Breakfast alone.

Stare da solo non aveva solo aspetti negativi, ma anche dei vantaggi. Ne era certo, e continuava a ripetersi questa cosa. Più che altro, era quello che continuavano a ripetergli tutti, quindi sospettava ci fosse un fondo di verità in quell’affermazione. Tutto quello che doveva fare era convincersene, e trovarli.

Se ne stava seduto sullo sgabello dietro il bancone della colazione che divideva la zona living dalla cucina. In mano stringeva una tazza di caffè americano bollente, una delle cose che aveva imparato ad amare con il passare degli anni lì, a New York e da cui ora era del tutto dipendente. Si guardò attorno.

La casa aveva sicuramente bisogno di qualche lavoretto. Le pareti erano ormai da imbiancare e la maniglia della finestra del bagno continuava a girare a vuoto. Era quasi certo che in corridoio il parquet si era un pochino sollevato, proprio lì dove Memphis aveva riversato l’intero contenuto dell’acquario. Con tanto di pesci tropicali. Si erano persi il pesce pagliaccio più piccolo, a Rene era bastata una zampata ben assestata per avvicinarselo e afferrarlo con i denti. Non avevano fatto in tempo a sfilarglielo di bocca, quel gatto era veloce come una stella cadente. Ah, e poi c’era quell’anta svergola nella cabina armadio.

Bevve un sorso del suo pastrocchio scuro. A volte si stupiva pure lui di quanto gli piacesse, ora. L’idea di avere qualcosa per impegnare il weekend che si stava avvicinando lo faceva sentire un po’ più sollevato. Quanto meno, avrebbe avuto la testa altrove. Il cuore, quello no, quello non è mai altrove.

Pensò che domenica sera avrebbe anche potuto andare a teatro, a Memphis non era mai piaciuto granché. Forse poteva addirittura tornare a dipingere qualcosa, viaggiare con l’aereo, andare a visitare l’Alaska. Memphis odiava volare, e i Paesi freddi. Per lui le vacanze erano in Europa, al caldo. In Italia.

Cercava di fare suonare queste cose sensate nella sua testa. Ma come cazzo facevano tutti quelli che si erano lasciati a dire “Ora ho un sacco di tempo per me stesso, faccio tante cose che prima non potevo fare.” Perché se una cosa non la facevi con la persona che amavi, dovresti farla da solo? Perché se una cosa non l’hai mai fatta prima, dovresti farla ora? Adesso che sei solo, sconfitto e anche un po’ triste? Viaggiare, ad esempio. O andare al cinema. Verso chi ti giri a sorridere, se sei da solo? A chi cerchi di nascondere la tua emozione, se ti metti a piangere?

Perché le persone dovrebbero sostituire qualcuno con qualcosa?

A lui Memphis mancava, gli mancava punto. E tanto. Ancora, più di quanto gli mancasse nei primi momenti. Marco aveva sentito uno strappo, quando Memphis se ne era andato chiudendo la porta. Come se gli avessero arpionato una coscia e poi avessero recuperato la lancia con un colpo secco, ma col cuore. Non riusciva quasi a fare le cose in casa, da quando se ne era andato. Figuriamoci fare cose fuori casa. Un evento mondano, un’uscita con qualche amico, una cena tra colleghi. Era tutto così pesante e artefatto e precipitoso. Dover recitare la parte di quello che stava bene, che se la stava cavando. Indossare la maschera di chi era in ricovero, in remissione. No, non ce la faceva, era troppo presto. Voleva ancora godersi il diritto di stare male, di essere triste e piangersi addosso.

È assurdo pensare che basti avere più tempo per se stessi per sentire meno la mancanza di qualcuno. Vedere gli amici non era divertente, se poi doveva rispondere alle loro domande. O sentirsi addosso quello sguardo, quello di chi si sta domandando se davvero stai bene, o se fingi. Se sei pentito, se sai di aver sbagliato. Traditore. Se pensi di meritartelo. Andare a fare shopping lo annoiava un po’, i centri commerciali sono così grandi, soprattutto quando ti ritrovi da McDonald’s da solo, a mangiare da un sacchetto a portar via quell’hamburger posticcio che hai sempre ingollato perché lui ne andava matto. E comprare tutto per se stesso, solo per se stesso, lo rendeva triste. Memphis non si comprava mai nulla, era Marco a convincerlo a provare quella maglietta, Quella camicia azzurra, che la tua si è strappata sotto l’ascella. Per Memphis era tutto inutile, superfluo. Era Marco a pagare anche per lui, odiava vedergli addosso sempre le stesse cose. Neanche leggere era la stessa cosa, se non aveva la sua testa appoggiata sulle gambe.

Due divani. Era stato Memphis a volerne due.

“Lo sai che a me piace dormire sul divano. Ne prendiamo uno lungo da mettere davanti alla televisione, e uno un po’ più corto da appoggiare alla parete. Così non ti rompo le scatole, quando ne occupo uno.”

Marco voleva un divano a L, lo trovava più elegante, più coerente con lo stile del resto della casa. Ma si era lasciato convincere. E così erano arrivati i due divani, grigi, dai piedi alti e sottili, il tessuto tecnico e sempre fresco, la sagoma squadrata. Com’era ovvio, quello piccolo non lo usava mai nessuno.

Marco si sedeva a leggere a un’estremità di quello grande, dal lato in cui si sfiorava con l’altro divano, con le gambe incrociate. Memphis invece si sdraiava, la testa appoggiata alla coscia di Marco e il braccio destro dietro la sua schiena. Senza la mano di Memphis a sfiorarlo, leggere non era più la stessa cosa. O guardare la televisione, o chiacchierare. D’estate bevevano una birra al bicchiere, d’inverno uno scotch. Quel divano era praticamente la zattera su cui si consumava la maggior parte della loro relazione. E ora quel divano era pure scomodo. Avrebbe dovuto trovarne uno nuovo, poteva cominciare da questo.

Fissava dentro la tazza il suo caffè. Cambiare un divano sarebbe bastato? Guardò l’orologio, era prestissimo. Mancava una vita a uscire di casa per andare a lavoro. Alcune notti erano più brutte di altre. Alcune notti non riusciva proprio a dormirci da solo in quel letto. E allora si alzava, tanto non ci riusciva a fermare i pensieri. Si faceva il caffè, si sedeva al tavolo della colazione e se ne stava da solo, lì. Coi sottili poggiapiedi di acciaio incastrati tra le piante dei piedi e le infradito, puntato lì così, come un tuffatore pronto a darsi la spinta per saltare. Per andare, per andarsene. Forse il primo passo da compiere era lasciare quella casa. Ma questa volta faceva più male. Questa volta sentiva che era casa sua, casa loro. Quanto meno lo era stata.

Il pensiero di cancellare tutto con un gesto, l’idea di liberarsi di quei mobili, di quei quadri, gli toglieva il respiro, glielo tagliava nel petto. La mattina, quando arrivava in cucina, era sempre una botta, era sempre una bomba. Non vederlo lì, a preparare le uova che Marco avrebbe mangiato di forza, non sentirlo canticchiare quella canzone stupida che gli restava in resta per giorni. La colazione era il momento peggiore della giornata per stare da solo. Forse doveva considerare l’idea di berlo fuori casa, quel caffè. Al bar, sotto l’ufficio. Perché a colazione tutto quello che vuoi col caffè è un bacio e un buongiorno amore mio.

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