Il pugile.

Un mese. È il tempo che ci è voluto per vedere la lancetta della bilancia tornare a salire, invece che scendere. È il tempo che ci ho messo per riprendere in mano la penna – per così dire. È iniziato come un dolore all’addome, piccole fitte che si sono fatte sempre più intense. Lo stomaco ha ceduto per primo, poi l’intestino. Non si sa bene di che cosa esattamente mi sto ancora portando dietro gli strascichi. L’unica cosa certa è che mi ha tolto dieci chili. E mi ha donato tanto tempo, a letto. Tempo che è diventato pensieri da inseguire, riflessioni. Ho ricostruito pezzi interi della mia vita, figurando nella mia testa plastici perfetti di labirinti senza uscita. Ho sempre sbattuto contro lo stesso maledetto muro. E mi sono assuefatto a questo tipo di dolore.

Se penso a me, bloccato a casa, sotto montagne di coperte che all’improvviso odiavo per il caldo della febbre, con le labbra sempre viola e screpolate per la disidratazione e gli occhi scavati, riesco comunque a riconoscere un ragazzo forte. Un pugile. E come il pugile, il sapore del sangue nella bocca significa che sei ancora in piedi, cosciente, a lottare per quello che vuoi. Il sangue in bocca è una cosa buona. Il dolore è una cosa buona. Ci sei abituato, ti passi la mano sulla bocca, con lo sguardo cerchi il rosso caldo, sorridi e sferri un altro colpo. Un altro tentativo.

Non mollo mai, è questa la mia forza. Ho i miei tempi, forse. I miei modi. Ma non mollo mai. Mi piego, ma non mi spezzo. Mi ritiro nella tana a medicarmi le ferite, ma prima della pelle nuova, quando c’è ancora la crosta, sono già tornato a espormi. Si, è così che mi sono sempre immaginato. È così che parlavo di me a me stesso.

Poi, l’altra sera G. mi ha chiesto se mi capita mai di pensare a te. Sono andato in crisi. Mi ha tolto il respiro, la salivazione. Non sapevo cosa rispondere, ho balbettato una scusa, una giustificazione. Mi ha messo una mano sul ginocchio. A lei non devo mentire. Non importa quanti bellissimi e intelligentissimi russi mi capiterà di incontrare. Non importa quanti dolcissimi ragazzi della porta accanto avrò l’occasione di baciare. Lei lo sa, che io penso a te. Che la sbornia non mi è ancora passata, che non ho ancora vomitato tutto. Che non sto ancora bene.

Si, costantemente. Quasi ogni giorno. Nei momenti meno opportuni. Soprattutto quando voglio condividere qualcosa con qualcuno. Penso a te.

Così ho parlato, a ruota libera, flusso di coscienza. Sono fermo a te. Dopo quattro mesi, sono fermo a te. La realtà è che ho il terrore di incontrarti, di vederti in sua compagnia. Perché ho come l’impressione di non aver finito di stare male per te, di non avere nemmeno cominciato.

Forse è proprio questo il problema. Mi sono dato una pacca sulla spalla, mi sono detto che andava bene così, che non eri quello giusto, che non valeva la pena dedicare troppo tempo a pensarti, ancora. Non mi sono permesso di stare male. Di odiarti, di maledirti. Ho ragionevolmente accettato la situazione. Perché mia madre non mi vedesse più stare male per uno stronzo. Perché la mia vita non venisse più influenzata dall’umore nero e dalla sensazione di ire ghiettandomi como una coidda frdiscia [ndr. mia nonna avrebbe detto così, gettarsi da una parte all’altra della casa come una corda fradicia]. Perché gli altri non si annoiassero di sentire il racconto della mia – ennesima – tragedia sentimentale. Ho bisogno di quel tempo. Ma so che finché resto qui non me lo concederò, non avrò la forza di strapparlo per me.

E non è colpa tua, non è colpa della poca passionalità che esprimeva quel ragazzo russo e nemmeno della passività con cui questo nuovo, gentilissimo e pulito ragazzo affronta la vita. Entrambi sono perfetti. Sono, o lo erano. Davvero perfetti. Ma irrisolti, non dichiarati, latenti. Non ho mai davvero creduto di poter avere una relazione con uno di loro, non potrei mai sacrificare la mia storia personale, per stare con qualcuno che vivrebbe come se io non esistessi. Senza parlare di me, facendo le cose di nascosto. Erano semplici da gestire, mi hanno aiutato a smaltire un pò la rabbia, mi sono fatto coccolare, e puntualmente ho sputato loro in faccia perchè cazzo, non erano come te. Non erano te.

La loro unica colpa è stata quella di non reggere il confronto con te. E no, non perché tu fossi migliore di loro. Non lo sei mai stato. Ma perché io non sono ancora stato male per te. Ho bisogno di chiudere questa storia, e lo so che tu te ne sei già andato, ma ho bisogno di farci i conti sul serio. Di lasciarti andare, di smettere di pensarti. Perché continuo a credere che tu potessi essere il grande amore della mia vita. Ho bisogno di quadrare il cerchio, perché non mi ricapiti più di sussurrare il tuo nome mentre sono a letto con qualcun altro.

Sono mesi che me lo ripeto, ma adesso ho il concreto, reale, duro bisogno di lasciare tutto e andare via. Di ricominciare, in un ambiente privo di aspettative e di pregiudizi nei miei confronti. In un posto dove sentirmi tranquillo, in compagnia di persone che non sanno chi sono io, o chi sei tu.

Mentre scrivo questa pagina mi arriva un messaggio di G. “Credo di essere arrivata a una conclusione. Mi spiace averti chiesto di fabio ieri. Ma avevo bisogno di capire se non fossi pazza. Il tuo discorso comunque, mi ha fatto capire anche altro. Quando ti sentivo parlare vedevo quanto la cosa ti facesse stare male.. E mi riconoscevo. A volte a me prendono ancora certe ondate che non so gestire. Credo, semplicemente, di non essermi concessa di stare male per lui. Come penso nemmeno tu davvero. Si ho pianto. Ma mi son data una pacca sulla spalla molto in fretta per non farlo capire a nessuno e perché un po’, mi sentivo idiota. Penso che il problema non siano i miei genitori e lo stare in casa con loro, ma il fatto che io non possa vivermi le emozioni brutte o belle che siano senza dover dare spiegazioni. E ció le inibisce. Devo andare via di casa per concedermi di stare male o stare bene. Perché le emozioni inespresse credo mi portino a “bamboleggiare” per la gran parte del tempo. E per il resto del tempo ad esprimere insofferenza verso qualcuno che non se lo merita, perché semplicemente non sa.”

Bene. In due, con lei al mio fianco, penso che sarà più facile lasciarmi alle spalle un lavoro che non tollero più, una città in cui non riesco più a girare, le amicizie che non riesco più ad amare. E te.

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