Di domenica

Che stiamo crescendo, io e i miei amici intendo, lo capisco.
E’ un dato di fatto, un’incontrovertibile legge fisica, una regola al quale opporsi è del tutto inutile. Non che io voglia, ma mi aspettavo una fase intermedia tra svegliarsi il martedì mattina ancora con la nausea del sabato sera e la tisana alle undici di sera davanti al camino. E invece le nostre esigenze sono già cambiate, per non parlare dei nostri interessi in fatto di divertimento.

Ora uscire la sera significa andare a cena fuori per provare quel nuovo ristorante che hanno aperto oppure inaugurare la nuova casa di qualcuno che, sistemato col lavoro, si è conquistato la sua agognata indipendenza. Ed è bello, crescere, e fare parte del processo di crescita delle vite dei miei amici. I traslochi, i pomeriggi all’Ikea, il corredo per il letto matrimoniale. Ma questa cosa che restare a casa è diventato il nuovo uscire a divertirsi mi sta uccidendo. Ho voglia di sprecare quattro ore a bere un drink in centro, di incontrare gente, di ridere e scherzare di niente seduto al tavolo di un locale con la musica alta il sabato sera. E, specialmente di domenica, che è l’unico vero giorno in cui si potrebbero organizzare delle attività diverse, mi piacerebbe andare a visitare un posto nuovo, a vedere una galleria d’arte, una mostra. Forse dovrei cogliere il consiglio di chi mi ha detto di cominciare a farle da solo, queste cose. Il cinema, il teatro, un vernissage. Non aspettare più che qualcuno voglia fare le cose con me, ma imparare a fare le cose con me stesso.

Di domenica, dicevo, è più difficile stare a casa. Per me è sempre stato così. La giornata è un momento che si consuma rapido tra alba e tramonto. Sistemi l’armadio, ascolti un po’ di musica, ti metti in pari con qualche serie tv, cucini un piatto più elaborato della spinacina da scaldare al microonde che ti porti a lavoro nella schiscetta tutti gli altri giorni della settimana. Pensi. Mi sembra di buttare via il tempo, di perdermi in monologhi interiori che non fanno altro che complicare certe preoccupazioni o amplificare certi desideri, di domenica. E così oscillo tra nuove inopportune aspettative e amare prese di consapevolezza.

Domani ho un colloquio di lavoro. In una di quelle agenzie di comunicazione fighe in centro Milano, di quelle che la mattina arrivi in ufficio con la tazzona di carta del caffé americano California Bakery, attraversando Corso Como e Piazza Gae Aulenti. Continuo a pensarci, a immaginare di lavorare lì. E più ci penso più mi rendo conto di desiderarlo. E il mio entusiasmo euforico si mischia alla naturale paura di vedere il sogno infranto, un’altra volta. E’ chiaro, non mi fermerebbe, però…

…però mi piacerebbe che una cosa si incastrasse perfettamente nel mosaico della mia vita. Ora ho davvero bisogno di un segnale, che il karma mi restituisse qualcosa. Che semplicemente facesse tac, componendo il puzzle, senza dover stare lì a rigirarmi il pezzettino tra le mani per ore. Penso di meritarmelo, sinceramente. Di meritarmi una cosa semplice e bella. Una.

Non gliel’ho detto, al canadese. In realtà credo di non sapere più cosa dirgli (e questa è l’amara presa di consapevolezza che si contrappone all’inopportuna aspettativa.) Non sono più sicuro di sapere come gestire il nostro rapporto. Mi manca, tantissimo. E cerco tutti i giorni di mantenere viva la nostra conversazione. Cerco di distrarlo, di dargli qualcosa su cui riflettere, di tenere attiva la sua testa. Cerco di fargli capire che c’è qualcuno – io – che lo supporta, che lo incoraggia, che lo sprona.

Ma ho la sensazione che io non sia più così importante, per lui. Più passano i giorni, più non posso non notare tante piccole mancanze da parte sua. Credo sia normale, più passa il tempo più cogli le piccolezze. E io vivo dei dettagli che crescono tra il minimo indispensabile e le basi, che per me sono ovvietà.

Sono quasi certo che non mi cerchi. Questo non significa che non voglia sentirmi, o che vuole staccarsi. Ma non mi cerca, non fa alcuno sforzo. Non mi dà conferme, è assente fino a che non lo interpello. Non mi racconta nulla, a meno che le cose non gliele tiri fuori io. E mi mette a disagio, perché sembra quasi che non voglia parlare di alcuni argomenti. E’ come se non mi notasse, se non avesse alcun interesse nel flirtare o nel scambiarsi tenerezze con me. E quando glielo faccio presente, ha sempre una scusa pronta, e un messaggio in cui dice che gli dispiace tantissimo, seguito da una giustificazione qualsiasi. E’ come se mi desse per scontato.

E io comincio ad accusare il colpo. A interpretare ogni piccolo scambio alla luce di questa convinzione. Se non mette emoticons, se non risponde a una provocazione, se lascia cadere i momenti di gioco, non è perché è ingenuo, o scemo. E’ perché li evita, non vuole giocare con me. Inizio a credere che cerchi di smorzare i miei entusiasmi, i miei slanci. Tra un po’ faremo i conti con l’insofferenza, reciproca, su ogni stupidissima questione. E’ inevitabile.

Mi manca. Mi mancano i cuoricini rossi che mi spediva con la buonanotte. O il suo buongiorno al mattino. Mi mancano le volte in cui mi diceva che mi stava pensando. Mi manca che dica che gli manco.

Ed è assurdo, perché proprio a causa delle condizioni particolari in cui stiamo facendo crescere il nostro rapporto, io sono sempre stato chiaro, diretto. Gli ho sempre detto quello che pensavo, quello che mi mancava da parte sua, gli ho sempre chiesto spiegazioni su quello che non capivo e ne ho sempre date a lui quando sottolineava alcuni miei atteggiamenti o comportamenti. Eppure le cose non cambiano, non evolvono. Sbattiamo sempre contro gli stessi angoli, ci incastriamo sempre nelle stesse strade senza uscita.

Io lo cerco; lui è annoiato e frustrato e riversa il suo umore sulla nostra conversazione, sul nostro rapporto; io ci resto male; lui si accorge del mio cambio di direzione e allora si defila, perché discutere con me lo fa stare male. E’ un circolo vizioso, ma non trovo più le motivazioni per continuare a girare con lui. Dico, davvero.

Ho cercato di metterlo al centro di ogni giornata in questi ultimi ventiquattro giorni. Di farlo sentire ascoltato, coccolato, incoraggiato, amato. Le mie attenzioni particolari, la mia dolce presa di posizione nei confronti della sua pigrizia mentale tutte le volte che con ironia l’ho spinto ad alzare il culo e rimboccarsi le maniche. Tutte le volte che ho trovato annunci di lavoro per lui. Nemmeno mai un grazie. Una qualche forma di riconoscimento. E l’ho anche messo in guardia: vivo di reciprocità, nei rapporti. Di piccole conferme progressive e continue. Se davvero ci tieni a me, vienimi a ripescare, ogni tanto.

Oggi è sparito, non riceve neanche i messaggi su whatsapp perchè è senza internet. Mi ha scritto un sms? Una telefonata? Macché. E dire che proprio ieri sera abbiamo parlato del fatto che mi sentissi mortificato, qualche volta, dalla sua disattenzione nei miei confronti. Dalla poca sensibilità. Forse era il momento buono per agire in maniera intelligente: Oggi sarò via tutto il giorno, ci sentiamo domani. Ti voglio bene. Neanche il rispetto mi è dovuto.

Penso ora a tutte le volte che gli ho detto compro un biglietto e vengo giù, facciamo qualcosa insieme. Per avere qualche giorno diverso, stare insieme, parlare. Così ti distrai, impegni la testa, ti allontani dal tuo paesino di cento anime, ci vediamo. Ogni volta che ho detto Vengo a Salerno mi ha risposto che era un casino, un viaggio della speranza, che non era una cosa che si poteva organizzare così, che anche lui dalla città dista un sacco di tempo e non sapeva come spostarsi per raggiungermi, per incontrarci, che era una spesa evitabile, che non aveva mai portato nessuno nelle sue zone e l’idea lo metteva a disagio. Scuse, suppongo, no? Voglio dire, chi vuole davvero qualcosa trova una strada. E mi fa rabbia ancora di più la certezza di sapere dove si trova, dove ha passato tutto il giorno: a Salerno, con gli amici. Uno, dieci, non importa. 

Mi sento ridicolo. Stupido e umiliato.
Voglio dire. Quando ho deciso di dedicargli il mio tempo, il mio sonno, e di compromettere la mia sanità mentale per lui, ho pensato che quanto meno avrebbe riempito le mie domeniche.

Mi sbagliavo.

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3 commenti Aggiungi il tuo

  1. 321Clic ha detto:

    Mi è sembrato di rileggere me. Tutto già visto, già vissuto, e devo dirlo, anche già finito. Quando prende una piega così, è inevitabile. Ma forse dentro di te lo sai già. Inutile trascinare cose nella speranza di ridargli una vita che non hanno più, qualunque sia il motivo per cui l’hanno persa.
    Quello che invece è evitabile è passare le domeniche tappati in casa se non ne hai voglia, soprattutto in un posto come Milano, che offre migliaia di cose da fare.
    Questo weekend ero lì anche io, ho passato il venerdì e il sabato con amici e la domenica da sola, ma l’ho utilizzata per alzarmi con calma e con altrettanta calma prepararmi la colazione, vedere la mostra su Vivian Maier a cui tenevo tanto e passare il resto del tempo a zonzo con la macchina fotografica. Poi purtroppo cinque ore d’auto per tornare a casa mia, ma quelle conto di sopprimerle al più presto 😉

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    1. andredelarge ha detto:

      Hai ragione. Ho bisogno di ridarmi delle priorità. E di ripartire da me. Di riapprorpiarmi del mio tempo, di praticare quella leggerezza di cui parlava Calvino. Di lasciare che spontaneamente le cose prendano la loro direzione, senza forzature. Senza manipolazioni. L’unica materia su cui posso davvero lavorare, sono io.

      Basta domeniche chiuso in casa. Basta umore sotto zero per colpa di uno stronzo qualsiasi. Sto costruendo il nuovo me stesso, forse meglio liberarsi della zavorra prima di aver terminato il processo..

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    2. andredelarge ha detto:

      E giusto per la crinaca, sì, era a Salerno.

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