Io sono funzionale.

Ce l’ho nell’indole. È La mia natura. Il mio destino. Sono l’ultimo, prima della storia importante.

Di fatto è così, ci stavo riflettendo in questi giorni. I ragazzi significativi che hanno costellato il mio percorso sentimentale – e a ben vedere, anche qualcuno di quelli meno significativi – hanno trovato l’amore nella persona che ha preso il mio posto, quella che mi ha subito seguito. Quello che è venuto dopo di me.

Bizzarre coincidenze? Forse.

Ma non posso fare a meno di credere di essere utile agli altri. Funzionale, questo è il termine più adatto. Sono funzionale alla vita degli altri. Quando stanno con me, si rimettono in sesto. Recuperano le energie, si ritrovano e ritrovano la voglia di mettersi in gioco, di condividere, di litigare. Realizzano che l’apatia, i vuoti d’amore e anche quelli d’aria sono stati d’animo ingiustificati, che la delusione non è una condizione perenne, ma un sentimento passeggero. Perché poi si riesce a trovare quello che ti fa venire voglia di comprometterti, di sacrificarti, di impegnarti. Quello per il quale ti fai gli scrupoli. E lo trovano.

A questo punto succede che mi ringraziano. Due pacche sulle spalle. E si rifanno su di me.

Sei la persona migliore che abbia mai incontrato in tutta la mia vita. – Non sai quanto ti devo. – Senza di te non avrei mai capito quanto ancora io abbia da dare. – Se non avessi avuto te al mio fianco non avrei mai creduto in me stesso. – Spero tu possa trovare qualcuno in grado di darti anche solo un decimo di quello che tu hai dato a me. – Grazie di tutto.

Grazie di tutto. Ma grazie di cosa? Pensavo ci fossimo dentro insieme in questa cosa, ero convinto stessimo andando nella stessa direzione! Come grazie? Bè, sai cosa c’è? Prego, merda che non sei altro.

Prego, anche se te ne stai andando. Prego, anche se di fatto ti sei preso tutto quello di cui avevi bisogno e adesso mi stai lasciando al bordo della corsia con due gambe spezzate e senza telefono cellulare. Prego, non c’è di che. Anche se sono esausto e non ho la forza di spostarmi dalla traiettoria delle auto in corsa, non ho energie sufficienti per trascinarmi sui gomiti via dall’ennesimo crash. Perchè si, sarà una botta, e ci perderò di nuovo il muso io. Per cui, figurati. Anche se in tutta onestà sei un vero stronzo. Anche se tutte le scopate, le attenzioni, le sorprese, i gesti d’affetto, i sorrisi, i passaggi, le telefonate e i messaggi. Anche se tutte le parole, l’ascolto, il conforto, il credere in te. Anche se ti sei preso tutto questo senza dare in cambio niente. Con la scusa che eri troppo disilluso, troppo stanco e incasinato. Chiedendomi del tempo, e di perdonarti per il tuo essere tiepido. Giurandomi che c’eri, forse non quanto c’ero io, ma che c’eri. Che eri esattamente dove volevi essere. Che eri con chi volevi essere. E io che ti ho creduto.

Prego, anche se te ne sarai andato prima che io possa rendermene conto, prima che possa dirti “Ascolta, guarda che forse io provo delle cose…”. Anche se, e spero tu non te ne risentirai, mi hai tolto il fiato, mi hai levato il sorriso e mi hai umiliato. Si, mi hai fatto sentire un niente, uno straccio. Usandomi e approfittando della mia emozione. Giocando al tira e molla, come se fossi un elastico. E sì, magari sono un elastico, ma se tiri troppo forte posso sbattere e farmi male. Eppure ero pronto, lì a dare, a darti, a lasciarti prendere, a strapazzarmi il cuore. Ho investito su di noi, credendo al tasso di interesse che mi avevi promesso. Credendo alle tue mani, al modo in cui le facevi andare sul mio corpo. All’influenza che quelle mani avevano sulla mia pelle. Al tuo odore, che è rimasto nella mia macchina per giorni, dopo quella volta.

Non c’è di che, prego. Dico davvero, figurati. Ho fatto solo e soltanto quello che sentivo, spinto dalla volontà di dimostrarti quanto tenessi a te, senza chiedere in cambio nulla. E dalla volontà di ricordarti che qualcuno può tenere a te, senza chiederti nulla in cambio. Cercavo di amarci per due, di farlo anche per te, perché al momento ero più forte, più pronto. Più preso. Prego, nonostante, in fondo, sono solo stato l’amico che ti ha leccato le ferite. Quello da farci l’amore fin quando fa male, solo per non sentire altro dolore.

Davvero, prego. Anche se te ne sei già andato, sei andato via da me, con lui, da lui. Per lui. E mi hai ringraziato per averti riaperto il cuore. Per averti aggiustato i pensieri. Per averti insegnato che anche se non sei Ryan Raynolds, puoi piacere. Che anche se non parli molto, puoi comunque baciare. Che puoi coccolare e, per dio, essere anche coccolato. Che sei bello, agli occhi di qualcuno. Che puoi essere corteggiato. Prego, anche se mi hai guardato in faccia e mi hai detto che ti sei raccontato un sacco di palle, che io non sono niente, non valgo niente, che hai sbagliato, che non ti importa di me. Perché adesso hai visto lui e hai sentito il cuore esplodere di entusiasmo. Perchè adesso hai visto lui e semplicemente hai capito. Che cosa, esattamente, hai capito mi piacerebbe capirlo. Lui è insignificante. E’ insipido. E’ il tipico ragazzo che basta riempirlo di cazzo per renderlo felice.

Un po’, lo ammetto, io lui lo odio. Una parte di me continua a pensare che si sia preso il posto che mi spettava. Quello che io mi ero sudato, quello che ho cercato di meritare e di conquistare. E invece lui è arrivato e se l’è preso. Così, senza fare nulla, senza passare dallo schifo, la merda, l’asciuttezza e la brevità di cui sei capace. E ora scodinzoli come un cane.

E io, io dovrei dirti… prego? Fanculo, piuttosto.

Sono stato funzionale, anche a te. Ti ho rimesso in sesto, cazzo di sindrome da crocerossina che c’ho. Non ho letto i segnali, perché mi stavo occupando di te. Ho fatto finta di non capire, di non capirti, ti ho giustificato, perché sentivo il modo in cui avevi bisogno di me. E mi piaceva, dare era diventato prendere, e prendere presto pretendere. E pretendere è un pò come dipendere. E ora, ora che sei tornato a camminare, ora che riesci a uscire di casa e a sorridere riprendendoti il cielo, il lavoro, la guida della tua utilitaria, ora è con lui che vuoi condividere tutto quanto.

Ti ho riparato, come ho riparato tanti prima di te. Vi prendete tutto, mi prosciugate, mi strizzate, e ve ne andate. E ogni volta vi portate via un pezzettino di me, che nessuno mi restituirà.E se non vi ho riparato, vi ho almeno fatto capire cosa non potete avere, forse anche perchè non la volete: una relazione compiuta, risolta, completa. Nessuna voglia di impegnarvi, di avere a che fare con persone complesse. Nessuna voglia di confronto paritario. “Voglio un pari”, e lo avevi. Te lo sei fatto scappare per una marionetta da poter controllare. Per una situazione più gestibile, più a misura tua. Semplice, senza rotture di cazzo, senza scenate di gelosia, senza piazzate. Senza domande.

E non dirmi che non mi dimenticherai. Lo so da me. Impossibile. Non troverai qualcun altro così disposto a dare, a darsi, a darti tutto. In maniera così intelligente e spassionata. Così spontanea e semplice. E sentirai di aver buttato via un’occasione. E tornerai a cercare l’amore, ma comunque altrove. Perché di fatto, io, sono il traghetto tra la noia e la voglia di nuovo, tra la delusione e la voglia di fidarsi ancora. E comunque resto il pesante rompipalle che vorrebbe la storia d’amore dei suoi genitori, dei suoi nonni, ancora meglio.

Di fatto, io, sono funzionale, ma risolto con me stesso. E per questo sarò comunque sostituito, anche se dovessi tornare a occupare il tuo pensiero. Resterò quello che una volta ti ha aiutato a capire, a capirti. Quello che ti ha riportato al sesso, al bacio, al progetto. Quello che ti ha amato senza chiederti in cambio niente.

E che nemmeno te l’ha detto, per paura di disturbarti, di complicarti le cose. Per paura di sembrare pesante.

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