Come nell’arena

Nella mia vita ho sempre avuto un motore di riserva, un generatore di emergenza. Come una molla pronta a scattare nel momento opportuno, quando proprio ne ho più bisogno, quando mi manca il coraggio, la forza, l’idea. Il mio orgoglio. Continuo a sentirmi dire che metterlo da parte, lasciare spazio ad altri stati d’animo. Per me è più che altro una condizione mentale, e funziona come la paura per gli animali. Mi ha salvato la vita un monte di volte.

Così ho inziato a mettere in giro la voce. Sì, insomma, che mi licenzio. Perché più lo dico, più ne parlo, più l’idea si materializza nella mia testa, e imparo a conviverci, mi educo a considerare una nuova prospettiva, cercando di riempire le valigie per le prossime esperienze con entusiasmo, ottimismo e voglia di spaccare. Più persone lo sanno, più mi abituo all’idea, mi convinco che è la cosa giusta. Ma soprattutto, il mio orgoglio comincia a ribollire nel sangue. Lo sanno proprio tutti, non posso tirarmi indietro.

Chiaro, non voglio lasciare il mio lavoro per principio o per orgoglio. Sono viziato, ma non capriccioso. La decisione l’ho maturata nel corso di alcuni mesi, non è un improvviso capriccio. L’orgoglio mi serve solo per metterla in atto, per farlo davvero. Per trasformare una volontà in una realtà. Non ho più stimoli, non ho più alcuna spinta emotiva o professionale per continuare a rivestire il mio ruolo, a mettere il culo su quella sedia, in quell’ufficio, in quella zona. Non sopporto più la Brianza. Né i brianzoli. Né i miei colleghi, e di questo mi dispiace. Però credo che questa esperienza sia giunta al termine. È stata giusta, è stata utile, ma si è esaurita. La vita è un gioco interattivo a livelli. Ogni livello superato equivale ad alcuni punti vita che la tu identità guadagna per stare meglio al mondo: impara, cresce, si nutre. Concluso un livello, la vera sfida sta nel proseguire, nell’andare avanti verso quello che non conosci, verso il nuovo. Non tornare indietro, non ripetersi. Sarebbe come restare fermi sul posto, sempre identici a se stessi. Ogni volta che non procedi, ti incastri in te stesso.

Sono incastrato anche io. In una gabbia dorata, in una zona franca alla quale mi sono adattato senza rendermene conto e che piano piano mi ha privato di qualcosa. Entusiasmo, serenità, produttività, determinazione.

Ho un lavoro che tanti mi invidiano, un contratto a tempo indeterminato e uno stipendio che mi consente di avere uno stile di vita medio-alto. Sono Responsabile Marketing e Comunicazione in un’azienda, il che, detto così, suona molto cool. Un posto di lavoro che mi sono guadagnato con diligenza e serietà, ma che sicuramente è arrivato anche un po’ per culo (a volte sei al posto giusto, nel momento giusto). Inizialmente questa adulthood mi ha reso orgoglioso di me, dei risultati che in fretta sono riuscito a ottenere, dei complimenti. Alla lunga ha cominciato a annichilirmi. Tempi moderni, li chiamava Chaplin. Ormai l’ufficio è la nuova catena di montaggio. Mi ritrovo a fare le stesse cose, in un settore che mi piace molto poco, dove la mia creatività è spesso tarpata. La routine mi fa stare male. Svegliarmi la mattina è sempre più difficile, perché mi domando sempre Cosa farò oggi per otto ore? La quotidianità è un pericolo.

Almeno lo è per me. Dopo un po’ comincio ad annoiarmi a giocare sempre allo stesso livello, no? Lo so a memoria, e da un lato questo mi dà sicurezza. Ammetto che a volte mi fa sentire anche meglio, perché so esattamente come sconfiggere il nemico di turno e dove trovare la pozione rigenerante. Ma in cuor mio so che questo non mi basta, non mi può bastare. Così mi guardo intorno e vedo che il mondo che mi circonda comincia a stringersi su di me. E se prima l’obiettivo era salvare la principesse nella torre, adesso non voglio che salvare me stesso. Io comincio a starmi stretto.

E non è perché io abbia la sindrome di Peter Pan e voglia restare giullare di corte a vita. Ma questa non è una vita che mi si adatta. Sono ingrato? Sono irriconoscente? Prendo a sbroffi la fortuna, perchè, diciamolo, tutti mi chiedono Ma quando ti ricapita? Come se avere una posizione di responsabilità in un’azienda sia semplicemente capitato, come se non potessi fare qualcos’altro, da un’altra parte. Insomma, non sono appagato. Il posto fisso a meno di un quarto di secolo di età è un miraggio? Per me è una prigione. Per me significa rinunciare al libro che sto scrivendo perchè non ho la testa o – banalmente – il tempo materiale di procedere. Le energie per mettermici dietro. Significa rimandare continuamente tutti i progetti, i viaggi. Significa essere fermo e continuamente nervoso, antipatico, acido. Ho tutte le armi che potevo accumulare fino a questo livello, ho imparato tutto quello che potevo qui, mi sono fatto le ossa. È tempo di imboccare il cammino verso l’arena numero due, ché la strada al Colosseo è ancora lunga. Qui non ho margini di carriera, non ho futuro. Ho una sola cosa: certezza. E mi spaventa.

A ventiquattro anni lo strumento più potente che ho a disposizione è il privilegio di poter rischiare. Di credere in un progetto, in un’idea, in un’ambizione e che questo ti porterà ad armi migliori, un cavallo e un’armatura dorata. Vorrei dire questo ai miti titolari: Grazie per l’opportunità, ma io devo scendere a questa fermata, perchè sono talmente una mina vagante da sentire il tempo che già mi scorre tra le dita, e ho duemila cose da provare a fare e di queste mille-novecento-novantanove falliranno. Ho bisogno di avere il tempo di farle proprio tutte, capite? Perchè quell’una che mi riesce, sarà la mia vita. E l’avrò scelta, come un amore.” E non per avere tredicesima, quattordicesima, ferie pagate. Perchè la vacanza in Egitto è bello, ma pensare al tempio della Feltrinelli vestito del manifesto del mio libro di più.

A ventiquattro anni ho già imparato una lezione: quello che cerco è nel joystik che sono io a tenere in mano. È al di là di quel “next” o “retry”. Ché il vero game over non è fallire, ma non tentare.

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. FaceDream's Blog ha detto:

    Condivido!! Nella vita, è vitale direi…tentare Sempre, con l’ovvio rischio di poter fallire, ma almeno possiamo dire “ci ho provato!!” mai avere rimorsi …i rimorsi ci spengono e ci annullano

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    1. andredelarge ha detto:

      Esatto! Grazie per il supporto! Ne ho davvero bisogno! Un abbraccio

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    1. andredelarge ha detto:

      Grazie Chiara! Hai sempre un pensiero per me AHAHA ❤

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