Only the brave (o dell’ingenuità)

Oggi ho mandato quella email.
Sì, sto cercando un nuovo lavoro già da qualche tempo. Intendo, seriamente. E dico che voglio dare le mie dimissioni da non so più nemmeno quando. Ho sulla pelle un umore strano. È un misto di sollievo e speranza e paura.

Non posso non ripensare alla prima crisi che ho avuto, da quando sono impiegato in quell’ufficio (è da quell’ufficio che sto scrivendo, ma non riesco a dire da qui, non appartengo a questo posto). Mi stava scadendo il contratto a tempo determinato, ero davvero agli sgoccioli, e nell’aria già si sentiva odore di rinnovo a tempo indeterminato. Quando mi si è presentata l’occasione di fare un colloquio per l’Ufficio Stampa di Marc Jacobs. Pochissimi giorni dopo ricevo una email. Abbiamo scelto te, ci vediamo il 27 febbraio per definire i dettagli del contratto.

Il 28 febbraio avrei dovuto firmare il nuovo contratto per tenermi il (mio attuale) posto di lavoro. Potete immaginare come sia andata. Vi aiuto: non come avevo immaginato.

È da quel momento che mi porto addosso la sensazione di essere incastrato qui, in un posto dove non voglio davvero stare, in mezzo a persone con cui non voglio veramente confrontarmi, a lavorare per professionisti che non stimo, in un settore che non mi stimola. Non so nemmeno perché ho perso così tanto tempo, me lo domando ora.

La frustrazione è stata tanta. Dire ai miei che avrei lavorato per Marc Jacobs, dirlo agli amici, dirlo a me stesso. E poi, il sogno infranto. Pensiamo che dovresti accettare il tempo indeterminato nel tuo attuale posto di lavoro. Non ce la sentiamo di assumerti sull’onda del tuo entusiasmo. Le condizioni di lavoro che possiamo offrirti sarebbero per te frustranti, e ti renderebbero un collaboratore improduttivo. Addio Marc Jacobs, addio Fashion Week, addio Miranda Priestley.

Sono riuscito a firmare il mio contratto di lavoro a tempo indeterminato per un soffio. Sorridendo amaramente mentre scorrevo la penna sul mio primo vero firma qui.

Mi sono impegnato molto. Moltissimo. Per imparare tutto ciò che sono riuscito a rubare ai colleghi, ascoltando le loro conversazioni al telefono, chiedendo confronti e continue opinioni. Ho cercato di fare sempre bene il mio lavoro, di rendere la mia azienda fiera di me, di veicolare un’immagine di noi che fosse coerente, rotonda, sincera e efficace. Ho lavorato sodo.

Ma dentro di me ho continuato a sentire per tutto questo tempo una sorta di tic, tic, tic in sottofondo. Un allarme che mi accompagna in continuazione. Come il suono delle lancette di un orologio. Il mio. Tic, tic, tic. Sto facendo quello che voglio nella vita? Tic, tic, tic. Sto investendo su di me? Sto crescendo? Quale vita mi sto costruendo? Tic, tic, tic. Dove ho lasciato le mie ambizioni?

Così, oggi ho mandato quella e-mail.
Ho chiesto ai miei capi di ritagliarsi uno spazio per parlare con me. I rapporti sono molto buoni, non me ne vado a causa di un ambiente di lavoro ostile. Me ne vado perché a ventiquattro anni ho il privilegio di poter rischiare. Perché è ora o mai più. Perché sento che sto impiegando tempo e energie in un progetto in cui non credo. E non posso, pardon, non voglio più permettermelo.

Non voglio essere infelice senza nemmeno aver provato a cambiare le cose. Voglio rischiare. Voglio carpe (quel fucking) diem, non so se mi spiego. Mi voglio mangiare la vita, le occasioni. Voglio investire su di me, sui miei talenti. Ritagliarmi un posto nel mondo anche piccolo, ma adatto a me.

Non è questo. Non è quell’ufficio. Non è in Brianza. Non è nel settore della Sicurezza sul Lavoro.
Io sono uno scrittore. Ma per essere uno scrittore devo scrivere. E la maggior parte delle mie forze mentali, delle mie energie fisiche e delle mie intenzioni creative sono buttate dodici ore al giorno in attività che non voglio più fare. la maggior parte del mio tempo finisce sui tasti della keyboard del computer di qualcun altro, non del mio. E’ sbagliato. E’ ingiusto.

Mi sono incattivito, sono acido, sono nervoso e antipatico con tutti.
L’unica sensazione di calma che ho mi deriva dall’idea di non dover più rimettere piede in quell’ufficio ancora per molto. Sarà dura rinunciare al mio stile di vita, alla mia indipendenza economica, perché non mi aspetto di essere più fortunato di tanti altri e di trovare lavoro prima. Non mi aspetto nemmeno che la vita mi restiutisca qualcosa per il mio atto di fede, no. E lo so, molti di voi penseranno che io sia un folle, un pazzo. Che dovrei avere un pianoB prima di lasciare il pianoA. Forse avete ragione, ma sento l’esigenza di uno stravolgimento, ora. Di un cambiamento drastico. Di avere il tempo di pensare ai miei di progetti. Di ritrovare la mia tranquillità, riprendere il controllo su di me, sulla mia ansia e sui miei attacchi di panico.

Sto rischiando. Ma com’è che si dice? Only the brave, no? Solo gli impavidi.
O solo gli ingenui. Poco importa.
Se lo sto facendo, è proprio perché sto provando a dare rilevanza a ciò che conta per me.

A ciò che conta davvero. Sarà divertente ricominciare da capo. I nuovi inizi non possono che portare nuove cose. E il nuovo mi sta bene.

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10 commenti Aggiungi il tuo

  1. gsb83 ha detto:

    Capisco benissimo la tua situazione. Spesso mentre sono seduto in ufficio mi chiedo che ci sto facendo in quel posto, sento di sprecare il mio tempo, la mia vita. Sto cercando altre possibilità ma è difficile inoltre non sono abbastanza coraggioso da licenziarmi senza avere un piano B concreto. 😦
    In bocca al lupo!!!!! 🙂

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    1. andredelarge ha detto:

      Buttati! Fallo! Solo l’idea che sto per farlo mi fa sentire meglio! Sarà difficile, sarà dura! Ma l’avrò scelto io!!!

      Grazie mille!

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  2. chiarachiarissima ha detto:

    Ti capisco bene e faccio il tifo x te: 5 anni fa ho fatto la stessa cosa.

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    1. andredelarge ha detto:

      Grazie per il supporto! E’ importante sapere che qualcuno non mi considera un folle 😀

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  3. 321Clic ha detto:

    Tu stai rischiando a 24 anni, io a 45. Dopo 25 anni passati nello stesso posto, complice una crisi aziendale che comunque non mi fa rischiare il posto, ho deciso che era ora di cambiare. Mi sto cercando un altro lavoro, in una città a 500km dalla mia. Non posso che dirti che sono con te.

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    1. andredelarge ha detto:

      Grazie di cuore. Sapere di non essere un folle – come molti mi hanno detto – è fonte di grande orgoglio e incoraggiamento! Ti voglio trasmettere le stesse sensazioni ❤ Per me sei tu il vero modello da seguire!

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      1. 321Clic ha detto:

        Tu non sei folle, e io avrei dovuto farlo prima 🙂

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      2. andredelarge ha detto:

        Il tempo è tiranno. Non trasformiamolo anche in nemico 🙂 Non importa QUANDO, importa CHE.

        LA STIMA PER TE E’ GRANDISSIMA.
        Ho provato la stessa stima per mia zia, che alla soglia dei 70 anni ha trovato il coraggio di divorziare da un marito un pò così, che è stato un pò così tutta la vita, e che si è ricostruita e rimessa a lavorare per ritrovare l’indipendenza che mai aveva avuto.

        I miei esempi sono fatti di persone reali che fanno cose reali per se stessi senza danneggiare gli altri.

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      3. 321Clic ha detto:

        Grazie.. Tua zia poi, senza misura 🙂

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      4. andredelarge ha detto:

        ‘Na pazza AHAHAAH ❤

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