Per sempre, come d’inchiostro.

Ink., come inchiostro, quello che mi ha inciso sulla pelle proiettando la sua creatività sul mio corpo. Col talento di chi è nato per fare il tatuatore, l’artista. Con la precisione di un chirurgo e la vivacità di un tanuki. Per molti è una parola priva di senso, un suono simpatico ma vuoto. A me ricorda di un arte-giano, un piccolo laboratorio di magia e di un luogo dove si realizzavano meraviglie e appagavano i desideri di migliaia di ragazzi, tra cui me. Gli bastava tracciare linee leggere ma indelebili su gambe, braccia, schiene per trasmettere un’idea, un concetto, una vita. Che era sempre la comunicazione e l’interazione tra due persone, lui e il suo interlocutore, il cliente, l’amico. Per me, oltre che artista, uno psicoanalista. Mi mancheranno le ore di conversazione ininterrotte mentre me ne stavo tranquillo a far da tela per la tua mano.

Nessuno dovrebbe andarsene a trent’un anni. Non quando la vita che stai facendo è giusta, è quella che desideravi, non quando dopo anni di sacrifici inizi a vedere i primi veri risultati. “Inizio a veder girare i picci, sto pensando di ingrandirmi, vorrei assumere qualcuno a cui insegnare qualcosa. Ho delle idee.”

Ho un pezzo di lui, su di me, per sempre. Più di uno, in realtà. Ma l’ultimo tatuaggio che mi ha realizzato è speciale, è importante. È quello che parla di me più di tutti gli altri, non l’avrei fatto fare a nessun’altro se non lui. Cos’è stato? Due settimane prima di quando è stato male? Sì, una manciata di giorni. Eppure sarà per sempre, la mia spalla tinta sarà per sempre il suo ricordo su di me.

L’ultima volta che ci siamo visti abbiamo parlato di Expo, di cosa significasse per lui, di ciò che pensavo io. Di omo-affettività, di serie tv, di birra e di massimi sistemi. E ancora una volta la sua sensibilità mi ha sfiorato. Non abbiamo mai parlato della mia vita privata, ma lui l’aveva capito perfettamente che sono gay. La sera in cui mi hanno detto che se ne era andato, sono salito in macchina e mi sono precipitato a Milano, all’Expo. Non c’era ancora stato, volevo celebrarlo così, sotto lo spettacolo dell’Albero della Vita, con la mano destra a stringermi la spalla sinistra, dove il nostro Appeso in technicolor si dondolerà per sempre.

È assurdo. Lui se ne è andato e io continuo a usare l’avverbio per sempre. O forse no, non è per niente assurdo. È proprio questo il più importante dei segni che mi ha lasciato addosso, l’assoluta convinzione che qualcosa possa essere per sempre, che qualcuno possa essere per sempre. E che la vita vada vissuta impiegando le proprie energie per lasciare un’impronta, una traccia di sé, una memoria che sia d’aiuto, d’ispirazione o di modello a qualcun altro. Anche a una sola persona. Puoi dire di avere veramente vissuto solo se quando sarai morto qualcuno si ricorderà di te pensando “E’ così che vorrei vivere la mia vita.”

Ho ventiquattro anni. E un talento. Uno solo, ma lo sento vibrare sotto la pelle. Lo odio, lo amo, spesso lo rifiuto, ma lo riconosco per quello che è. Ho il potere di raccontare delle storie, e credo che sia il superpotere più bello del mondo. E ho un grande privilegio: sono giovane e la mia famiglia non ha problemi di soldi. Ho il privilegio di rischiare, di mollare tutto, di provarci davvero. Di reinventarmi, di ripartire da capo, di costruirmi un futuro diverso e che non sia circoscritto in un ufficio, in Brianza, per sempre. Ora è il momento, ora. Non tra cinque anni, quando avrò esigenze diverse, quando comincerò a pensare alla stabilità, alla famiglia, ai figli. No. È adesso che devo schizzare come la pallina di un flipper, è adesso che devo rischiare.

Hai vissuto bene, amico mio. Te lo dico davvero. La tua vita mi è stata e mi sarà per sempre d’ispirazione. Ho quattro impressioni in inchiostro e colore che pulsano sotto la mia pelle, e sono tue. Grazie per avermi insegnato che anche se vivere è un atto di fede nello sbattimento, e mica un complimento, se hai il coraggio di proteggere i tuoi sogni e di seguire il tuo talento puoi lasciare il tuo segno indelebile.

Sto buttando giù una bozza della mia lettera di dimissioni. Il mio libro è salvato in un angolo del mio pc da troppo tempo. Da troppo tempo è fermo. E’ ormai esanime. Il soffio vitale sono io. Ha bisogno di me per tornare a pulsare, per riprendere colore. Mi è stato donato, questo talento. Glielo devo.

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