Da russia with любовь (amore)

No, non ho pensato.
Com’è che era? L’estate addosso, che fuori c’è il sole, da Milano fino a Bangkok. E non ho pensato. Forse non ho pensato perché era biondo ed era russo ed era bellissimo e intelligentissimo. Ammetto che le cinque lauree hanno avuto la loro rilevanza. Ha perso la testa per me, come potevo non perderla per lui?

L’estate addosso, la protezione zero sul cuore, no? Non sono queste le regole di chi è in vacanza? Vivere un mese, solo un mese, senza freni. E poi con lui avere freni era impossibile. Abbiamo bevuto, Cristo Santo quanto abbiamo bevuto. E parlato. Conosce un sacco di cose, e io sono una spugna che vive di nuovo, di stimoli, di sapere. Abbiamo mangiato quello che c’era nel suo frigo, arrangiando omelette oppure paste oppure ordinando dal kebabbaro sotto casa. Mai un pasto decente. E non ce ne fregava niente, ci servivano solo le energie necessarie a scopare, e parlare per altre ore interminabili, nudi, nel letto. E poi scopare ancora.

Mi mancano quei 18 metri quadri che lui chiamava casa, all’ultimo piano di un palazzone storico di Milano. Mi faceva sentire protetto, svegliarmi e vedere la metropoli invece che le solite colline. Diceva che ero io quello fortunato tra i due. Il panorama verdeggiante, il fiume di qua, il lago dall’altra parte. Mi baciava e mi diceva che dovevo apprezzare di più la mia vita, perché sono bellissimo e mi avrebbe sempre sorriso.

Si, okay, ho perso la testa per il modo in cui lui l’ha persa per me. Perché io sono così, non conosco le mezze misure. O ti tengo lontano o diventi parte di me. Irruento, prepotente, invadente. Vagamente paranoico, lunatico e sinceramente incomprensibile. Intimidatorio. Pesante. Si, me ne rendo conto. Ma se non ti odio, ti amo. L’indifferenza non fa per me. Non puoi farmi né caldo né freddo. La pelle ascolta prima del cuore. E si scotta prima delle labbra.
Come quando in stazione, mentre parlavamo, ci siamo guardati e nello stesso momento ci siamo saltati addosso. Giorno 1. Entusiasmo, la passione, il sangue. Ci ha percorsi una scossa, una velocità. Ci siamo consumati in quell’istante.
Dopodiché è stato un susseguirsi di notti insieme, amici, giorni, chiacchierate, ore al telefono. E sul più bello sono partito. E qualcosa si è incrinato. Forse erano gli 800 chilometri a pesare. La distanza fisica si è trasformata presto in umori ostili, orgogliose ripicche, silenzi. Difficili da recuperare.

C’è un gioco che faccio, quando esco con qualcuno le prime volte, un test. Siamo in un contesto quotidiano, magari al super mercato, o in piscina, o in giro per negozi. E, stupido negarlo, che tu lo voglia o meno, due amici sono qualcosa di diverso. Da fuori è evidente che si è forse già una coppia. Ecco, mi domando se mi sta bene che gli altri credano che io stia con lui, con quel ragazzo. Mi domando se mi fa sentire a mio agio. Mi chiedo se mi andrebbe di avere altri banalissimi momenti quotidiani come quello, con lui.

Sapevo che era un fuoco di paglia. Caldo, alto, inteso, ma destinato a spegnersi in fretta. Sapevo che quella storia non sarebbe durata, che il nostro amore estivo non ci avrebbe portati da nessuna parte. Poi abbiamo smesso di saltarci addosso. Qualche bacio a stampo, senza lingua. Buona notte. Schiena contro schiena. Lui, che mi svegliavo la mattina dolorante perché ce l’avevo sempre addosso. Lui, che non facevamo in tempo a entrare in casa che mi aveva già invitato tra le sue gambe. Dio quelle gambe.
E’ per quelle gambe, il culo alto, e la sua profonda cultura che ho provato a far funzionare le cose. Mi disprezzavo per il fatto di non riuscire ad innamorarmi di lui. E più mi incazzavo con me stesso, più complicavo le cose con lui. E il sesso è diventato del tutto meccanico. Letto, nudi, dentro, fine. Nanna. Abbiamo smesso anche di farlo. Poi una sera ci siamo guardati e non abbiamo sentito nulla. Lui si è tirato la coperta fin sopra la testa, e abbiamo scritto così la parola fine.

Me ne sono andato da quella piccola casa in cima a Milano quella stessa notte. Abbiamo litigato duramente, forse per fingere di dare un senso a quella relazione. Per convincerci di non aver sprecato ore, tempo. Forse sono stato troppo duro e adesso me ne pento.

Credo che rimpiangerò sempre quel biondo psicoanalista russo che si stupiva per i pesci che saltavano sopra la superficie del lago. Mi mancherà il suo umorismo macabro, la sua risata incontenibile. La sua tenera inesperienza a letto. La sua discrezione. Le sue mani, per una volta più grandi delle mie. Il modo in cui mi ha sussurrato “Ti voglio bene” col suo accento incespicante. E le lacrime sincere di chi mi giurava che desiderava stare con me, che non c’era nessun altro, ma probabilmente anche nessun modo per stare insieme davvero.

E poi guardo il telefono, e ci sei tu, e quella conversazione che non posso e non riesco a cancellare. Ci sei tu che dopo più di un mese torni vivo, mi scrivi. Tu che pretendi che io ti risponda, in nome di cosa non si sa. Ma non lo faccio. Tu che mi elimini da tutti i tuoi profili social, mi tagli fuori, mi blocchi, mi banni, mi unfollowi. Certo di attirare la mia attenzione.
Tu, che così mi uccidi.

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