#3 Io, che lavorerò

Stamattina mi sono svegliata con la necessità di dire la mia. Una sorta di urgenza. Di prurito alle mani.

Non più di dieci giorni fa mi sono laureata ed è cominciata quella fase di speranza e ansia che si chiama ricerca del lavoro. So che, al momento, non potrò trovare un contratto, che dovrò passare dagli stage e che sarà lunga. Va bene. Ho l’entusiasmo di chi deve iniziare e ho più voglia di mettermi alla prova che di comprare una casa. Ma c’è un dettaglio, nemmeno poi così piccolo, che non riesco a mandare giù. L’assenza di professionalità.

Settimana scorsa, ad esempio, sono stata contattata per uno stage a Venezia. Il progetto era interessante e sembrava valesse la pena cambiare città per un’esperienza simile. Compro i biglietti e contatto la persona di riferimento il giorno prima del colloquio, per sapere come avrei dovuto muovermi e dove ci saremmo dovuti incontrare. Ah, per inciso, messaggio su whatsapp. Mi dice che mi avrebbe fatto sapere la mattina seguente.

Arrivo a Venezia per le undici e non sapevo ancora il luogo dell’incontro. Intorno a mezzogiorno e mezza riusciamo a vederci e la prima domanda che mi ha fatto, dopo essersi presentato è stata Ma sei italiana? Dal nome e dai lineamenti non si direbbe. Apparentemente, era l’unica curiosità, dato che poi non aveva il mio cv dietro e non si ricordava il mio percorso. Inutile dire che lo stage non fosse retribuito.

Ieri ho avuto un altro colloquio. Anche in questo caso la persona ha comunicato con me tramite e-mail e tramite whatsapp. Ho cercato di dimostrarmi interessata e disponibile all’incontro. A quanto pare così tanto, che mi ha dato quattro ore di preavviso prima del colloquio. Puoi dire di no? Puoi rimandare? Eh, rischi di bruciarti la possibilità.

La possibilità me la sono bruciata comunque. Durante il colloquio, infatti, mi è stato chiesto di fare un esercizio in excel. Mentre lo facevo, fissava il mio lavoro e non nego di essermi sentita a disagio. Mea culpa, è un qualcosa che devo imparare a gestire. C’è da dire, però, che non mi ha aiutato molto il suo approccio quando mi ha detto Vediamo che cazzo hai fatto, una volta concluso il lavoro.

Ora. Io sono una persona abbastanza riservata e faccio ancora fatica a dare del tu ai genitori dei miei amici. Apprezzo gli ambienti informali di lavoro, ma che Cazzo hai fatto penso di non averlo rivolto mai a nessuno.

Concedetemi di dire che questo è un atteggiamento che si sta diffondendo e che spesso riguarda uomini sulla quarantina e dall’ego spropositato, che non accettano l’avanzare dell’età e che credono che friendly sia cool. Dove per friendly, intendo semplicemente essere sboccati come i sedicenni in pieno picco ormonale. E secondo me è svilente. So già che dovrò lavorare quaranta ore per 500 euro al mese se sarò fortunata. So bene che nel 90% dei casi è uno stage senza futuro. Ma posso, almeno per quei sei mesi, sentirmi scelta come individuo, con una sua professionalità e conoscenza e non come giovincella da sfruttare?

A questo ci aggiungo che vorrei che gli occhi si posassero sul mio viso e non insistentemente sul mio culo, come già mi è successo in un posto di lavoro. Ma, soprattutto, che si vada oltre al mio viso, visto che sul cervello ci ho investito un po’.

Di esperienze di lavoro non ne ho molte alle spalle. Probabilmente non ho ancora visto nulla e il pelo sullo stomaco deve crescere. Anzi, spesso mi ricordano proprio questo. E ci aggiungono pure che devo imparare a mandare giù il rospo. Oggi, però, mi chiedo sinceramente: dove sta il limite dell’accettabile?

 

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