Quelli soli.

Era una sera di birra e sigarette sul balcone.
Era il balcone di casa nostra, o almeno, della casa che condividevamo, ma poteva essere un balcone qualsiasi, di una casa qualsiasi, in una città qualsiasi. Era Milano, e andava bene. Le sue luci sfarfallanti, la musica alta delle macchine di passaggio, la solitudine di chi stava rientrando a casa solo in quel momento.
Loro, quelli soli. Era soprattutto a loro che pensavo, quelle sere estive in cui leggevo o ascoltavo un po’ di musica in terrazzo. Quello di casa mia, non il nostro. Non abbiamo mai avuto un terrazzo, e comunque non sarebbe stato nostro. Sarebbe stato mio, per quando uscivo a fumare. Sarebbe stato suo, per quella passione che mai ho capito per le piante. Le ho sempre odiate, le sue piante. Ma non sarebbe mai stato nostro.
Quel balcone a Milano l’avremo usato si e no un paio di volte, insieme. Posso ancora vedere l’alone del barbecue da esterno che aveva lasciato la sua traccia sulle piastrelle. I segni dei vasi. Adesso ci facevo passare le dita, su quei cerchi perfetti. Come quelli del grano, quelli che si dice facciano gli alieni. In fondo è sempre stato il balcone di due persone sole, che per qualche motivo si ostinavano a condividere uno spazio, che per qualche motivo chiamavano casa.
Tiro giù un altro po’ di fumo nei polmoni. Chiudo gli occhi. Loro, quelli soli, li immaginavo infilare le chiavi nella toppa di casa. Girarle lentamente, come per non fare rumore, per non svegliare nessuno. O forse per non sentire il silenzio, il cigolio che rimbombava negli spazi vuoti. Non spogli, ma vuoti, deserti, desolati. Scarni. Riuscivo a vederli, quelli soli, mentre appoggiavano la loro borsa sulla sedia in salotto, rimboccarsi le maniche della camicia, togliersi i tacchi alti e infilarsi in cucina. Aprivano il frigorifero, un altro piatto pronto, il primo, uno qualunque di una colonna di confezioni da infornare. Nel microonde, qualche minuto, e poi mangiare in piedi, da soli, appoggiati al piano da lavoro. Quelli soli forse non mangiavano nemmeno a cena. Perché, poi, uno dovrebbe mangiare da solo? Lo fai per nutrirti, ma non può bastarti. Può? Appoggio la mia Heineken a terra. Odio essere uno di quelli soli.
Lo guardo, adesso, ed è sempre lo stesso. Seduto, con le gambe raccolte, le braccia strette intorno alle ginocchia. È un uomo di quarant’anni che si è mangiato le mani mentre si consumava guardando la vita. Non ho mai capito perché è rimasto a Milano, perché si è tenuto quella casa. Perché ha ridipinto le pareti dello stesso identico colore, per anni. Ha scelto di non cambiare mai, niente. Lavoro, giro di amici, abbigliamento. Mentre era in bagno a farsi una doccia ho spiato nell’armadio. Ha ancora quella camicia che gli avevo regalato io, non penso la metta più, ma ce l’ha ancora. Ogni tanto riceve un sms. È Amore che gli scrive. Mi ha raccontato che stanno insieme da qualche anno, ma non convivono. O meglio, lui è sempre in giro per lavoro, quando passa da Milano dormono insieme. Mi chiedo che vita sia, e se è vita quella. Mi chiedo come ho fatto ad amarlo in quel modo viscerale, masochista. Io, che mi devono legare per tenermi fermo, piantato, inchiodato nelle mie scarpe.
È come se vivesse per noia, per forza di inerzia. Come se anche morire fosse troppo impegnativo. Ha rischiato di morire, qualche hanno fa. Non sono tornato, non gli ho fatto visita all’ospedale. Non so perché, avevo paura di vederlo, di guardarlo infrangersi. Ancora, e ancora, sempre contro se stesso. Leonardo, il suo più vecchio e caro amico, mi aveva mandato un sms. “E’ all’ospedale, ancora. Sta volta sta davvero male.” Sta volta, significava che stava male per lo stesso motivo di sempre. Mix di farmaci, per dormire meglio diceva. Dopo la prima volta che era stato male, certe notti mi sono svegliato nel sonno per assicurarmi che respirasse. Affrontava ogni problema con i sonniferi, un paio di antidolorifici innaffiati da litio.
Mi sono fatto trascinare nella sua merda infinite volte, se ci penso. Siamo sempre stati bravi a fare pace, più che a stare bene. Siamo sempre stati più bravi a farce del male, a rinfacciarcelo, a procurarci dolore. Io e lui siamo sempre stati un po’ soli, anche quando eravamo insieme. Per questo ho accettato il lavoro a New York, per dare una scossa a tutto. Per farlo reagire.
– Perché mi hai fatto andare via? –
Glielo chiedo adesso, ora che non c’è più niente a tenerci uniti, a tenerci insieme. Prima avevamo un letto in comune, a volte mi abbracciava nel sonno, e piangeva. Sussurrava che si odiava per non essere la persona che meritavo. Che un giorno avrei avuto il mio principe azzurro. Non dormivo, quando lo diceva. Mi muovevo, facendo attenzione perché non si accorgesse che ero sveglio, e mi stringevo di più a lui. Come potesse essere per sempre. Come se potesse essere lui il mio re, o magari diventarlo, col mio aiuto.
– Non ti ho fatto andare via, ti ho lasciato scegliere.-
Mi aveva guardato intensamente. Gli avevo appena detto che avevo avuto una promozione, che dovevo andare a New York a gestire la sede americana dell’agenzia di comunicazione per cui lavoravo. Non proprio a gestire, più come secondo della direttrice generale. E lui mi guardava, placido, tranquillo come è sempre stato. Sollevato, quasi.
“E’ importante”, aveva detto, “sono orgoglioso di te. Quando devi partire?”
Quando. Devi. Partire.
Quelle tre parole non-così-tanto-interrogative mi hanno martellato il cervello per anni, per sempre. Nessun progetto per due nella sua testa, nessun tentativo di convincermi a non andare. Nessun dubbio sulla scelta che io avrei dovuto fare, quasi fosse meglio pe entrambi che me ne andassi.
“A fine mese. Ho il tempo di chiudere i progetti che sto seguendo in Italia, sistemare due cose per i miei genitori, e vado.”
“L’America. Sei pronto?”
No, cazzo. No. Non sono pronto, non voglio lasciarti, non voglio che finisca. Ti amo. Ti amo da morire, che se ci penso muoio davvero. Ti amo in modo rischioso, suicida, ti amo che ho paura ogni giorno che tu te ne vada. Ti amo che la prossima volta che stai male, ricoverano me. Ti amo che se ti esplode un’altra bomba di dolcezza tra le mani e mi scarichi di nuovo non ce la faccio. Non ce la faccio più.
“E’ quello che ho sempre sognato, per me.”
“Lei è pazzesca.”
“E’ l’Anna Wintour del marketing.”
“Già. Sei stato bravo Marco, sei stato bravissimo.”
Il trasloco sarà un problema. Tutte quelle cose, tutta la mia roba. E la roba di entrambi. No, gli lascio tutto. Sorrido, mentre me ne sono già andato. E lui mi legge nel pensiero.
“Non preoccuparti per la tua roba, può stare qui tutto il tempo che ti è necessario.”
L’ultima nota a piè di pagina della nostra relazione era stato un bonifico che gli avevo girato per ripagargli le spese di spedizione dell’ultimo pacco. Ci avevo trovato un biglietto. Poche parole, tipico suo.
“Il letto è troppo grande, non riesco a dormirci da solo. Dormo in sala, sul divano. Odio non trovare i mozziconi di sigaretta spenti nei fiori o il tuo profumo fortissimo in bagno.”

Ce l’ho ancora nel portafoglio. Decido di mostrarglielo.
– L’hai tenuto.
– Sì, è rovinato perché ha cambiato tanti portafogli, in tanti anni. Ma è sempre stato li.
– Non hai mai risposto.
Ho risposto, invece, un milione di volte moltiplicato per un miliardo di lacrime elevate alla n rabbia che se ti prendo ti stacco la testa dal collo. Non sono mai riuscito a inviargli quella lettera, nemmeno con la scusa degli auguri di Natale.
– Perché mi hai fatto andare via?
Stendo le gambe davanti a me, appoggio le piante dei piedi contro la ringhiera. È fredda, ma piacevole. Fa caldo stasera. Lo guardo osservare quel mio gesto semplice, seguire il profilo delle mie gambe con lo sguardo, poi i miei piedi. Ho fatto la doccia da lui, non me la sentivo di stare a casa. E ora indosso una sua canottiera e i pantaloncini da basket di quand’eravamo ragazzi. È bello, sapere di avere ancora potere su di lui. Non lo so perché.
– Non potevi rinunciare per me.
– Era mia la scelta.
Un sms. È amore che gli augura la buonanotte. Non risponde. Riesco a leggere l’anteprima del messaggio dallo schermo luminoso del telefono, che è a terra, proprio di fianco alla mia gamba. Non mi ero reso conto di quanto siamo vicini, io e lui.
– Era la cosa più giusta.- Lo dice quasi che sembra convinto.
– Ci amavamo. E non hai fatto nulla per salvare la nostra relazione.-
Abbassa gli occhi a terra. Con un indice gratta un po’ di sporco dalle fughe delle piastrelle.
– Non ci amavamo in modo giusto, Marco. La nostra storia era finita, anche se tu non lo volevi, anche se io non lo volevo. –
– Quando. Quando è finita? –
Mi guarda con dolcezza. Sorride. E’ ancora bellissimo, un bellissimo quarant’enne con la faccia pulita e gli occhi azzurro mare, quasi verde acido. – Non lo so con precisione, forse quando mi hai chiesto di venire a vivere con te, che non avevo più l’età per stare con i miei. O l’estate subito dopo, quando in Grecia mi hai lasciato due giorni da solo per lavorare dall’albergo. Hai sempre voluto fare carriera, avevamo ambizioni diverse. –
– Mi hai tradito, Fra, mi hai tradito, nel mio letto. E sono rimasto. –
– Era il tuo letto, è questo il punto. Sono sempre stato un ospite in casa tua. –
– Sei meschino. –
– Perché ne stiamo parlando? È passato così tanto tempo. Ora tu hai quel canadese, io sto bene con Pepe. –
Quel canadese. L’ha detto quasi con tono infastidito. E io provo un pò di fastidio in quel soprannome tenero. Pepe. Già lo odio.
– Ci siamo lasciati. – Lo dico senza pensare, senza riflettere sull’impatto che quell’informazione può avere. – Io e il canadese, ci siamo lasciati. –
Mi guarda con aria stranita.
– Sì, dopo il matrimonio di Olimpia. L’ho tradito, mi ha chiesto di sposarlo o di andarmene. –
– … e te ne sei andato. –
Lo dice come se se lo aspettasse, da me. Come se io fossi uno che se ne va e basta. Sempre. Che cosa ne sa lui di quello che ho fatto o non ho fatto per salvare la mia relazione? Cosa ne sa lui di come ho dovuto riordinare la mia vita daccapo, ancora una volta, alla soglia dei quaranta, da solo. Di come mi sono umiliato per riprendermi il mio uomo, di quante volte ho chiesto scusa. Del perchè io abbia incasinato tutto, cosa ne sa? Non sa più chi sono. Conosceva il me ragazzo, quello con la fame di tutto, non sa niente di questo uomo che qualcosa nella vita l’ha combinato.
– Che cazzo ne sai tu, eh? Della mia vita. – Glielo chiedo, devo chiederglielo così, duramente.
È sorpreso dalla mia reazione. – Nulla, in effetti. Non so nulla di te da parecchi anni. Ma sei qui, adesso, per qualche ragione. Per cui mi piacerebbe sapere cosa è successo, nella tua vita, in tutto questo tempo. –
– Sono qui perchè è morto mio padre, Fra. Dio, sei sempre il solito stronzo. – Accendo un’altra sigaretta, bevo un fiato di birra che mi toglie il mio, di fiato.
– Intendo, qui, con me. Adesso. –
Penso al mio lavoro, al locale di Memphis, al mio attico di New York, a sette anni di relazione bruciati per nostalgia di un passato che non avevo mai avuto e che comunque non avrei mai potuto avere. Penso all’agenzia, ai progetti in sospeso sulla mia scrivania, al mio team in attesa di approvazione. Dio, domani sera ci sarà la festa aziendale. Ci ho lavorato tanto, volevo che fosse perfetta. Era un premio per la mia squadra, per i miei ragazzi. Avrò duemila e-mail nella casella postale. Nessuno sa perché sono partito così di fretta, senza preavviso. Solo Yvonne.
Dico – Lascia perdere, parlami di questo ragazzo, di Pepe.-
Mi spiega che fa il modello, che lavora tanto in giro per il mondo, non è strapagato, ma vive bene. Viaggia spesso, per questo non convivono.
– Ma a me va bene così, mi aiuta a stare con i piedi per terra.-
– Cioè? -, aspiro a lungo la sigaretta. Sento il fumo mischiarsi al sangue nei polmoni.
– Ha ventiquattro anni, è molto dolce, ma ha la testa sulle spalle.-
È più giovane, e negli occhi di Francesco leggo quell’emozione folle che cavalca tra la fortuna di stare con uno come Pepe e la paura costante che possa andarsene senza battere ciglio. Semplicemente perché trova di meglio. È appagante, sapere di fare presa su un ragazzo così. Poterselo scopare.
– E ti basta, Fra? Stare con uno più giovane? Farti una scopata ogni tanto, portarlo all’aeroporto ogni fine week end? –
– Mi vuole bene. E io ne voglio a lui. La nostra relazione non è tradizionale, forse. Ma funziona. Nessuna pretesa, nessuna aspettativa. Semplicemente stiamo bene insieme, quando è a Milano. –
La sua voce suona stanca, quasi rassegnata. Cazzo, sta con una marchetta. Una fottuta marchetta che si è trovata il papino da spennare, la casa in centro Milano, la mia casa. E che probabilmente ha più di un amico speciale in ciascuno dei continenti. Arriva, dorme con lui, se ne va.
Lo guardo. E’ il pied a terre di una marchetta. Come ha fatto a diventare il pied a terre di una marchetta? Capisce che ho un sacco di domande da fare, ma che non sento di avere il diritto di farle.
– Ci siamo conosciuti in un locale – attacca lui – Abbiamo scambiato due chiacchiere, mi ha chiesto il numero di telefono. Gli ho risposto che poteva trovarmi su facebook. Non credevo possibile, sai, …-
– Che uno così fosse attratto da uno come te. –
– Già. Vecchio, brutto, banale. –
– Non sei brutto, sei affascinante. –
– Comunque mi scrive, su facebook, dice che vorrebbe rivedermi, che nel week end ha un volo per Tokyo ma riesce a trovare il tempo per un caffè. Decido di andarci. Mi aspetto uno scherzo, e invece trovo lui. Bello in maniera imbarazzante. –
– Quindi è iniziata con un caffè, come un milione di altre storie banali. –
Ride. – No, chiaramente non mi sono fatto più sentire. Ha penato, non so perché, e alla fine mi ha strappato un invito a cena, a casa sua. –
Ha pure fatto la profumiera. Si è fatto desiderare. Quanto deve essersi sentito figo. E’ stata la sua botta di vita, il colpo di coda di un quarant’enne solo e frustrato. La mia espressione stupita è troppo evidente perché non la noti.
– So che pensi che mi stia usando. –
– L’hai detto tu, Fra, non io. –
Si alza, fa per entrare in casa. Poi mi guarda.
– Non puoi giudicarmi, se a me fa stare bene. Io non riesco ad avere una relazione sana da… da noi. Pepe è tranquillo, è solare. È trascinante e vulcanico. È il mio opposto, ho bisogno di qualcuno che mi coinvolga, che mi tiri dentro le cose. –
Annuisco, ma in realtà non capisco veramente cosa intende.
Dico solo Ok, va bene. È un po’ dispiaciuto per le mie parole, forse non se le aspettava. Non si aspettava che lo giudicassi, che non condividessi il suo stile di vita al punto tale da sbattergli in faccia quanto lo trovassi squallido. Non era da me. Non conosceva questo Marco cinico, disilluso e disfattista.
Così si alza, di botto. Supera la soglia della finestra, fa per entrare. Ma gli afferro una mano.
– Che vuoi?! – Lo grida. Mi sta chiedendo che voglio da lui per tutti gli anni in cui non ha avuto il coraggio di farlo.
– Resta, Fra. Non volevo ferirti. Non voglio stare da solo. –

Forse è più triste quando chiedi compagnia a qualcuno solo perchè entrambi siete soli. Forse una storia che non ha fine non ha senso. Ma no, non lo amavo più. Eppure lo guardo, rivedo tutto quello che c’è stato, tutto quello che avrebbe potuto esserci, e penso che a modo nostro siamo stati perfetti. Almeno avevamo il potenziale per esserlo. Lo tiro per la mano, lo faccio sedere di fianco a me, coscia a coscia, fianco a fianco. metto una mano sulla sua gamba e lo accarezzo sull’interno coscia.
– Cosa ci è mancato Fra? L’amore? –
– La maturità, credo. E il tempo. Ma non l’amore, quello no. Ci siamo amati fino alle ossa, strappandoci la pelle. Ma a vent’anni, dell’amore, che te ne fai? –
Mi giro verso di lui, lo guardo intensamente negli occhi. Per un secondo sento un brivido. E’ l’impressione che mi ami ancora. Che mi desideri ancora. Che stia per baciarmi.

E lo fa.

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