Salutarsi

Alla fine è successo. Il nostro primo ultimo incontro. Ho l’impressione che lui non se ne voglia andare e la certezza che io non voglio che lui se ne vada. Sono un egoista? Un po’, ma credo sia legittimo, quando ti piace una persona.

Un’altra serata perfetta. Milano ci ha regalato una sospensione magica in queste tre settimane. Un altro luogo in cui mi sento vivo, sereno. Questa volta la Nuova Darsena. Fermi lì a parlare di noi, del più e del meno, una telefonata alla nonna in dialetto salernitano e io che sono pazzo del suo accento, e ancora dei luoghi in cui viviamo, vorrebbe venire dalle mie parti, di un’esperienza giunta al termine, la sua. Dei progetti per il futuro. Fermi così, io seduto un gradino sotto al suo, per potergli accarezzare una gamba, e tenerlo per mano. La discrezione non mi pesa, con lui, perché non è vergogna. È più che altro pudore con una sfumatura di paura, e mi sta bene.

Una lunga passeggiata, un aperitivo al Long Island, un salto al Vintage a salutare le sue team leader, prima di partire. Perché sì, sta per partire. E ci penso mentre lo guardo in metropolitana, mentre torniamo alla macchina e poi a casa. Il silenzio è perché sappiamo che il tempo sta per scadere. Ma a me il silenzio non piace, non so gestirlo.

Vorrei riavvolgere la serata, rifare tutto daccapo. Lo dico guardandolo fisso nel riflesso del finestrino di fronte a noi. Vorrei riavvolgere gli ultimi sei mesi, e non sprecare un giorno. E’ pazzesco, sa sempre cosa dire. Ci baciamo con lo sguardo.

Siamo in macchina, non voglio salutarlo, non voglio portarlo a casa. Cominciamo a girare random per le strade semideserte della città. È una scusa per avere più tempo con lui. Non dobbiamo salutarci subito, lo sai? Lo dice con dolcezza. Bè, lo speravo. Vorrei avere qualche minuto tranquillo con te. Risponde: Anche io. È triste non poterti dare un bacio o tenere per mano, come fanno ‘gli altri’. I giardini di Porta Venezia sono già chiusi, ma quella zona è tranquilla, possiamo parlare in macchina.

Ovviamente non parliamo. Se dobbiamo salutarci, che sia un saluto vero.

Sto correndo troppo? Lo chiede respirando nella mia bocca, mentre fa girare la sua lingua sul mio piercing, proprio nello stesso istante in cui io dico: ci spostiamo sul sedile posteriore? La macchina non è grandissima ma dietro siamo più comodi. Due minuti dopo siamo già dietro, senza felpe, coinvolti e presi dall’ormone, anche se stanchi. Passa una volante della polizia, ridiamo il tempo necessario per riprendere fiato. Lo faccio sedere sopra di me.

Aspetta. Eccolo, il momento imbarazzante in cui emerge qual è il tuo ruolo e cerchi di capire se sotto le coperte si potrà essere altrettanto compatibili. Si sposta.

Ma tu…

Dai, spara, chiedimelo. Anzi no, dimmelo tu. Tu?

Chiede: Io cosa?

Non volevi chiedermi se sono attivo o passivo? Tu cosa sei?

Versatile. Versatile. L’equilibrio non si rompe. Che cazzo però, un problema, qualcosa che renderà più facile separarci? Niente, eh? Io pensavo fossi passivo. Che sommato a quando mi hai detto Di te si vede un sacco che sei gay… Ridiamo.

Mi parla un po’ di sè, del suo rapporto con il sesso. E lo stesso faccio io. Ho voglia di fare sesso con lui. Ho voglia di fare sesso con te, dice. Certo, quattro mura sarebbero state più comode.

Proviamo a immaginare cosa sarà dopo, quando 700 km si pianteranno in mezzo a noi. Si domanda quanto facilmente lo dimenticherò, ma non mi biasima dice. Lui non conoscerà nessuno, ma non può strapparmi una promessa. Lo so, la mia vita giù è diversa, e tu qui andrai avanti. Credo nessuno possa promettere niente all’altro, ma con la velocità di spostamento di informazioni cose e persone che è possibile oggi, il nostro non è un addio. Non mi mancherà, non stiamo sparendo uno dalla vita dell’altro.

Mi mancherà da morire, invece. Non ho ancora fatto il biglietto, non lo so se tu, magari nei prossimi giorni… Visto? È il nostro primo ultimo saluto. E poi lo sai, ti devo ancora portare a pattinare. A vedere il lago. Al planetario. Un posto letto a casa mia ce l’hai. Davvero? Sembra stupito, ma felice.

Lo riporto a casa, ci salutiamo davanti al portone. Ti voglio bene. Lo dice riflettendo su quelle tre parole, senza leggerezza. Anche io. Buona notte, ci sentiamo domani. Domani è già una promessa.

Io a letto, sogni d’oro.

Buonanotte. È stato bello.

Sono tre settimane che è bello.

Si, è vero.

Tra le parole, qualche emoticons, stelle e bacini. E spunta anche un cuore rosso.

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