Dell’obbligo e del diritto

Lui – sì, lui, quello che mi ha preso a ginocchiate la cassa toracica per estrarmi il cuore e metterlo a essiccare nella campana del vetro – un giorno mi ha accusato di pretendere diritti che non avevo. Questo l’aveva bloccato, quasi spaventato. E non li avevo semplicemente perché lui non aveva mai inteso concedermeli. Secondo lui la profondità di una relazione si costruiva sulla libertà che uno concedeva all’altro di essere invaso. E io l’avevo invaso, senza che lui mi avesse dato il permesso di entrare in casa. Penserete: bé, con più ci si conosce e si sta insieme e ci si avvicina con più si acquisiscono questi diritti. Il diritto di chiedere spiegazioni, ad esempio. Il diritto di sottolineare le mancanze. Il diritto di accusare l’altro di essere una presenza assente. Il diritto di fare scenate di gelosia. Il diritto di pretendere l’esclusività. Il diritto di organizzare situazioni carine per due. Il diritto di considerarsi una coppia, insomma. Cosa che, a detta sua, non eravamo, e quindi non si sentiva investito di nessun obbligo nei miei confronti.

E invece vi sbagliate. Sembrerebbe, infatti, che questi diritti non si acquisiscano naturalmente – come l’intuito o il buon senso darebbero a pensare – col tempo, o con la frequentazione, o con il sentirsi regolarmente e il volersi bene. No, a quanto pare serve una lettera di richiesta scritta, al quale deve seguire un timbro di avvenuta consegna e una risposta formale. Un po’ come quando a scuola mandavi un pizzino di carta con scritto Vuoi essere la mia fidanzata? Metti una x su sì oppure su no.

Immaginerete il mio stupore nello scoprire che dopo alcuni mesi di conoscenza, per lui non ero più che una presenza ricorrente. Un ruolo che – nemmeno a farlo apposta – mi ha attribuito nel momento in cui ho posto una – unica – domanda. Niente di speciale, solo: Ma io e te, esattamente, cosa siamo? Cioè, come ci definiamo? Quale etichetta devo apporre sul nostro pacco? Quando parlo di te, come devo chiamarti? Qualcuno di voi obietterà: se devi chiedertelo per saperlo, c’è qualcosa che non gira a dovere. E probabilmente avete ragione, ma quando tutto sta procedendo bene, via liscio, immagino anche che sia facile rispondere a questo genere di domande.

Tutto l’opposto. Il leit motiv della mia vita è Non lo so.

– Mi piace passare il tempo con te!
– Sono contento. Anche a me!
– Quando ci rivediamo?
– Non lo so.

Credo di aver ricevuto più Non lo so che No guarda, non sei il mio tipo – risposta che, se proprio devo essere sincero, continuo a preferire alle solite paraculate di chi Ma sì, chi se ne fotte, tanto sono solo, non faccio del male a nessuno, lui è carino, vediamo che succede. Bullshit, ergo, cazzateIl vediamo che succede lascivo e disimpegnato non si addice al cervello di un adulto. Se ci piacciamo, e ci frequentiamo, è normale che io mi ponga delle domande.

– Io per te cosa sono?
– Non lo so.
– Cosa provi per me?
– Non lo so.
– Ma io e te cosa siamo?
– Non lo so.
– Cosa pensi a farti vedere in giro con me, in mezzo alla gente?
– Non lo so.
– Ti andrebbe di conoscere i miei amici?
– Non lo so.

Domande alla quale io, personalmente, ho saputo rispondere e ho risposto.

  • Il ragazzo che tra tutti gli altri mi fa stare meglio, quello che mi interessa un epsilon di più, quello che ho scelto nella folla.
  • Un forte interesse, mi incuriosisci. E sì, mi piaci.
  • Siamo due ragazzi che si piacciono e si stanno frequentando perché il tempo che passano insieme è di qualità e piacevole.
  • Mi sento a mio agio. E se la gente dovesse pensare che stiamo insieme mi farebbe anche piacere.
  • Mi piacerebbe molto, facciamo a fine mese?

Sempre qualcuno di voi sosterrà che davanti a un Non lo so ci possono essere solo due reazioni: E sticazzi, mo’ mi rispondi, non lo so un cazzo oppure Vedi di andartene affarenculo. Io ammetto di aver lasciato spesso il beneficio del dubbio, fidandomi più delle parole – nella convinzione che solo un coglione le sceglierebbe senza preoccuparsi del loro significato, senza dargli alcun valore – piuttosto che dei gesti, delle dimostrazioni. Oggi ammetto di aver sbagliato.

Risultato? Non so mai niente nemmeno io. Cosa eravamo io e lui, ad esempio, non l’ho mai saputo. Non penso di poter dire di aver avuto una storia con lui, pensandoci. Penso però mi abbia insegnato a riconoscere quello che non voglio – poi, masochista io, mi lascio attrarre sempre e comunque dalle cause perse, dalle cose impossibili, ma credo sia per un’innata indole da crocerossina. Di sicuro c’è che l’umiliazione che ho provato quando mi ha sbattuto in faccia il suo Non lo so mi ha dato il chiaro senso di come le cose poco chiare non facciano per me. Non avere idea di dove una relazione stia andando a parare o di come posso definirla; non sapere quali parole usare per descriverla; non darsi un’etichetta è una situazione che mi procura una sensazione di vero disagio. E scatena gli aspetti peggiori del mio carattere. Esigenza, petulanza, pretesa, irrazionalità, gelosia. Smetto di vivermi con spontaneità le occasioni, mi lascio controllare dal sospetto e dalla paranoia.

È per quello che mi ha detto che, dopo di lui, ho cominciato a ragionare seriamente su questa storia degli obblighi e dei diritti che possiamo far valere su un’altra persona, in special modo sulla sacrosanta facoltà di chiedere al losco individuo che stai frequentando, esattamente, Che cazzo vuoi da me? No perché sai, se desideriamo cose diverse vorrei saperlo prima per avere la possibilità di decidere se sta bene anche a me o preferisco chiamarmi fuori. Giusto per evitare di inciampare in quelle situazioni scomode in cui Ah, ma lui è…lui! Finalmente! quando per caso incontri il tuo migliore amico in un locale o – peggio – Lui è Tizio, il mio amico. Il mio amico. Che è triste tanto quanto chiamare signorina una donna fatta e finita per il fatto che semplicemente non ha un uomo. Per essere donna non ha bisogno di avere un uomo, esattamente come io per avere un amico non ho bisogno di scoparmelo.

Io credo che le definizioni siano fondamentali. Voglio dire, se ciascuno di noi desse un appellativo diverso alla stessa cosa – diciamo, per esempio, alla bottiglia del latte – si rischia che al tavolo della colazione tu cerchi di versarmi nel tovagliolo il panetto di burro. Chiamare ogni cosa col suo nome, col suo vero nome. L’ha fatto Adamo una volta per tutti, perlamadonna perché a te non deve stare bene? No, dai, non diamoci etichette. Non lo so cosa siamo, ma stiamo bene così noi, vero? No! Assolutamente no! Nelmodopiùassoluto no! Stai bene tu, stai bene! Io no. A me viene l’ansia. Ho gli attacchi di panico perché tu ti stai pilatianamente lavando le mani – pardon, l’uccello! – dalle responsabilità. E io sono lì, con le dita mangiate ormai fino alle nocche a chiedermi: Si aspetta che gli scrivo? Si aspetta che non lo faccia? Lo chiamo? Non lo chiamo, sennò si fa una strana idea. Rispondo a ‘sta cazzata? Meglio non rispondere, così si rende conto che mi sono irritato. Gli chiedo di uscire! No, meglio aspettare di incontrarci sabato sera e dirselo a voce.

Dimmelo. Diciamocelo. Siamo frequentanti? Stiamo insieme? Dovremmo decidere il giorno del nostro anniversario? Siamo amici? Siamo scopamici? Siamo amici senza scopa? Sono una scopa nel culo? Cosa sono? Vivo nella – ridicola, a questo punto – convinzione che io, in quanto essere umano, abbia degli obblighi nei confronti degli altri esseri umani coi quali entro in contatto. E che questi obblighi confluiscano in tre concetti fondamentali dell’esistenza: rispetto, trasparenza delle emozioni, confort.

Ciò significa che quando comincio a frequentare una persona – e, badate bene, intendo dire proprio impostare il rapporto come fosse una frequentazione, o almeno una conoscenza to’ – io ritengo che a lei spettino delle cose; su tutte: rispetto e sincerità, ma anche il diritto di non essere messa a disagio dal mio comportamento. E per me non è un dovere, non vi è un senso di obbligo nel prometterle il massimo del confort. Cioè, facciamo a capirci. Se mi gira il cazzo perché mia madre come al solito ha spostato il mio tablet e non si ricorda dove l’ha messo, non farò pesare il mio stato di nervoso su di lui. Piuttosto ti spiego che quando mi prendono cinque minuti e sbrocco, preferisco non parlare con nessuno. Se non siamo amici, ma ci sentiamo tutti i giorni, per me è normale informarti del fatto che per più di trentasei ore non sarò reperibile. Perché mi aspetto che mi scriverai, se non lo farò io, e non trovo giusto che tu stia lì appeso. E se semplicemente non dovessi avere accesso a internet, immagino che un colpo di telefono o un sms – l’old school è sempre la soluzione migliore – glielo rivolgerei. Ehi, sono via! Tutto bene, ci sentiamo quando torno! Un messaggio è un gesto, un pensiero. È una forma di cortesia intelligente e confortevole, oltre che confortante. Se non lo mandi è perché nemmeno ci hai pensato a mettere a suo agio l’altra persona. E, voglio dire, se non ci pensi significa che non ti interessa di quella persona, che nel frattempo si sta per vomitare addosso dalla nausea, no?

Questo non significa che mi sento in obbligo di dirti cosa farò o con chi passerò il mio tempo, e nemmeno che debba per forza interessarti quante volte mi sono grattato il naso, ma sento che è giusto, rispettoso nei tuoi confronti, non farti pesare la mia presenza, la mia assenza, i miei umori e che sia altrettanto giusto seminare lungo il tragitto della nostra conoscenza le indicazioni per farti capire chi sono, cosa cerco, cosa non mi piace.

Definirsi non è un obbligo. L’etichetta non uccide il rapporto, semplicemente gli dà una direzione. Che è bello scegliere insieme, e non subire. perchè se io mi sto innamorando di te che non ti stai innamorando di me, forse è meglio saperlo prima che sia troppo tardi. Una definizione dà un respiro del tutto diverso al rapporto, dà delle regole, mette delle ristrettezze. Ma è necessario chiarire che, se pur è vero che le cose evolvono, ogni definizione è un insieme che, per quanto possa inglobare elementi di un altro insieme, vale come sistema chiuso. Perché se siamo scopamici non metteremo in atto i comportamenti o le dinamiche di due fidanzati. E se tu mi dici che non vuoi una relazione, e poi mi cerchi tutti i giorni, e ti va di vedermi e di sentirmi, credimi, hai già perso ogni diritto di giustificarti prima ancora del tuo prossimo Non lo so.

@AndreDeLarge
ph.
Francesca Masarati

 

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. The Basic 8 ha detto:

    Post fantastico!!!!

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    1. andredelarge ha detto:

      Grazie mille!
      Mi hai fatto diventare rosso 😚 Grazie grazie

      Liked by 1 persona

      1. The Basic 8 ha detto:

        🙂

        Mi piace

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