Non si è mai lontani abbastanza per trovarsi

E niente, sono due notti che non dormo. O meglio, che dormo poco e male. Sono agitato. Ho ripreso anche a fare quella cosa con la gamba sotto il tavolo, mentre mangio. Mia nonna diceva che andavo al galoppo, che potevo mangiare più piano perché tanto non ti corre dietro nessuno.

Lo faccio anche in ufficio. Corro sul posto, da seduto. Che sommato al costante desiderio di arrivare in fondo alla giornata, di uscire dal lavoro e avere del tempo mio, potrebbe far pensare che è proprio dal lavoro che voglio scappare. E non è del tutto sbagliato, ma non è questa la ragione principale della mia ansia. Spero comunque serva almeno a tonificarmi i polpacci (‘sta corsetta, dico.)

È che – inevitabilmente – continuo a pensare alla lontananza, che come diceva Spagna è peggio di una malattia. Lo so, è ridicolo, è partito ieri e io sono già qui a stringere il fazzoletto al petto, rotto dalle lacrime, con l’espressione della Vergine Addolorata – anche se più che altro, le Madonne le sto tirando giù dal cielo, una a una. E c’avete ragione, ma ripeto, non posso non pensarci. Voglio dire, ieri è partito. Partito partito.

Il (mio) problema non è lo spazio fisico. Non sono gli effettivi 700 chilometri di distanza, perché quelli si possono coprire. Ok, 700 chilometri non sono pochi, voglio dire, è il cazzo di Cilento e non Bologna, è vero, ma ho sempre pensato che le relazioni sono fatte anche di volontà di potenza. Che non è un filosofare spiccio, è una convinzione. C’è gente che prende aerei, treni, carriole per arrivare in capo al mondo. Bisogna volerlo. Il (mio) problema è lo spazio emotivo, il poter accedere con facilità al tempo e al corpo del ragazzo con cui sto. Stasera cinemino? Questo week end mi accompagni a comprare una cazzata per il compleanno di Marco? E così si sta insieme, si è una coppia.

Si può essere una coppia a distanza? Ci sono alcune relazioni che funzionano, almeno questo è quello che ho letto nel libro delle leggende metropolitane e delle altre stronzate apocogalattiche, ma sembra possibile. Suppongo che in quelle circostanze l’aspetto importante sia l’intelligenza. E ora mi chiedo, io sono abbastanza intelligente? Lo sarei a sufficienza per gestire una relazione andata/ritorno?

Stare con qualcuno significa necessariamente fare dei compromessi. E già in condizioni normali la questione è spinosa, perché se io questo inverno voglio andare ai mercatini di natale a Bolzano e tu allo spettacolo pirotecnico di Sant’Antonio Abate in Sardegna, capisci che già diventa difficilino. E alla fine sto fuoco te lo devi far passare, perché non possiamo fare l’albero di Natale sempre uguale. Oppure io chiederò a mia madre di fare degli acquisti per me, per portarti a Nuoro a festeggiare il carnevale col fogarone. Ma siamo insieme.

Stare con qualcuno, voler stare con qualcuno, ma essere così lontani richiede un livello 2.0 di intelligenza. Una capacità di fare compromessi pro-evolution. E qui mi casca l’asino, che poi sono io, perché non penso di avere quel grado di maturità emotiva. Stare insieme a distanza credo significhi più che altro non-smettere di stare insieme. Non perdersi, restare fianco a fianco, vicini. Mantenere una presenza costante, un contatto regolare, ma non troppo quotidiano, non eccessivamente vincolante. Perché altrimenti si appesantirebbe il rapporto con tutti i doveri coniugali, gli impegni di una relazione, ma senza i piaceri. E alla lunga sarebbe frustrante. Credo soprattutto che bisogna accettare – con un silenzio assenso e non per forza dichiarato (uno dei pochi casi in cui latent è meglio di blatent) che non potrà essere un rapporto esclusivista. Quanto meno (ma questo è un enorme se, il rischio dell’imprenditore, il salto nel vuoto) finché le condizioni non consentano di stabilizzare la relazione, la costruzione dell’amore.

Incontriamo gente nuova quasi ogni giorno. Non possiamo davvero immaginare che nessuna di queste persone ci susciterà qualcosa, fosse anche solo un’attrazione. La solitudine può essere una compagnia cattiva. Il nervoso, il desiderio fisiologico di abbracciare qualcuno, scopare con qualcuno non sono tentazioni luciferine, sono reali bisogni primari. Scivolare nel letto di un altro è possibile, direi probabile.

Magari poi tra questi incontri può capitarne uno che, non dico di più, ma vale tanto quanto quella persona che vive lontano da te e a cui vuoi così bene. Con un plus. Che è più vicino. E allora forse puoi cominciare ad accusare un po’ di stanchezza e di mortificazione, a sentire il desiderio di piacere, di sedurre e ti butti in una frequentazione nuova, una amicizia che scorre parallela.

Io non sono sicuro di essere disposto a correre il rischio di essere messo da parte per motivi logistici, di diventare quello di Milano, di lasciare la sedia a uno sconosciuto. Né tanto meno a chiedere all’altra persona (o a me stesso) di rinunciare a qualcosa per un noi che non ha certezza, non si consuma, non è pieno. In primis, non potrei mai chiedergli di non partire. E a seguire di sacrificare tutte le situazioni-domino che la distanza produce.

Stare insieme a distanza credo significhi più che altro stabilire che Ehi, io ci sono per te. Voglio investire su di te, su di noi. E ti garantisco che ora sei quello che voglio. E che questo basta per spingermi a impegnarmi con te. Ma non facciamoci promesse, perché la vita è imprevedibile, semplicemente perché non possiamo. Giuriamoci di essere sempre sinceri, trasparenti. Di rispettarci. E se quando tornerai saremo entrambi ancora disponibili e soprattutto disposti, ripartiremo esattamente da dove abbiamo lasciato. E nel frattempo immagino significhi anche sbattersi per vedersi, qualche volta, con in testa ben chiara la consapevolezza e la convinzione di essere di fronte alla persona con cui stai a tutti gli effetti, che hai scelto e che ti ha scelto. Con la lungimiranza di capire che può avere qualcuno, certo, ma che è te che vuole davvero. E se così dovesse essere, meglio liberarsi prima no? Per il bene di entrambi, senza trascinare cadaveri e carcasse, che tanto non li vogliono più nemmeno i condor del sesso e le iene dell’amore. Persino loro sono fuori dalla portata di chi si fa mutilare dalle relazioni. Rispettando queste regole, il legame potrebbe addirittura rafforzarsi. La lontananza potrebbe davvero insegnarmi a gestire i miei spazi, a riempirli con la compagnia di me stesso e comunque a mettere al centro lui, anche se non è fisicamente vicino a me. A non dipendere più dall’esigenza di sentirci costantemente.

Allora forse il punto non è partire-allontanarsi, ma piuttosto tornare-riavvicinarsi. Un anno di distanza, sei mesi, due anni non devono necessariamente interrompere un rapporto, inscatolare un sentimento da scaricare in soffitta a prender polvere o sterminare il bene che si prova l’uno per l’altro. Ma tornerà? Altrimenti una relazione a distanza è la prima delle cause perse in partenza.

E passano i giorni, partenze senza ritorni
graffiano i muri, le mani
e noi che siamo lontani

On air: Giusy Ferreri – Volevo Te

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5 commenti Aggiungi il tuo

  1. chiarachiarissima ha detto:

    Ahia, il rapporto a distanza!Hai scritto un post bellissimo, con delle considerazioni profonde.Ti sono vicina in questa strana esperienza.Oddio, forse sembra che stia parlando di un lutto:-) Comunque, ribadisco, ti sono vicina.

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    1. andredelarge ha detto:

      Ma tu cosa ne pensi? É follia o siamo ancora nella sfera del possibile?

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      1. chiarachiarissima ha detto:

        Tanti ci riescono, e sinceramente un po’ li ammiro.Personalmente ho bisogno di quotidianità ed un rapporto del genere credo non riuscirei a viverlo.Penso che dipenda solo da voi e dai vs obiettivi ( si spera comuni☺)

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      2. andredelarge ha detto:

        Anche io. Non sono un romanticone o particolarmente amante delle smancerie, ma come te ho bisogno di quotidiano, di vedersi e fare attività insieme..

        La distanza é un’esperienza nuova, e non posso parlare di relazione, però per quello che mi ha dato e per come siamo stati bene non voglio perderlo, questo é il mio vero obiettivo…

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