#4 Una torta in aeroporto

(Parte 1.)

Se la colonna sonora dell’argomento tempismo per A. è Hello di Adele, per me è stata Stardust di Mika e Chiara. Perché vuoi che io non abbia avuto problemi col tempismo? Io, che qui vi parlo della mia naturale propensione per le cose complicate?

E ce l’ho sì il mio parere sul tempismo. Ve lo dico con una citazione: chemistry is fundamental, but timing is a bitch (da How I met you mother.)

Sì cazzo. Sì. E’ esattamente così.

Il mio problema col tempismo sorge precisamente due anni fa.

Io ero all’inizio del primo anno di magistrale e volevo cercarmi uno stage. Mia sorella, allora, mi ha suggerito una piccola agenzia di comunicazione del mio paese, perché aveva conosciuto un ragazzo che ci lavorava. Un bonazzo pazzesco a detta sua.

Cerco l’agenzia per farmi un’idea delle attività svolte e decido di contattarli per chiedere se ci fosse questa possibilità. Mi chiamano per un colloquio, quindi prendo e vado.

Ricordo ancora di essere entrata dalla porta, e di avere sentito la mia attenzione calamitata da lui. Bonazzo epico. Confermo.

Dopo l’incontro, rimaniamo d’accordo che avrei cominciato nel secondo semestre e che nel frattempo ci saremmo tenuti in contatto.

Prima di Natale, però, giusto per non sparire, decido di risentire quello che poi è stato il mio capo per un po’, per iniziare a gestire un paio di cose per lo stage e per vedere che opportunità concrete ci fossero. Proprio in quel momento, scopro che il bonazzo epico ha ottenuto lavoro a Londra.

Solita sfiga, penso.

Nei giorni seguenti, trascorro un po’ di tempo in agenzia da loro, per cominciare a capire come funzionasse. E lì, non ho capito più nulla. Lui mi aveva proprio colpito. Mi piaceva fisicamente, mi piaceva il fatto di poter parlare un’ora di un argomento come le differenze linguistiche, che con un’altra persona esauriresti in dieci minuti. Ero partita.

Quella era la sua ultima settimana a Milano. Lui sarebbe tornato a casa sua nelle Marche – sempre per la solita legge che a me, vicini non piacciono (ve ne avevo parlato nell’articolo #2 Io, in treno).  E poi sarebbe andato a Londra.

Io, cuore impavido quale sono, ho deciso di prendere la situazione in mano, chiedere il numero, ma, soprattutto, chiedergli di vederci nel weekend. Tanto partiva, cosa avevo da perdere (oltre la faccia, si intende)? Dopo una serie di incastri strategici, siamo riusciti a beccarci in Stazione Centrale (eccaallà). Siamo stati insieme forse due ore, ci siamo baciati, e ci siamo detti che sarebbe finita lì. E aveva assolutamente senso. Non ci si conosceva, lui stava cambiando vita, come pensare di poter costruire qualcosa? Ci siamo salutati augurandoci il meglio.

Ma a me quel bacio era rimasto impresso. Perché di baci tanto belli, se ne danno troppo pochi.

Passano i mesi senza sentirlo, rispettando ciò che avevamo deciso, finché non arriva il giorno del suo compleanno, a Febbraio (acquario, per i curiosi astrologi). Gli faccio gli auguri e da lì, periodicamente, abbiamo cominciato a scriverci. Nel frattempo, io maturo l’idea di fare un’esperienza all’estero, (idea che c’è ancora, tra l’altro) e gliene parlo. Un giorno, ricordo, stavamo discutendo proprio di questo, quando gli ho chiesto se, a proposito di viaggi, lui non venisse mai a Milano. Mi aveva risposto che no, tornava raramente, e poi mi ha chiesto se io pensassi di andare a Londra.

Non ci stavo seriamente pensando. O meglio. Sì, avevo immaginato che potesse essere una meta adatta all’esperienza che volevo fare, anche se non avevo ancora concretizzato nulla.

Prima di rispondere alla sua, di domanda, però, me ne sono fatta una io, che poi è quella che ho scritto alla fine dell’articolo #2. Ne valeva la pena? Decisamente sì.

Beh, ho comprato il biglietto.

@TypingGwen
ph. Théo Gosselin

 

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