai cosi? E al contempo le sto contando, le volte in cui la stessa persona mi ferisce. E, credetemi, non sono un manipolatore, anzi, ho una straordinaria capacità di incassare. E incasso. E incasso. E incasso.

E poi, un giorno, dopo che ho sempre incassato, comincio a essere stanco delle scuse, e delle giustificazioni. Delle bugie. Delle balle che mi bevo. E divento insofferente, e, irrimediabilmente, cambio. E bè, ho notato che quando cambi le persone cominciano a chiederti Cosa succede? Sì, quando le loro piccole vite cominciano a tremargli sotto il culo, quando non sei esattamente più disponibile ventiquattro-ore-al-giorno-sette-giorni-su-sette, si spaventano. Spauracchio. Dove sei? Mi odi? Ma è successo qualcosa? Cos’ho fatto?

Però, ecco, vorrei che sapessero questo, queste persone che mi conoscono abbastanza bene. Che quando siamo alle domande, in realtà è perché non c’è già più niente da salvare. Se ho incassato fino a quel momento, e me ne sono stato buono, e non ho avuto colpi di testa, è perché l’ho deciso. L’ho stabilito. Sì, anche questa volta posso resistere. Si, posso chiudere un occhio, due, il terzo occhio, il quarto chakra, gli occhi al cane, al gatto, a nonna. Sì, dai, resisto. No, non ti odio, sono ancora qui. Poi arriva un colpo che non mi va più di prendermi in pancia perché, ecchecazzo, non sono un punching ball. E anche quello dopo, non mi va di prenderlo.

Una bugia? Mi sono rotto le palle. Una scusa? Vedi di andare affanculo. Un silenzio? Perfetto, fai come se non esisto. Nel senso, come se io per te non esistessi più.

Provo un pò di rabbia, lo ammetto. Ed è una profonda delusione, per me, chiudere un rapporto o una relazione. Sa di fallimento, e Dio solo sa quanto io odi fallire. Ma la rabbia e il dispiacere poi passano, e io smetto di lottare per tenermi qualcuno con le unghie e con i denti, smetto di insistere. Lascio. E, sapete come si dice? Che i buoni sono gli ultimi ad andarsene, ma i primi a non tornare più.

@AndreDeLarge
ph. Irq506

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