L’ho invitato a pranzo.

L’ho invitato a pranzo, sabato scorso. Una cosa veloce, una pasta, una pizza. Un bacio.

Era molto impegnato, non ha potuto.
Secondo me non ha voluto. Poteva rilanciare, e invece non l’ha fatto. Quando una persona ci tiene a passare del tempo con te, trova una strada, un modo. Tutti gli altri una scusa. Era una scusa. Non si sente a suo agio con me. D’altro canto, nemmeno io con lui.

Non è facile stare vicino, molto vicino a qualcuno al quale vorresti strappare di dosso i vestiti. La camicia, quella che gli ho regalato io. Con violenza. E sbatterlo sul pavimento. Sulle scale. E portarlo di sopra. E, no, non è facile. Ma rispetto troppo me stesso, per dargli un’altra occasione per rifiutarmi. E rispetto anche lui, cazzo se lo rispetto. E non voglio metterlo all’angolo. Non è così che vorrei mi scegliesse. O meglio, non è così che avrei voluto essere scelto.

Comunque, alla fine non è venuto a pranzo.

“Domani sei molto impegnato?”

“Devo passare la giornata a cucinare per una festa di [mio] padre, domenica.”

“Ok, allora niente.”

“Che avevi in mente?”

“Che venivi a pranzo da me.”

“Che pensiero carino ;).”

Non è un pensiero carino. È un “Cazzo ho voglia di vederti e non so come dirtelo. Pranza da me, vieni da me, per favore.” Troppo orgoglioso per dirlo. E sempre stato così tra noi, col mio orgoglio che puntualmente si ritrovava a mandare baci al suo, il nostro unico canale di comunicazione che abbiamo. Silenzio per giorni, al di là di un bacino, uno di quelli coi cuoricini rossi, che mi ha mandato lui. Non ho avuto la forza di rispondere.

E dopo tre giorni mi scrive. Lui, ancora lui. Cede lui.

“Vivo sei?”. Sì, vivo e vegeto. Non te lo posso dire quanto di merda sono stato mentre aspettavo un tuo sms, quanto ho pianto, quanto. Quanto i miei amici mi hanno distrutto psicologicamente per farmi capire che sei tu a sbagliare, che sei tu a tornare quando non dovresti.

Ci hai messo tre minuti a nominarmi lui, a parlare di lui. Ho dovuto interrompere la conversazione. Ormai l’hai capito che ogni volta che leggo il suo nome, quelle otto lettere in fila, per me non c’è più niente da dire. Mi domando solo perché mi sto ancora trascinando questo cadavere. E’ pesante, è finito. Tu perché lo fai?

Ti ho invitato a cena, alla fine, questo venerdì sera. Non so perché l’ho fatto, un flusso di coscienza, un pizzico di entusiasmo dato dalla sensazione che, in qualche modo, in qualche stupido modo, io ho vinto. Hai ceduto tu, hai scritto tu, sei tornato ancora tu. Illusione.

“Sei impegnato nel week end?”

“In realtà no.”

Tu torni perché per te, adesso, è ok avere uno come me nella tua vita. Perché tu sai darmi un ruolo, sai classificarmi, incasellarmi. Io sono importante, io sono speciale, io sono una persona che vale. Probabilmente come poche, se consideriamo l’insieme di quelle di cui sei solito circondarti. Sono la parte migliore di te. Ma tu torni perché adesso ti fa bene, ti fa sentire bene avermi. Alle tue condizioni. Non è così per me, e non vedo l’ora di trovare la forza di dirtelo.

“Pensi di voler cenare da me venerdì?”

“Non so che programmi ho per venerdì.”

Ora però a te la mossa. Due scacchi matti. Due su due. Due rifiuti. Due altre umiliazioni. Forse non fanno male perché sono come assuefatto dal tuo divagare, dal tuo dire no, dal tuo mettermi di cattivo umore. Ma non mi fa più incazzare. E se tieni a me, questo dovrebbe farti preoccupare. Dico davvero.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...