Hello, il mio pensiero sul tempismo

In questi giorni sto consumando fino all’osso la nuova canzone di Adele, Hello. Non c’è un vero motivo, non so nemmeno a chi potrei davvero dedicarla. Ho mai spezzato il cuore a qualcuno? Devo chiedere scusa? Non lo so, non credo. Mi sono sempre impegnato a trattare le persone nel modo in cui avrei voluto essere trattato, con trasparenza, semplicità. Con onestà. Sì, ci sono state volte in cui ho dato picche, e probabilmente alcune di queste non erano nemmeno giustificate da motivazioni legittime. Pregiudizio, sensazioni a pelle, aspetto estetico sono sicuramente stati metri di giudizio anche miei. Ma ho sempre portato avanti una condotta corretta, pulita. Non provo quello che provi tu. Non mi sento coinvolto. Non sei il mio tipo. Non ho voglia di frequentare qualcuno in questo periodo. E ho sempre cercato di essere educato, di non offendere i sentimenti o i desideri altrui.

Quindi no, non credo proprio che il motivo per cui ascolto in loop questa canzone sia che mi immedesimo nella cantante, nel suo senso di colpa o nella sua necessità di espiarlo, a distanza di tempo, di anni. “At least I can say that I’ve tried to tell you I’m sorry for breaking your heart.” Ad ogni modo, conoscendomi, non mi accontenterei di averci provato, se sentissi il bisogno di farlo.

In compenso mi ha spinto a riflettere molto sul tempismo.

Sembra che gli esseri umani si distinguano in due grandi categorie. C’è chi crede che quando conosci qualcuno sia fondamentale dare tutto all’inizio, nei primi giorni, vivere ogni emozione, ogni sensazione, assecondare ogni grillo in testa, ogni reazione. Che se manca questo allora non c’è reale interesse, che il corteggiamento deve essere una caccia, un inseguirsi fatto di provocazioni, di risposte mancate, attese e epifanie fatte di chattate notturne e buongiorno al mattino. Non opporsi all’onda, allo tsunami emotivo e ormonale.

Altri pensano invece che il troppo, subito, sia stucchevole, melodrammatico, un entusiasmo passeggero, fuoco di paglia pronto a spegnersi. Che rispettare i propri spazi sia fondamentale, che non cercarsi in continuazione sia fisiologico, semplicemente perché non deve per forza esserci sempre qualcosa da dire. Di fatto si è due sconosciuti, è giusto che questo sia chiaro, sempre. Perché nessuno si aspetti qualcosa e nessuno senta di dovere qualcosa.

Io faccio parte della schiera di quelli che se visualizzi e non rispondi, va’ in crisi. Che se non mi cerchi mai per primo, lascia perdere perché ho l’impressione di essere un ospite indesiderato. Che se le uscite devo sempre organizzarle io, perdo l’entusiasmo e la voglia di conoscerti in fretta. Mi piace corteggiare, mi sento a mio agio in questo ruolo. Mi piace dare attenzioni, prendermi cura di qualcuno, ma ho bisogno che ai miei gesti segua il consenso dell’altro. E non per l’applauso, ma per recuperare le energie e preparare la prossima mossa, la prossima strategia di attacco.

Ma adesso, con Hello nelle orecchie, con questa storia – vista troppe volte – di persone che tornano troppo tardi, non lo so, ho cominciato a chiedermi se esiste un momento giusto per esprimere un certo quantitativo di entusiasmo. Il troppo subito stroppia? Il melodramma, l’enfasi, la manifestazione di interesse plateale e teatrale, la scenata napoletana è inappropriata, se avviene in un momento della conoscenza troppo “precoce”, “acerbo”? E’ infantile pensare di poter scrivere o dire certe cose quando ci si posiziona ancora nell’intervallo di tempo del Non sappiamo ancora cosa significhi? Oppure si può credere a chi in tre settimane ti dice Sto bene con te? Perché non è una frase da poco. Non è una cosa che puoi buttare lì, un po’ nel mucchio, pensando di non provocare reazioni o di non suscitare emozioni. Non è un calzino bianco che diventa rosa se mischiato ai colorati. È un calzino nero che rischia di contaminare tutta la lavata bianca.

Penso a chi non viene creduto solo perché è troppa roba e a chi invece viene trascurato perché non sembra avere alcun entusiasmo. Penso a chi dice Mi fai stare bene, e a chi pensa Questo è uno sfigato innamorato dell’amore. Penso a chi non si sbilancia, ma dopo un bacio scrive Avrei voluto salutarti con più calma, voglio rivederti, e a chi sospetta di questo suo essere tiepido, vago Mi sta liquidando.

C’è un momento giusto per esprimere un certo quantitativo di sentimento? E quando il tempo stringe, è diverso? Oggi stavo acquistando due ingressi alle terme per i miei genitori, e mi è caduto l’occhio su un’offerta di lavoro. Era perfetta per lui, così gliel’ho girata. Era contento. Ma poi mi sono chiesto: ne avevo il diritto? Posso prendermi cura di lui in questo modo? Posso avere queste attenzioni? Abbiamo avuto due appuntamenti, ci siamo visti tre volte in totale. Vi siete mai trovati a riflettere su questo aspetto?

Sabato gli scade il contratto di lavoro. Non resterà a Milano, se non trova un altro impiego. Sembra che io voglia farlo rimanere per me? Perché non è così, è incredibile, ma io non mi aspetto niente in cambio, non mi deve niente. Lo faccio in maniera spassionata. Sono troppo subito? Io voglio solo rivederlo. E voglio quel bacio che è rimasto a metà.

G. dice che dovrei lasciar perdere. Che stiamo inseguendo una cometa e alla fine ne resteremo ustionati. Perché lui se ne andrà e io resterò qui con un pugno di mosche in mano. E avrò nostalgia di una cosa che non avrebbe comunque potuto essere di più di quello che è già stato.

Hello from the outside. At least I can say that I’ve tried to tell you I’m sorry for everything that I’ve done and for breaking your heart.” Forse Adele non parla con un uomo, ma parla con se stessa. È a se stessa che chiede scusa per tutto quello che ha combinato, per aver permesso a qualcuno di romperle il cuore, per aver lasciato che accadesse. Forse è per questo che mi ritrovo in questa canzone. È a me stesso che devo chiedere scusa, per essermi raccontato delle bugie quando l’interessato ero io.

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