Buone vacanze. Le mie.

[…] Lo so, sei in partenza. Volevo augurarti buona estate, goditela. La meriti. Ma fosse per me, ti meriteresti anche un sacco di altre cose. Ti meriteresti di essere felice ad esempio, ma davvero felice. Meriteresti che tutti i tuoi progetti si realizzino. Quando racconto a qualcuno il bene che ti voglio, è così che lo descrivo. Dico0 che voglio il tuo bene.

Ma voglio anche di più il mio. Forse non è bello sentirselo dire, perché da me non te lo aspetti. Da me che ingoio le risposte, che trattengo i vaffanculo, che ragiono su ogni parola. E invece ho l’urgenza di dirtelo. Io voglio essere più felice. E lo dico perché l’altra sera è stata perfetta, una di quelle sere che non ho da tempo, che non ho con nessuno. Una di quelle sere che ti scorrono addosso e lasciano la pelle umida di resina, che non ti viene mai via nemmeno se sfreghi forte sotto la doccia. Assurdo. L’ho pensato. Con tutto il sangue andato a male, di colpo ci andiamo bene.

Abbiamo riso tanto. Ridere con te ha un significato diverso. Mi fa male alla pancia, ma male davvero. Non sono sicuro sia per le risa in realtà. Credo che sia più una mascheratissima forma di nausea. Mi chiedo come possiamo stare così bene insieme, se non condividiamo nemmeno la stessa idea del rapporto che c’è tra noi. Perché vedi, io e te, noi, non siamo amici.

L’altra sera è stata l’ennesima riprova, la conferma di una cosa che già sapevo. Credo la sapessi anche tu. Io sono innamorato di te. Non sono nemmeno sicuro del sapore che devono avere queste parole per suonare vere, non le ho mai pronunciate. Forse sono uscito di testa, forse ti dispiace che io stia complicando le cose, ancora. Forse invece ti lusinga sapere che io, proprio io, continui a desiderarti. Io sono orgoglioso di aver perso la testa per uno come te.

La verità, però, l’hai detta tu. E non riesco a non pensarci. “E’ andata così.” Vero. È andata come doveva o come poteva. E ora non riesco a immaginare in quali altri modi potrebbe andare, parlo per me. Forse non dovrebbe andare e basta.

Mi fai ancora un certo strano effetto, significhi molto per me. E la tua storia con lui continua a influenzare il mio umore. E questi miei stati d’animo fatti di incazzature improvvise e gelosia immotivata, bé non mi piacciono. Non mi fanno sentire me stesso. E l’affetto che provo per qualcuno non supererà [mai più] il bene che voglio a me stesso. Io sono l’epicentro del mio terremoto, io sono il timone della mia nave. Sono il mio mare e la mia terra quelli che devo preservare, e non i tuoi. Dovresti fare altrettanto.

Di fatto ti voglio ancora, e questa è una cosa su cui non ho alcun controllo. Ho bisogno di riordinare e placare testa e cuore. Ho bisogno di una parentesi, di prendere le distanze un po’. Altrimenti continuerò a sentire l’impulso di baciarti ogni volta che ci vediamo o a sentire la tua mancanza nei momenti meno opportuni.

Mi distrai, e non posso permettermelo.

 

Sono inchiodato alla fermata del tram mentre ti penso, mentre ripenso alla notte scorsa. Milano ha appena aperto gli occhi, io non li ho chiusi per niente. Abbiamo dovuto distogliere lo sguardo più volte per non cadere di nuovo in un errore stupido. Al tuo messaggio, quando mi hai detto quanto sei stato bene, ho tremato. Come il binario sotto il peso del treno. Ma tu hai un altro, da cui alla fine, comunque, torni. Io ancora un po’ di dignità da proteggere. Però lo sai, è assurda la sensazione, perché è proprio così che mi sento. In attesa di qualcosa, di un vagone su cui saltare a bordo, di qualcuno che mi trascini via di qui. I mezzi sono sempre in ritardo oppure li perdi. E comunque io sono ancora in fila per te, come un cristiano alla mensa del Padre. […]

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